Privacy Policy L’Italia romana – la prima Unità della storia | STORIE ROMANE

«Regolata in questo modo la capitale e le faccende della capitale, ripopolò l’Italia con ventotto colonie da lui stesso dedotte, le dotò variamente di opere e di rendite pubbliche, e in certo modo le uguagliò alla capitale, almeno in parte, per diritto e dignità. Escogitò infatti questa forma di votazione: i decurioni delle colonie, restando ciascuno nella sua colonia, davano i loro voti per i magistrati della capitale, e per il giorno delle elezioni li mandavano a Roma sigillati. Perché non venisse mai meno la disponibilità di persone per bene e la prolificità del popolo, accettava gli aspiranti al servizio come cavalieri anche dietro segnalazione ufficiale delle singole città, e a quei plebei che, nelle sue visite alle varie regioni, gli dimostrassero di avere figli o figlie, assegnava mille sesterzi per ognuno.»

SVETONIO, AUGUSTO, 46

Augusto suddivise l’Italia in undici regioni, dando un primo assetto amministrativo alla penisola. La parte più importante era la città di Roma, soggetta al prefetto dell’Urbe, senatore più alto in grado e primo dopo l’imperatore. Ai cittadini italici era stata data in blocco la cittadinanza romana ed erano esenti da ogni forma di imposta diretta, cui erano soggetti i soli provinciali e cittadini romani non di ius italicum. La Sicilia e la Sardegna erano, fin dalle guerre puniche, province propretorie.

A partire dal II secolo la gestione di aree più vaste delle singole regioni venne affidata a dei consolari, mentre alla fine del III secolo Diocleziano abolì ogni privilegio ed equiparò l’Italia a ogni altra provincia, facente parte in questo caso della diocesi Italiciana, che comprendeva però anche le isole.

L’Italia venne sostanzialmente divisa in due, con la parte a nord chiamata Annonaria (perché forniva l’annona all’esercito, che a differenza del Principato aveva dei reparti sulle Alpi) e Suburbicaria (da Roma in giù), perché doveva fornire grano e viveri al popolo di Roma.

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La guerra sociale e l’estensione della cittadinanza

Nel II secolo a.C. il senato aveva assunto una sempre maggiore preminenza, mentre al contempo la forte espansione di Roma nel Mediterraneo privava sempre più l’Urbe della partecipazione politica, finendo per far assumere alla nobilitas senatoria un controllo maggiore sulla res publica. In seguito alla lex Calpurnia del 149 a.C. il senato era arrivato a controllare perfino i processi contro la malversazione e corruzione nelle province, che però erano sempre amministrate dai senatori stessi.

In questo contesto si inseriva il programma gracchiano dei fratelli Tiberio e Gaio di ridare maggior peso ai piccoli proprietari terrieri, sempre più assenti per molti anni dall’Italia, impegnati in lunghe e complesse campagne militari. Contemporaneamente sul finire del II secolo a.C. assunsero sempre più importanza le realtà urbane nella penisola, sulla scia dei grandi commerci che derivavano dalle conquiste (come anche il regno di Pergamo che nel 133 a.C. venne ereditato dai romani secondo il testamento di Attalo III) in oriente.

Il ceto senatorio, essenzialmente tradizionalista e conservatore, non vedeva di solito di buon occhio l’apertura verso il mondo ellenico e dunque grecofono. Le enormi ricchezze permisero a molti di arricchirsi, tanto nel ceto equestre quanto nei negotiatores, che praticavano il commercio tra l’Italia e l’oriente e che in quest’ultimo luogo venivano qualificati generalmente come “romani”, anche se erano spesso italici privi della cittadinanza.

Anche le leggi agrarie di Tiberio Gracco avevano probabilmente sottratto parte dei territori degli italici a vantaggio dei cittadini romani. Dunque, gli italici desideravano partecipare attivamente alla vita politica e sociale, specialmente ora che si aprivano molte opportunità (e visto anche il processo di sempre maggiore assimilazione nel II secolo a.C., in cui gli ordinamenti politici locali si erano sempre più adeguati al modello romano), ma allo stesso tempo la classe dirigente romana si muoveva verso una chiusura dei diritti ai socii peninsulari.

