Privacy Policy L’impero romano e le sue province | STORIE ROMANE

«Sebbene il popolo gli offrisse con grande insistenza la dittatura, egli, piegato in ginocchio, tiratasi giù dalle spalle la toga e denudatosi il petto, supplicò di non addossargliela.»

svetonio, augusto, 52

Nel 27 a.C. il senato diede a Ottaviano, ormai unico padrone di Roma, il titolo di Augustus. Sommati a una serie di poteri straordinari (l’imperium proconsulare maius, ossia il comando militare assoluto, il titolo di princeps senatus, la possibilità di parlare per primo in senato), ottenne sostanzialmente il potere assoluto sebbene da privato cittadino (anche se gli veniva dato quasi annualmente il consolato).

Nel 23 a.C. ricevette l’ultimo potere che legittimava la sua “superiorità”: una tribunicia potestas a vita, che gli permetteva di essere sacro e inviolabile come i tribuni della plebe e gli concedeva la possibilità di porre il veto a qualunque azione del senato. Inoltre, alla morte di Lepido assunse il titolo di pontefice massimo, in modo da essere la massima autorità religiosa. Infine nel 2 a.C. ottenne il titolo di pater patriae.

«Augusto assunse cariche ed onori anche prima del tempo legale, alcune poi nuove ed a vita. Si pigliò il consolato a diciannove anni, avvicinando a Roma minacciosamente le sue legioni e inviando chi lo chiedesse per lui a nome dell’esercito; e poiché il Senato si mostrava esitante, il centurione Cornelio, capo della delegazione, gettò indietro il mantello, mostrando l’impugnatura della spada, e non esitò a dire in piena Curia: «Lo farà questa, se non lo farete voi». Esercitò il secondo consolato dopo nove anni, e il terzo con l’intervallo di un solo anno; i successivi, fino all’undicesimo, tutti di séguito. Dopo averne rifiutati molti che gli venivano conferiti, chiese egli stesso, dopo un lungo intervallo – erano trascorsi diciassette anni – il dodicesimo, e, due anni dopo, il tredicesimo: voleva accompagnare nel Foro rivestito della suprema magistratura i due figli Gaio e Lucio per il loro tirocinio, ciascuno a suo turno. I cinque consolati centrali – dal sesto al dodicesimo – li esercitò per tutto l’anno, gli altri, invece, o per nove mesi, o per sei o per quattro o per tre; il secondo, poi, per pochissime ore: il primo di gennaio sedette per un po’ sul seggio curule dinanzi al tempo di Giove Capitolino, poi rinunciò alla carica, mettendo un altro al suo posto. Non tutti i consolati inaugurò a Roma: il quarto in Asia, il quinto nell’isola di Samo, l’ottavo e il nono a Tarragona.»

SVETONIO, AUGUSTO, 26

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L’Italia

«Regolata in questo modo la capitale e le faccende della capitale, ripopolò l’Italia con ventotto colonie da lui stesso dedotte, le dotò variamente di opere e di rendite pubbliche, e in certo modo le uguagliò alla capitale, almeno in parte, per diritto e dignità. Escogitò infatti questa forma di votazione: i decurioni delle colonie, restando ciascuno nella sua colonia, davano i loro voti per i magistrati della capitale, e per il giorno delle elezioni li mandavano a Roma sigillati. Perché non venisse mai meno la disponibilità di persone per bene e la prolificità del popolo, accettava gli aspiranti al servizio come cavalieri anche dietro segnalazione ufficiale delle singole città, e a quei plebei che, nelle sue visite alle varie regioni, gli dimostrassero di avere figli o figlie, assegnava mille sesterzi per ognuno.»

Svetonio, augusto, 46

Augusto suddivise l’Italia in undici regioni, dando un primo assetto amministrativo alla penisola. La parte più importante era la città di Roma, soggetta al prefetto dell’Urbe, senatore più alto in grado e primo dopo l’imperatore.

