Privacy Policy Le atroci morti degli imperatori romani | STORIE ROMANE

Furono ben pochi gli imperatori romani a morire di morte naturale o per malattia, specialmente a partire dal III secolo; molti furono uccisi o a tradimento o per sollevazioni militari. Ma alcuni di essi, particolarmente odiati, furono trucidati in modo atroce.

Vitellio

Uno tra i primi Cesari ad essere scannati fu l’imperatore Vitellio, in gioventù amico intimo di Nerone. I suoi atteggiamenti dispotici furono mal tollerati dal popolo di Roma, provato dalla guerra civile dell’anno dei quattro imperatori.

«Domestici e soldati erano privi ormai di ogni freno, ma egli volgeva a scherzo le loro ruberie e le loro insolenze; e quelli del suo seguito, non contenti dei conviti imbanditi dovunque a spese pubbliche, affrancavano gli schiavi secondo il loro capriccio, ripagando quanti tentavano di fare opposizione con bastonature e sferzate, spesso con ferite e non di rado con la morte. Quando visitò i campi dove si era combattuto [a Bedriaco], mentre non pochi inorridivano al lezzo dei cadaveri in decomposizione, egli ebbe l’ardire di rincuorarli con questa battuta spregevole: «Ha sempre un buonissimo odore il nemico ucciso, meglio ancora se è un concittadino». Però, per l’orribile fetore, bevve davanti a tutti una gran sorsata di vino, e vino fece distribuire agli astanti.»

Svetonio, Vitellio, 10

Mentre Vitellio faceva il suo ingresso in Roma, il 1 luglio del 69 le legioni orientali acclamavano imperatore ad Alessandria, in Egitto, Tito Flavio Vespasiano, inviato qualche anno prima da Nerone a domare la rivolta giudaica. La guerra, di cui restava principalmente l’assedio di Gerusalemme fu demandata al figlio Tito, mentre anche le legioni danubiane (quasi la metà dell’esercito imperiale) passavano in massa dalla parte di Vespasiano, visto come vendicatore di Otone che inizialmente avevano appoggiato. Antonio Primo, comandante delle forze di Vespasiano, venne allo scontro con i vitelliani nuovamente a Bedriaco, dove dopo un ferocissimo scontro durato tutta la notte quest’ultimi ebbero la peggio. Antonio aveva la strada spianata verso Roma, dove Vitellio, in preda al panico cercò prima di abdicare, ma poi, abbandonato da tutti venne massacrato:

«Avevano già fatto irruzione i primi drappelli dell’esercito nemico e, non trovando nessun ostacolo sul proprio cammino, frugavano – come avviene – dappertutto. Lo trascinarono fuori dal suo nascondiglio e, senza riconoscerlo, gli domandarono chi fosse e se sapesse dov’era Vitellio. Tentò di ingannarli con una menzogna; ma poi, vistosi scoperto, non la smetteva più di pregarli perché lo prendessero in custodia, e magari in prigione, con la scusa che doveva fare certe rivelazioni e che ne andava della vita stessa di Vespasiano. Alla fine, con le mani legate dietro la schiena e un laccio passato attorno al collo, seminudo, con la veste a brandelli, fu trascinato verso il foro, fatto segno, per quanto è lunga la Via Sacra, a gesti e parole di ludibrio. Gli torcevano il capo tirandolo per i capelli, come si fa con i criminali, con la punta di una spada premuta sotto il mento perché mostrasse il volto senza abbassarlo. C’era chi gli gettava sterco e fango e chi gli gridava incendiario e crapulone. La plebaglia gli rinfacciava anche i difetti fisici: e in realtà aveva una statura spropositata, una faccia rubizza da avvinazzato, il ventre obeso, una gamba malconcia per via di una botta che si era presa una volta nell’urto con la quadriga guidata da Caligola, mentre lui gli faceva da aiutante. Fu finito presso le Gemonie, dopo esser stato scarnificato da mille piccoli tagli; e da lì con un uncino fu trascinato nel Tevere.»

Svetonio, Vitellio, 17

Caligola

Prima di lui anche Caligola era stato ammazzato, con evidente efferatezza, il 24 gennaio del 41 d.C. Inizialmente accolto con ogni onore, in quanto figlio di Germanico e in contrapposizione all’osteggiato dal senato Tiberio, si comportò inizialmente con grande rispetto verso lo stato e i senatori. Ma pochi mesi dopo, colpito da un’improvvisa malattia, per poco non morì. Pare che l’uomo che ne uscì fuori divenne un’altra persona, privo di scrupoli e sempre pronto a ignorare le esigenze altrui.