Durante il tribunato della plebe di Lucio Apuleio Saturnino (103-100 a.C.) avvenne un’estesa immissione di italici nel corpo della cittadinanza, facendo passare nelle liste dei cittadini molti italici (probabilmente anche sulla scia delle invasioni di cimbri e teutoni affrontate da Gaio Mario e la sua apertura all’esercito ai proletari); anche il censimento del 97 a.C. fece entrare molti che legalmente non avevano diritto, motivo per cui nel 95 a.C. con la lex Licinia Mucia venne votata l’espulsione di coloro che erano entrati illegalmente nel corpo civico.

Nel 91 a.C. il tribuno della plebe Marco Livio Druso propose una serie di riforme: immettere nel senato 300 cavalieri per riequilibrare il conflitto tra gli ordini, ridistribuire alcune terre ai cittadini romani e concedere la civitas romana alle popolazioni italiche. La proposta venne osteggiata tanto dal ceto senatorio quanto da quello equestre; anche parte degli italici si dichiararono contrari perché la legge avrebbe annullato le distanze sociali al loro interno.

Guerra in Italia

La situazione precipitò alla morte di Lucio Licinio Crasso, principale sostenitore di Druso; il console in carica Lucio Marcio Filippo si oppose strenuamente al provvedimento, dichiarandolo nullo e non facendolo mai giungere alla votazione finale (sebbene in parte fosse già stato votato). Infine, dei sicari (forse legati al console) uccisero il tribuno della plebe. La guerra (inizialmente bellum marsicum, poi bellum italicum, infine bellum sociale) a questo punto divenne inevitabile e scoppiò alla fine dello stesso anno, portando ad una coalizione di popoli italici contrapposti a Roma con capitale nella peligna Corfinium.

Inoltre, vennero coniate delle monete, tra cui alcune con la scritta Italia (per la prima volta nella storia una moneta rappresentava l’unità dei popoli italici); anche la città venne ribattezzata Italia. Gli italici si diedero una struttura federale e delle assemblee che ricalcavano i modelli romani: in fondo per tutto il II secolo a.C. le popolazioni italiche si erano sempre più “romanizzate” anche nei costumi politici. Tutte le colonie latine (a eccezione di Venusia) rimasero tuttavia fedeli a Roma. In ogni caso è bene precisare che la ribellione fu voluta e messa in atto dalle classi dirigenti dei popoli italici, facendo anche leva su sentimenti antiromani latenti, in modo da ottenere rapidamente la concessione della cittadinanza e contare nelle sorti politiche.

Il successivo svolgimento militare può essere ricostruito con buona approssimazione grazie al racconto di Appiano (Bella civilia, 1.175-231). La strategia romana fu fin da subito quella di dividere gli alleati su due fronti, inviando in quello settentrionale – comandato da Poppaedius Silo (sul fronte marsico) – il console Publio Rutilio Lupo e in quello meridionale – comandato da Papius Mutilus (sul fronte sannitico) – il console Lucio Giulio Cesare, puntando verso la via Valeria contro marsi e peligni. Poppaedius Papius avevano la carica di console: l’ordinamento datosi dai ribelli ricalcava anche nella carica più elevata quello romano. Si combatté anche in Campania e nel Sannio, infine nell’89 a.C. venne presa Asculum: la vittoria romana era stata repentina; d’altronde Publio Rutilio Lupo e Lucio Giulio Cesare avevano avuto come aiutanti niente meno che, rispettivamente, Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla.

Già nel 90 a.C. i romani avevano deciso di concedere la cittadinanza romana agli alleati rimasti fedeli tramite la lex Iulia de civitate, proposta dal console Lucio Giulio Cesare, zio del ben più famoso dittatore. La legge probabilmente prevedeva già le disposizioni su come ottenere la civitas: le comunità avrebbero votato se ottenere la cittadinanza e dopo sarebbero state iscritte in otto nuove tribù provvisorie (oltre le 35 già esistenti), per poi essere riassorbite nel corso del tempo, in modo da evitare fin da subito un preponderante peso politico delle popolazioni italiche.

Nell’89 a.C. la lex Plautia Papiria terminò il processo di concessione della cittadinanza, data a tutti gli abitanti liberi a sud del Po, con l’eccezione di sanniti e lucani ancora in armi. Per le popolazioni a nord del fiume padano venne concesso dal console Pompeo Strabone lo ius latii, ossia la cittadinanza latina senza la deduzione di nuovi coloni, promulgando nello stesso anno la lex Pompeia. In questo modo i magistrati locali diventavano automaticamente cittadini romani; probabilmente nel provvedimento si dichiarava anche che le comunità rurali dovessero essere adtributae al più vicino insediamento romano (e quindi ottenere lo stesso status giuridico).