Ai cittadini italici era stata data in blocco la cittadinanza romana ed erano esenti da ogni forma di imposta diretta, cui erano soggetti i soli provinciali e cittadini romani non di ius italicum. La Sicilia e la Sardegna erano, fin dalle guerre puniche, province propretorie.

A partire dal II secolo la gestione di aree più vaste delle singole regioni venne affidata a dei consolari, mentre alla fine del III secolo Diocleziano abolì ogni privilegio ed equiparò l’Italia a ogni altra provincia, facente parte in questo caso della diocesi Italiciana, che comprendeva però anche le isole.

L’Italia venne sostanzialmente divisa in due, con la parte a nord chiamata Annonaria (perché forniva l’annona all’esercito, che a differenza del Principato aveva dei reparti sulle Alpi) e Suburbicaria (da Roma in giù), perché doveva fornire grano e viveri al popolo di Roma.

L’organizzazione del Principato

La prima provincia romana, ovvero il primo territorio extra-italico, era stata la Sicilia, ottenuta in seguito alla prima guerra punica ed era amministrata da un propretore, ossia un ex pretore che faceva le veci di un pretore. La riduzione di un territorio in provincia comportava la sua totale sottomissione alla res publica, che la gestiva come cosa propria; tale dominio tuttavia comportava spesso prevaricazioni da parte dei senatori che gestivano le province (in quanto dotati di un imperium supremo in loco), in quanto l’unica assemblea che poteva giudicarli era il senato.

Le province, la più grande unità amministrativa romana all’infuori dell’Italia, erano a loro volta divise in circoscrizioni amministrative spesso dette conventus; talvolta in questi conventus venivano create colonie romane, il che faceva sì che alcune circoscrizioni fossero composte in maggioranza di cittadini romani. In ogni caso lo scopo di una provincia era di arricchire Roma, motivo per cui queste erano soggette a tassazione diretta (vectigal) e anche a intensivo sfruttamento della terra: nel corso del tempo i senatori infatti craearono enormi latifondi in questi territori.

«Si fece carico lui stesso delle province più importanti e che non era né facile né senza rischio che fossero governate da magistrati con potere annuale; le altre lasciò ai proconsoli per sorteggio. Alcune, tuttavia, mutò talvolta di categoria, e spesso visitò sia le une sia le altre. Alcune città federate, che per la loro sfrenatezza precipitavano nella rovina, privò della libertà; altre indebitate, alleggerì del loro carico, o, disastrate dal terremoto, fondò di nuovo, o, se potevano vantare meriti verso il Popolo Romano, premiò con la cittadinanza romana. Non c’è, io credo, alcuna provincia – tranne l’Africa e la Sardegna – che egli non abbia visitato. Una volta sconfitto Sesto Pompeo, mentre egli si preparava a raggiungere queste due province partendo dalla Sicilia, incessanti e pericolose tempeste glielo impedirono; poi non ci fu più occasione o motivo di recarvisi.

I regni di cui si impadronì per diritto di guerra – tranne pochi – o restituì a quelli a cui li aveva tolti, o li assegnò a personalità straniere. I re alleati egli legò anche tra loro stessi con reciproci vincoli di parentela, sempre pronto a conciliare e a favorire parentele ed amicizie. Ebbe a cuore tutti quanti, come membra e parti dell’impero, usando persino assegnare un tutore ai troppo piccoli di età o troppo deboli di mente, in attesa che crescessero o rinsavissero. Insieme con i suoi educò ed istruì i figli di moltissimi personaggi.»

svetonio, augusto, 47-48

Augusto creò una divisione di rango tra le province, che non furono più tutte sullo stesso piano: quelle più interne vennero date ai senatori, lasciando una parvenza di istituzioni repubblicane, mentre quelle più esterne, a contatto con i barbari e i regni orientali, dove erano state stanziate le legioni, vennero prese sotto il diretto controllo dell’imperatore, con la scusa di garantire la pace e la sicurezza della repubblica, che però di fatto era dominata da lui, detentore di tutto il potere militare tramite imperium proconsulare maius et infinitum e anche civile in virtù della sua tribunicia potestas.

