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L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è certamente uno degli eventi naturali catastrofici più famosi della storia antica, se non il più famoso. Tuttavia ci furono molti altri eventi disastrosi nell’antichità: dall’eruzione di Santorini che spazzò via i grandi regni dell’età del bronzo, passando per Pompei e il disastroso terremoto e maremoto di Messina e Reggio Calabria del 362 d.C. per arrivare ai ricorrenti terremoti subiti da Roma nel V-VI secolo: nel 442, 476, 484 e 508 i più importanti.



Origine di una tragedia

« Ecco il Vesuvio, poc’anzi verdeggiante di vigneti ombrosi, qui un’uva pregiata faceva traboccare le tinozze; Bacco amò questi balzi più dei colli di Nisa, su questo monte i Satiri in passato sciolsero le lor danze; questa, di Sparta più gradita, era di Venere la sede, questo era il luogo rinomato per il nome di Ercole. Or tutto giace sommerso in fiamme ed in tristo lapillo: ora non vorrebbero gli dèi che fosse stato loro consentito d’esercitare qui tanto potere. »

(Marziale, Lib. IV. Ep. 44)

L’area di Pompei era stata interessata da vari terremoti nei decenni precedenti l’eruzione del Vesuvio: nel 62 d.C. un violento terremoto aveva danneggiato gravemente la città, che era ancora non del tutto ricostruita quando avvenne l’eruzione del Vesuvio.

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Il mons Vesuvius era considerato dai romani un monte: in cima crescevano alberi e nulla lasciava intendere che al di sotto ci fosse la caldera di un vulcano; basti pensare che quasi due secoli prima Spartaco si era proprio accampato lì mentre fuggiva dai romani e aveva poi sorpreso e decimato nella notte le truppe di Claudio Glabro che lo assediavano.

Intorno all’una del pomeriggio del 24 agosto 79 d.C. (alcuni, in base a un codice rinascimentale e evidenze archeologiche – come la presenza di abiti più pesanti e frutti autunnali come noci spostano la data al 24 ottobre) con un boato terribile il Vesuvio eruttò.

Le sostanze eruttate per prime dal Vesuvio furono fondamentalmente pomici,quindi rocce vulcaniche originate da un magma pieno di gas e raffreddato. Mescolate alle pomici si trovano parti di rocce di altra natura che furono trasportate dal magma.

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Tuttavia molti morirono soffocati e/o colpiti da grandi detriti/pomici. Infine, chi sopravviveva, spesso messosi in salvo negli edifici, ne rimaneva vittima quando questi crollavano sotto il peso dei detriti e delle pomici. Chi si era dato prontamente alla fuga verso Nocera si era salvato, chi aveva scelto il mare no: infatti il vento tirava in direzione di Stabia ed Ercolano.

Gli abitanti di quest’ultima, affollati sulla banchina e in attesa dell’arrivo della flotta romana ormeggiata a Miseno, non molto distante, venne investita da una nube ardente che li polverizzò.

La testimonianza più rilevante della tragedia è quella di Plinio il Giovane, testimone quasi oculare, dato che si trovava in quei giorni a Miseno, a poca distanza da Pompei ed Ercolano. Trent’anni dopo descrisse l’evento all’amico Tacito:

« Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna [si seppe poi che era il Vesuvio]: nessun’altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la forma. Infatti slanciatosi in su in modo da suggerire l’idea di un altissimo tronco, si allargava poi in quelli che si potrebbero chiamare dei rami.»

In questa lettera Plinio il Giovane riferì anche le testimonianze sulla morte dello zio Plinio il Vecchio (senatore, uomo di cultura, amante della natura e autore della memorabile Naturalis Historia).

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Lo zio, comandante della flotta romana, di stanza a Capo Miseno, si era diretto ad Ercolano per andare ad aiutare la famiglia dell’amico Cesio Basso: egli provò a raggiungere la località vesuviana via mare, ma fu costretto a cambiare rotta, per cui si diresse verso Stabia, facendosi ospitare da Pomponiano.

Tuttavia, anche Stabia fu investita dall’eruzione (il vento spingeva nella direzione dove si trovava Plinio) e, soffocato dai vapori tossici, Plinio il Vecchio morì.

In una seconda lettera a Tacito descrisse ciò che accadde a Miseno. Egli racconta delle scosse di terremoto avvenute giorni prima, e la notte dell’eruzione le scosse «crebbero talmente da far sembrare che ogni cosa […] si rovesciasse». Inoltre, pareva che «il mare si ripiegasse su se stesso, quasi respinto dal tremare della terra», così che «la spiaggia s’era allargata e molti animali marini giacevano sulle sabbie rimaste in secco».

« Crederanno le generazioni a venire […] che sotto i loro piedi sono città e popolazioni, e che le campagne degli avi s’inabissarono? »

(Stazio, Silvarum Liber III)

L’imperatore Tito, succeduto al padre Vespasiano nel giugno dello stesso anno, cercò di portare aiuto attingendo anche al proprio patrimonio personale, ma le città di Pompei ed Ercolano, travolte dal Vesuvio, non vennero più ricostruite. Gli unici superstiti furono coloro i quali da Pompei si diressero subito verso Nocera; tutti quelli che si erano attardati vennero travolti dalla nube di gas, lapilli, cenere, e infine dalla colata stessa. Ad Ercolano la popolazione non aveva trovato via di scampo verso l’interno e si era dovuta rifugiare nella banchina del porto, in attesa di aiuto da parte della flotta di Miseno: Plinio infatti era salpato immediatamente, ma fu costretto a cambiare rotta e morì anch’egli per via dell’eruzione, mentre la gente di Ercolano, senza possibilità di fuga, fu travolta dall’eruzione.




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L’eruzione del Vesuvio: la distruzione di Pompei ed Ercolano
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