Infine, nel 49 a.C., venne concessa anche alla Transpadana la cittadinanza romana, rendendo di fatto l’Italia una penisola fatta di cittadini romani, e quindi giuridicamente uguali tra loro (pur rimanendo una forte percentuale di schiavitù, specialmente nella città di Roma – ma gli schiavi liberati, se avevano un padrone romano, diventavano anch’essi cittadini, e ciò non capitava raramente).

La difesa dell’Italia

Dopo la fine della repubblica e l’instaurazione del PrincipatoAugusto si dotò di nove coorti di pretoriani, distribuite però in varie città d’Italia. A Roma stavano le sole coorti urbane e i vigiles, creati dall’imperatore. Fu Tiberio il primo a stabilire in modo permanente delle truppe a lui fedeli nei pressi dell’Urbe, accorpando le nove coorti di pretoriani e stabilendole nei castra praetoria.

Tuttavia la vera guardia privata del corpo dell’imperatore era formata da barbari, i germani corporis custodes, che affiancavano i pretoriani. Tra loro specialmente batavi, una tribù che viveva negli attuali Paesi Bassi e che aveva stretto un patto di fedeltà con Roma. Svetonio narra che Caligola per primo reclutò alcuni traci:

«Mal sopportava la madre che disapprovava e rimproverava con molta severità quanto egli facesse o dicesse, e in un primo tempo cercò di renderla impopolare, mostrando per finta l’intenzione di abdicare al comando e di ritirarsi a Rodi, poi la privò di tutti gli onori, di ogni potere, le tolse la scorta personale di soldati germanici e la fece allontanare dalla sua presenza e poi anche dalla reggia.»

SVETONIO, NERONE, 34

Nerone sdoppiò perfino la guardia, assegnandone una parte alla madre Agrippina. Di sicuro la convivenza di questi barbari con la popolazione romana non era sempre facile: Tacito racconta come gli ausiliari batavi di Vitellio, al loro ingresso a Roma, non seppero contenere la folla e usarono le loro lunghe lance, uccidendo alcuni cittadini. La guardia venne poi sciolta da Traiano e riformata come corpo ufficiale e non più privato in equites singulares, con elementi tratti tra i migliori reparti ausiliari.

pretoriani erano un corpo scelto, nato sotto la repubblica e arruolato saltuariamente dal comandante di turno tra i soldati che componevano le legioni che lo seguivano, specialmente a partire dal III secolo a.C. Cesare utilizzò la legio Decima come sua fedele, alla stregua di guardia pretoriana, mentre Augusto le diede la sua struttura definitiva di nove coorti. Tiberio le spostò, dietro consiglio del prefetto al pretorio Seiano, nei nuovi castra praetoria tra il Viminale e l’Esquilino. Le coorti erano comandate da due prefetti al pretorio e ogni coorte aveva al comando un tribuno (mentre nelle legioni un tribuno comandava forse due coorti). Il numero di nove coorti era significativo poiché significava poco meno di una legione, dando l’apparenza che non ci fossero truppe in Italia. Sotto la dinastia giulio-claudia la prefettura al pretorio divenne l’apice della carriera equestre, divenendo poi nei secoli una delle figure più importanti in assoluto.

«In tutta Italia Tiberio dispose qua e là distaccamenti militari più numerosi di prima. A Roma costituì una caserma in cui venissero alloggiate le coorti pretoriane, che fino a quel momento non avevano sede fissa ed erano sparse qua e là in diversi alloggiamenti.»

SVETONIO, TIBERIO, 37

Le coorti urbane e di vigili

Augusto decise anche di riorganizzare la città di Roma, dividendola in quattordici quartieri. Ogni due c’era una coorte di vigili, per un totale di 7. Questo era un nuovo corpo organizzato dal princeps per mantenere l’ordine pubblico. Arruolati perlopiù tra liberti, non erano armati. Ogni coorte aveva sette centurie e il loro comandante era un praefectus vigilium:

«Augusto suddivise l’area della città in quartieri e rioni, e stabilì che agli uni sovrintendessero magistrati annuali estratti a sorte, agli altri dei commissari scelti tra la plebe della zona. Contro gli incendi escogitò guardie notturne e vigili; per far fronte alle inondazioni del Tevere, fece allargare e ripulire il letto del fiume, ormai intasato da detriti e ristretto dall’estensione degli edifici.»