Le province senatorie continuarono a essere amministrate dai proconsoli o prepretori come in passato, affiancati da questori di rango senatorio per la gestione finanziaria. Quelle imperiali invece erano affidate dall’imperatore a suoi delegati, sempre senatori, ma chiamati legati Augusti pro praetore (delegati dell’Augusto con potere propretorio), di norma un ex console o un ex proconsole e venivano affiancati da procuratores Augusti, procuratori imperiali, che gestivano le finanze delle province.

Unica eccezione era l’Egitto, governato da un prefetto equestre (praefectus Alexandreae et Aegypti) di diretta nomina da parte del Principe; al contempo le legioni egiziane erano comandate da cavalieri, prefetti, e non senatori, legati. Resterà l’unica provincia con tale statuto fino all’aggiunta della provincia di Mesopotamia sotto Settimio Severo, anch’essa retta da prefetti equestri e le cui legioni erano comandate anch’esse da prefetti. Tuttavia a partire da Claudio le province di nuova acquisizione (Raetia, Noricum, Mauretania Tingitana, Mauretania Cesariensis, Alpes Maritimae, Alpes Cottiae, Alpes Poeninae, Thracia, Cappadocia, Iudaea, Sardinia) vennero rette da procuratores Augusti, ossia la massima carica del cursus honorum per un cavaliere a partire proprio da questo imperatore. Queste province avevano tuttavia la caratteristica di non avere legioni al proprio interno (che erano ancora comandate tranne nei casi sopra menzionati da senatori) ma al massimo reparti di auxilia e inoltre in queste province il procuratore accentrava in sè anche le competenze finanziarie.

In ogni caso non bisogna pensare che le province senatorie fossero “libere” dal controllo imperiale, che comunque sceglieva i rappresentati senatori di queste province. Inoltre molte province vennero suddivise nel corso del tempo, per evitare usurpazioni e l’accentramento di troppe legioni. Comunque ogni provincia poteva cambiare di statuto a seconda del volere imperiale e nel corso del tempo le province imperiali e procuratorie fagocitarono quelle senatorie.

L’esercito del Principato

«Quanto alle truppe di terra, legioni e reparti ausiliari distribuì nelle varie province; di flotte, ne dislocò una a Miseno e un’altra a Ravenna, a presidio dell’Adriatico e del Tirreno. I restanti effettivi assegnò in parte alla difesa di Roma, in parte alla sua difesa personale, dopo aver congedato il corpo dei Calagurritani, che aveva tenuto sino alla vittoria su Antonio, e quello dei Germani che aveva tenuto accanto a sé tra gli altri armati sino alla catastrofe di Varo. Però non permise che ci fossero in Roma più di tre coorti, per di più senza una specifica caserma; le altre coorti usava far andare, sia per gli alloggiamenti invernali, sia per quelli estivi, nelle cittadine vicine. Tutti quanti i soldati, dovunque fossero, li legò ad un determinato regolamento di stipendi e di premi, fissando, secondo il grado di ciascuno, la durata del servizio militare e i benefìci del congedo definitivo, perché dopo il congedo non si sentissero sollecitati, o dall’età o dalla miseria, ad azioni sovversive. Perché bastassero sempre, e senza difficoltà, i fondi per mantenerli e per premiarli, costituì una cassa militare, alimentata da nuove imposte. Per essere poi più rapidamente e facilmente avvertito e informato di tutto ciò che avvenisse nelle singole province, dapprima dispose a brevi distanze, sulle strade militari, delle giovani staffette, poi delle vetture. Questa seconda soluzione apparve più comoda: quelli che da qualche luogo portano lettere, se non c’è cambio, possono essere anche interrogati, se le circostanze esigono qualche provvedimento.»

svetonio, augusto, 49

In seguito alla fine delle guerre civili e la sconfitta di Marco AntonioOttaviano aveva ereditato circa 60 legioni, molte delle quali arrese dopo Azio e molte altre decimate e con ranghi tutt’altro che pieni. Per riorganizzare questa enorme mobilitazione di forze armate, ormai professionali e direttamente stipendiate da lui, decise di accorpare molte legioni (da qui quelle che portano il nome di gemina, ossia gemella) e scioglierne altre, dando ai veterani le terre promesse, arrivando al numero di 28.