« Si decise di assalirlo [Caligola] in occasione dei giochi palatini a mezzogiorno, proprio quando avrebbe lasciato lo spettacolo, e la parte principale dell’azione fu reclamata da Cassio Cherea, il tribuno di una coorte pretoriana che Gaio, senza nessun riguardo per la sua età avanzata, aveva l’abitudine di insultare, come uomo molle ed effeminato: ora, quando gli chiedeva la parola d’ordine, Caligola rispondeva «Priapo» o «Venere», ora, quando, per un motivo qualsiasi, gli tendeva la mano da baciare, gli faceva un gesto o un movimento osceno. […] Il nono giorno prima delle calende di febbraio [il 24 gennaio del 41 d.C.], verso l’una, Caio [Caligola] era indeciso se andare a pranzo, avendo ancora lo stomaco in disordine per quanto aveva mangiato il giorno prima. Alla fine, persuaso dagli amici, uscì. In una galleria, che doveva attraversare, alcuni nobili giovinetti chiamati dall’Asia per rappresentare uno spettacolo in scena stavano provando. Caio si fermò a guardarli e ad incoraggiarli e, se il capo della compagnia non avesse detto che avevano freddo, avrebbe deciso di tornare indietro e far eseguire lo spettacolo. Da questo punto ci sono due versioni diverse: alcuni raccontano che, mentre stava parlando con questi ragazzi, Cherea da dietro lo colpì pesantemente alla nuca con la spada, di taglio, dopo aver detto «Colpisci!» e subito l’altro congiurato, il tribuno Cornelio Sabino, gli trafisse il torace. Secondo altri, invece, Sabino, fatta allontanare la folla da alcuni centurioni complici della congiura, aveva chiesto a Caio la parola d’ordine, secondo la consuetudine militare e, quando quello aveva risposto «Giove», Cherea da dietro aveva gridato: «Prendilo per certo» e, mentre si voltava, lo aveva colpito alla mascella. Mentre Caio a terra, con le membra contratte, gridava di essere ancora vivo, gli altri lo finirono con trenta ferite. Infatti la parola d’ordine per tutti era: «Colpisci ancora!». Alcuni gli trafissero anche i genitali. All’inizio del tumulto accorsero i portantini e anche le guardie del corpo germaniche che uccisero alcuni degli attentatori e anche alcuni senatori innocenti. Visse ventinove anni e fu imperatore per tre anni, dieci mesi e diciotto giorni. Il suo corpo fu portato di nascosto nei giardini di Lamia e, semicombusto su di un rogo allestito in gran fretta, fu coperto d’un leggero strato di terra. In seguito, le sorelle, tornate dall’esilio, lo riesumarono, lo cremarono e gli diedero sepoltura. Risulta che prima che ciò avvenisse, i custodi dei giardini erano perseguitati dai fantasmi e che, nella casa in cui era stato ucciso, non trascorse notte senza qualche motivo di terrore, finché la casa stessa non fu distrutta da un incendio. Insieme a Caio fu uccisa anche la moglie, Cesonia, trafitta da un centurione e la figlia, sfracellata contro un muro.»

SVETONIO, CALIGOLA, 56-59

Commodo

Dopo diverse congiure sventate, Commodo fu strangolato da Narciso, il gladiatore con cui si allenava, dopo un primo tentativo di avvelenarlo. La congiura era stata organizzata da Marcia, concubina dell’imperatore, e Emilio Leto, prefetto al pretorio. Pare che un ragazzino con cui giocava l’imperatore, ribattezzato da lui Filocommodo, trovò un foglietto di carta, e non sapendo leggere lo usava per giocare. Lo diede poi a Marcia, che lesse su quel foglio la lista di persone che l’imperatore voleva far uccidere, e c’era anche lei. La congiura fu organizzata rapidamente, ma riuscì (ce n’erano state diverse negli anni precedenti). Era il 31 dicembre 192 d.C. Il primo gennaio del 193 sarebbe diventato imperatore il prefetto dell’Urbe Pertinace, già comandante durante le guerre marcomanniche.

«Sotto la spinta di questo stato di cose – sebbene troppo tardi – il prefetto Quinto Emilio Leto e la sua concubina Marcia ordirono una congiura per assassinarlo. E in un primo tempo gli somministrarono del veleno: ma poiché questo non si mostrava efficace, lo fecero strangolare da un atleta con il quale era solito allenarsi.»