SVETONIO, AUGUSTO, 30

Molti degli strumenti che avevano i vigili erano infatti adatti più a domare gli incendi, abbattendo spesso gli edifici, come lampade, secchi, scope, siphones (una sorta di idranti in cuoio), asce, ramponi, zappe, seghe, pertiche, scale e corde, centones (coperte bagnate). Oltre ai vigiles stazionavano a Roma anche tre coorti urbane, l’unico corpo che restava sotto il controllo diretto del senato, essendo comandante dal prefetto dell’Urbe. Alla morte di Caligola il senato tuttavia non riuscì a ripristinare la repubblica poiché i pretoriani, maggiori in numero, avevano già acclamato Claudio imperatore:

«Infatti i consoli avevano occupato il foro e il Campidoglio insieme al Senato e alle coorti urbane, con l’intenzione di reinstaurare la libertà repubblicana. Claudio, convocato in Senato dai tribuni della plebe per esprimere il suo parere, rispose che «era impedito da cause di forza maggiore». Il giorno seguente, però, poiché il Senato era troppo lento nel perseguire i suoi intenti, vuoi per stanchezza, vuoi per dissensi interni, e la folla d’intorno chiedeva insistentemente che le venisse dato un governatore unico e faceva proprio il suo nome, [Claudio] consentì che l’esercito, riunito in assemblea, gli prestasse giuramento. Promise a ciascuno quindicimila sesterzi e fu il primo tra i Cesari a comprare la fedeltà dell’esercito.»

SVETONIO, CLAUDIO, 10

Inizialmente forse anch’esse erano nei castra praetoria, ma successivamente, da Settimio Severo, vennero spostate in una caserma separata nella VII regio Augustea, la Via Lata, attorno l’attuale Piazza di Spagna.

La tetrarchia e il tardo impero

Dopo un incontro avvenuto a Milano nel 290-91, mentre la città diveniva sede sempre più stabile dell’imperatore Massimiano (con Diocleziano che si stabiliva principalmente a Nicomedia in Asia Minore), nel 293 Diocleziano decise di suddividere ulteriormente l’impero, stabilendo una regola che secondo lui avrebbe garantito la sicurezza di successione, evitando guerre civili e proteggendo meglio i confini: la tetrarchia.

Ogni Augusto avrebbe scelto un Cesare, a lui subordinato, che gli sarebbe subentrato nella carica, divenendo Augusto e scegliendo un nuovo Cesare e così via. I primi due Cesari sarebbero stati Galerio per Diocleziano e Costanzo Cloro per Massimiano, cui vennero affidate anche alcune regioni dei due Augusti, per “prepararli” all’amministrazione dell’impero.

Di conseguenza l’intero assetto amministrativo provinciale venne riorganizzato in base alle nuove esigenze: le province vennero in larga parte sdoppiate, divenendo più piccole, e anche le cariche politiche e militari vennero divise, con i praesides (già introdotti tra il finire del II e il principio del III secolo: aumentando le cariche svolte da cavalieri si creò questa figura “generica”) a reggere l’amministrazione e i duces a comandare le forze militari, seguendo l’idea che così sarebbe stato più difficile innescare una guerra civile. Inoltre le province furono raggruppate in diocesi, in numero di 12, rette da vicari dei prefetti al pretorio (che dopo Costantino diventeranno cariche puramente civili); l’Italia stessa venne equiparata al rango di provincia, perdendo i precedenti privilegi che gli concedeva in precedenza lo ius italicum, unificando anche la tassazione all’interno dell’impero.

L’Italia faceva parte della diocesi Italiciana. A differenza delle altre ebbe due vicarii, uno a Milano, con controllo delle province di funzione militare, come la Rezia e il Norico e l’annona militare, e uno a Roma, con controllo sul sud Italia e le isole. Infatti l’Italia del nord era detta annonaria perché doveva fornire l’annona militare, cosa cui era esclusa quella meridionale, detta suburbicaria, che invece doveva rifornire la città di Roma. Da questa divisione trasse vantaggio la città di Milano, che crebbe esponenzialmente, venendo costruite nuove mura, il palazzo imperiale, terme, anfiteatro, circo e dimore sfarzose.

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