Si stima che circa 150.000 cittadini militassero nelle legioni e altrettanti non cittadini, peregrini (stranieri che vivevano nelle province sottomesse a Roma) e barbari, negli auxilia, coorti e ali ausiliarie che diventarono stabili ma mai accorpate in unità tattiche superiori alle 1.000 unità (le coorti e ale dette miliaria o le equitatae, ossia miste di fanti e cavalieri). A questi si aggiungevano i marinai della flotta, collocata in larga parte a Miseno in Campania e Classe, vicino Ravenna. Esistevano anche piccole flotte minori come ad Alessandria ma il Mediterraneo era ormai pacificato dopo la campagna di Pompeo contro la pirateria.

In totale dunque l’esercito romano nel I-II secolo d.C., al netto di successivi nuovi reclutamenti e creazione di nuovi reparti, contava all’incirca 400-450.000 uomini, sparsi in un territorio che andava dalla Britannia (conquistata da Claudio e che contava in media ben 3 delle circa 30 legioni) alla Mesopotamia.

Ottaviano, ottenuto il titolo di Augusto nel 27 a.C., continuò ad espandere la repubblica romana, che formalmente manteneva in vigore, con una parvenza di continuità costituzionale. Di fatto ormai Roma era sotto il suo controllo politico e militare, avendo ottenuto l’imperium proconsulare maius et infinitum. Durante tutto il suo principato i romani si espansero nel Norico, Illirico, Pannonia, Spagna e Germania; quest’ultima tuttavia fu persa nella sua parte oltre il Reno dopo la disfatta di Teutoburgo.

Pertanto le legioni furono impegnate fino all’epoca di Tiberio in continue campagne militari, specialmente nella zona renana e danubiana. Al termine di queste lunghe campagne militari, che portarono il limes al Reno e al Danubio (e pacificarono la Spagna dopo secoli), le legioni vennero collocate inizialmente in zone non troppo vicine alla frontiera, seppure in province imperiali (ovvero sotto la giurisdizione dell’imperatore: all’incirca tutte quelle che confinavano con le popolazioni barbariche).

Alcune legioni erano raggruppate in campi che ne contenevano più di una; molte erano in Germania e nell’Illirico, pronte a intervenire in caso di necessità. Come ha detto giustamente Luttwak, queste legioni avevano un potere deterrente enorme: bastava il loro stazionamento e il timore dell’intervento romano, aiutato da una serie di stati clienti limitrofi e gli auxilia, per evitare gli sconfinamenti nelle province.

Tuttavia a mano a mano le legioni (e le coorti e ali ausiliarie) vennero spostate sempre più lungo il confine (spesso coincidente coi fiumi naturali, come il Reno e il Danubio, mentre in oriente generalmente erano più vicine alle città), che divenne fortificato e sempre meno permeabile a spostamenti di popolazione incontrollati. Domiziano infine dispose, per evitare accentramenti militari e di finanze (conservate negli accampamenti per pagare le legioni) che avrebbero stimolato alcuni governatori a ribellarsi, decise di vietare accampamenti che contenessero più di una legione.

Oltre alle legioni, gli auxilia e i marinai della flotta erano presenti a Roma 9 coorti di pretoriani (poi diventate 10). Augusto le aveva stanziate in varie regioni italiane, ma già Tiberio decise di raggrupparle a Roma nei castra pretoria. In suo onore presero come simbolo lo scorpione, segno zodiacale dell’imperatore.