Historia Augusta, Commodo, 17, 1-2

Eliogabalo

Altro imperatore poco amato dai soldati (in particolare i pretoriani) e dal senato era Eliogabalo, reo di atteggiamenti troppo femminili e poco virili, che mal si addicevano alla virtù guerresca romana. Se le fonti dicono il vero, fece dei disastri a livello amministrativo, imponendo ovunque persone solo in base ai suoi gusti estetici e mai in base alle loro capacità, e inoltre di ogni estrazione sociale, sovvertendo ogni ordine gerarchico:

«Assunse alla prefettura del pretorio un saltimbanco, che aveva già esercitato a Roma la sua arte, creò prefetto dei vigili l’auriga Gordio, e prefetto all’annona il suo barbiere Claudio. Promosse alle rimanenti cariche gente che gli si raccomandava per l’enormità delle parti virili. Ordinò che a sovrintendere alla tassa di successione fosse un mulattiere, poi un corriere, poi un cuoco, e infine un fabbro ferraio. Quando faceva il suo ingresso nei quartieri militari o in senato, portava con sé la nonna, di nome Varia – quella di cui s’è detto precedentemente –, perché dal prestigio di lei gli venisse quella rispettabilità che da se stesso non poteva guadagnarsi; né prima di lui, come già dicemmo, alcuna donna ebbe mai a mettere piede in senato, così da essere invitata a partecipare alla redazione dei decreti, e a dire il proprio parere. Durante i banchetti si prendeva vicino soprattutto i suoi amasii, e godeva molto ad accarezzarli e palparli in maniera lasciva, né alcuno più di loro era pronto a porgergli la coppa, dopo che aveva bevuto.»

Historia Augusta, Eliogabalo, 12, 1-4

I soldati, e specialmente i pretoriani, non riuscirono a tollerare a lungo questi comportamenti, rivolgendo le loro speranze nei confronti di Alessandro, cugino di Eliogabalo, che era stato nominato Cesare:

«I soldati, dal canto loro, non potevano più sopportare che una tale peste di uomo si mascherasse sotto il nome di imperatore e, prima in pochi, poi a gruppi sempre più numerosi, si consultarono reciprocamente, tutti volgendo le loro simpatie verso Alessandro, che già aveva ottenuto il titolo di Cesare dal senato, ed era cugino di questo Antonino; avevano infatti in comune la nonna Varia, da cui Eliogabalo aveva preso il nome di Vario.»

Historia Augusta, Eliogabalo, 10, 1

Ormai cresceva il partito che supportava Alessandro e Eliogabalo temeva per la sua vita. Diede ordine a ogni senatore di allontanarsi dalla città, dopo aver mandato via, dietro richiesta dei soldati, i soggetti ritenuti più inadatti della sua corte. Infine, i pretoriani, non sopportandolo più, lo massacrarono, l’11 marzo del 222:

«Ma i soldati, e particolarmente i pretoriani, sia perché ben conoscevano – essi che già avevano cospirato contro Eliogabalo – sia perché vedevano apertamente l’odio che egli nutriva contro di loro […] e fatta una congiura per liberare lo Stato, prima di tutto i suoi complici […] con un tipo di morte […] dato che alcuni li uccidevano dopo averli evirati, altri li trafiggevano dal di sotto, perché la morte risultasse conforme al tipo di vita. Dopo di che fu assalito lui pure e ucciso in una latrina in cui aveva cercato di rifugiarsi. Fu poi trascinato per le vie. Per colmo di disonore, i soldati gettarono il cadavere in una fogna. Poiché però il caso volle che la cloaca risultasse troppo stretta per ricevere il corpo, lo buttarono giù dal ponte Emilio nel Tevere, con un peso legato addosso perché non avesse a galleggiare, di modo che non potesse aver mai a ricevere sepoltura. Prima di essere precipitato nel Tevere, il suo cadavere fu anche trascinato attraverso il Circo. Per ordine del senato fu cancellato dalle iscrizioni il nome di Antonino, che egli aveva assunto pretestuosamente, volendo apparire figlio di Antonino Bassiano, e gli rimase quello di Vario Eliogabalo. Dopo la morte fu chiamato il «Tiberino», il «Trascinato», l’«Impuro» e in molti altri modi, ogniqualvolta capitava di dover dare un nome ai fatti della sua vita. E fu il solo fra tutti i principi ad essere trascinato, buttato in una cloaca, ed infine precipitato nel Tevere.»

Historia Augusta, Eliogabalo, 16, 5; 17, 1-6

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