Augusto creò anche un corpo di vigiles, divisi in 7 coorti (una ogni due quartieri in cui era divisa la città), reclutate perlopiù tra liberti, che avevano il compito di garantire la sicurezza dell’Urbe e fungere da pompieri all’occorrenza, demolendo gli edifici pericolanti per evitare il propagare delle fiamme. Infine tre coorti urbane (diventate poi cinque), sotto il controllo del prefetto dell’Urbe, un senatore, e quindi svincolate formalmente dal principe, completavano le forze di polizia di Roma.

L’imperatore aveva a sua disposizione per la sua difesa personale non solo i pretoriani, ma anche le guardie del corpo germaniche, usate per la prima volta da Cesare, chiamati germani corporis custodes, all’incirca 500-1.000 uomini, delle vere e proprie guardie private, perlopiù di origine batava.

Sciolte dopo Nerone, furono riformate da Traiano come equites singulares, dei cavalieri scelti reclutati tra i migliori soldati a cavallo dell’impero. Erano alloggiati in un castra nel luogo dove oggi sorge la basilica di San Giovanni. Proprio l’accampamento, ormai inutile dopo lo scioglimento anche dei pretoriani dopo Costantino, funse da fondamenta per una delle prime basiliche di Roma.

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La riforma di Diocleziano

Diocleziano decise inizialmente di divedere l’impero con uno suo compagno d’armi, un soldataccio di nome Massimiano. Dopo un incontro avvenuto a Milano nel 290-91, mentre la città diveniva sede sempre più stabile di Massimiano (con Diocleziano che si stabiliva principalmente a Nicomedia in Asia Minore), nel 293 Diocleziano decise di suddividere ulteriormente l’impero, stabilendo una regola che secondo lui avrebbe garantito la sicurezza di successione, evitando guerre civili e proteggendo meglio i confini: la tetrarchia.

Ogni Augusto avrebbe scelto un Cesare, a lui subordinato, che gli sarebbe subentrato nella carica, divenendo Augusto e scegliendo un nuovo Cesare e così via. I primi due Cesari sarebbero stati Galerio per Diocleziano e Costanzo Cloro per Massimiano, cui vennero affidate anche alcune regioni dei due Augusti, per “prepararli” all’amministrazione dell’impero.

Di conseguenza l’intero assetto amministrativo provinciale venne riorganizzato in base alle nuove esigenze: le province vennero in larga parte sdoppiate, divenendo più piccole, e anche le cariche politiche e militari vennero divise, con i praesides (già introdotti tra il finire del II e il principio del III secolo: aumentando le cariche svolte da cavalieri si creò questa figura “generica”) a reggere l’amministrazione e i duces a comandare le forze militari, seguendo l’idea che così sarebbe stato più difficile innescare una guerra civile.

Inoltre le province furono raggruppate in diocesi, in numero di 12, rette da vicari dei prefetti al pretorio (che dopo Costantino diventeranno cariche puramente civili); l’Italia stessa venne equiparata al rango di provincia, perdendo i precedenti privilegi che gli concedeva in precedenza lo ius italicum, unificando anche la tassazione all’interno dell’impero.

L’Italia faceva parte della diocesi Italiciana. A differenza delle altre ebbe due vicarii, uno a Milano, con controllo delle province di funzione militare, come la Rezia e il Norico e l’annona militare, e uno a Roma, con controllo sul sud Italia e le isole. Infatti l’Italia del nord era detta annonaria perché doveva fornire l’annona militare, cosa cui era esclusa quella meridionale, detta suburbicaria, che invece doveva rifornire la città di Roma. Da questa divisione trasse vantaggio la città di Milano, che crebbe esponenzialmente, venendo costruite nuove mura, il palazzo imperiale, terme, anfiteatro, circo e dimore sfarzose.

L’esercito della tetrarchia

La moltiplicazione delle province e delle relative funzioni amministrative e militari, con la creazione di quattro corti imperiali, costrinse Diocleziano a suddividere i reparti militari e dare maggiore continuità alle vessillazioni create tra la fine del II secolo e tutto il III, che divennero stabili. Furono create anche nuove legioni, di cui alcune sappiamo avevano l’organico delle legioni del principato.

Dunque la progressiva frammentazione dell’esercito in reparti più piccoli continua nel IV secolo, specialmente da Costantino in poi, mentre alcuni reparti come i successivi limitanei sono lievemente più grandi. Tuttavia la tendenza alla frammentazione fa sì che nel giro di alcuni decenni le legioni saranno formate da non più di 2.000 effettivi, contro i circa 5-6.000 precedenti.

L’esercito, che faceva ora affidamento su reparti molto più variegati e specializzati (e molti più ausiliari e truppe a cavallo, anche pesanti), venne disposto principalmente lungo le frontiere, rafforzate con la creazione di forti e fortini militari, come un muro che impedisse ai nemici di entrare. Anche in oriente e in Africa vennero creati forti nel deserto, con strade che li collegavano. Zosimo era convinto che questa idea fosse quella giusta, al contrario di Costantino che stabilì parte dell’esercito (comitatense) nelle città di frontiera, sguarnendo i confini:

« Queste misure di sicurezza vennero meno con Costantino, che tolse la maggior parte dei soldati dalle frontiere e li insediò nelle città che non avevano bisogno di protezione; privò dei soccorsi quelli che erano minacciati dai barbari e arrecò alle città tranquille i danni provocati dai soldati: perciò ormai moltissime risultano deserte. Inoltre lasciò rammollire i soldati, che frequentavano i teatri e si abbandonavano a dissolutezze: in una parola fu lui a gettare il seme, a causare la rovina dello Stato che continua sino ai giorni nostri. »

Zosimo, Storia nuova, II, 34,2

Zosimo tuttavia era un autore pagano, che cercava di screditare Costantino; Lattanzio, che invece era cristiano, sostiene nel suo De mortis persecutorum che la causa del principio dei mali fu proprio Diocleziano, che avrebbe quadruplicato l’esercito, rendendo le spese insostenibili.

Anche tale assunzione è falsa, poichè stime moderne hanno stimato in circa 450.000 effettivi l’esercito della tetrarchia (con stime ottimistiche di 600.000 per l’esercito del periodo), quindi molto lontano da una quadruplicazione, poiché l’esercito precedente contava proprio all’incirca 425-450.000 effettivi.

Una quadruplicazione sarebbe stata impossibile sia a livello fiscale (tanto nell’annona quanto nel pagamento) sia a livello demografico. Lo storico bizantino Giovanni Lido, che scrive nel VI secolo d.C. (all’epoca di Giustiniano) scrive che l’esercito contava circa 435.000 uomini (389.704 di terra e 45.562 di marina), una cifra talmente precisa e simile alle stime moderne che si suppone sia stata tratta dagli archivi ufficiali.

Diocleziano impose anche che i figli seguissero il lavoro paterno (e quindi i figli dei soldati sarebbero stati anche loro soldati) e per ovviare alla carenza di reclute impose il reclutamento forzato, il dilectus, tra i coloni dei proprietari terrieri. I quali tuttavia spesso non volevano privarsene e per questo potevano sostituire la recluta con una tassa, l’aurum tironicum, che serviva dunque spesso a reclutare dei barbari al loro posto. Anche i romani stessi cercavano di scampare alla coscrizione fuggendo o infliggendosi automutilazioni.

In sostanza, per quanto l’esercito del tardo III secolo (e ancora di più quello post-costantiniano) si discostasse profondamente da quello del principato, ponendo a compimento una serie di trasformazioni avvenute tra II e III secolo, si dimostrò altamente efficiente: nel 298 il Cesare Galerio riuscì a lanciare una vittoriosa campagna contro la Persia. Dopo la vittoria di Satala i romani dilagarono in Mesopotamia, che tornò in larga parte sotto il dominio romano; i persiani furono costretti a siglare una pace umiliante, dopo la cattura di Ctesifonte e di un larghissimo bottino.

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