Privacy Policy Lo schieramento romano in battaglia | STORIE ROMANE

Durante la repubblica i romani avevano adottato nuove tattiche da etruschi, sanniti, greci e celti, formando così il loro modo di combattere: due (poi quattro) legioni, affiancate da altrettanti alleati italici, ognuna schierata su tre linee di hastati, principes e triarii. Davanti c’erano i veliti che ingaggiavano una scaramuccia col nemico, mentre i cavalieri erano ai fianchi. I legionari erano disposti a scacchiera, con i principes pronti a colmare i vuoti e sostituire gli hastati se necessario, con i triari alle loro spalle in ginocchio, pronti a combattere. Quest’ultimi entravano in battaglia solo se strettamente necessario:

«Quando l’esercito aveva assunto questo schieramento, gli hastati iniziavano primi fra tutti il combattimento. Se gli hastati non erano in grado di battere il nemico, retrocedevano a passo lento e i principes li accoglievano negli intervalli tra loro. […] i triarii si mettevano sotto i vessilli, con la gamba sinistra distesa e gli scudi appoggiati sulla spalla e le aste conficcate in terra, con la punta rivolta verso l’alto, quasi fossero una palizzata… Qualora anche i principes avessero combattuto con scarso successo, si ritiravano dalla prima linea fino ai triarii. Da qui l’espressione in latino “Res ad Triarios rediit” (“essere ridotti ai Triarii”), quando si è in difficoltà.»

T. LIVIO, AB URBE CONDITA LIBRI VIII, 8, 9-12

Il manipolo

Gli hastati, come indica il nome, dovevano essere dotati in principio delle hastae, le lunghe lance in dotazione ai triarii, ma che già nel III secolo a.C. dovettero abbandonarle a favore del pilum. Completava l’equipaggiamento lo scutum ovale, l’elmo (specialmente Montefortino) e la spada, sostituita dalla seconda guerra punica dal gladio ispaniense, oltre a una placca di metallo che fungeva da corazza, e uno schiniere per la gamba sinistra, posizionata più avanti in combattimento.

principes, più abbienti e anziani, formavano la seconda linea, e potevano generalmente contare su alcuni equipaggiamenti migliori, come cotte di maglia (loricae hamatae), che fornivano migliore protezione. L’equipaggiamento offensivo era analogo a quello degli hastati. L’ultima linea era formata dai triarii (tanto che per i romani dire “arrivare ai triarii” significava giungere a una situazione disperata), raramente usati in battaglia e solo se le cose volgevano al peggio. Erano equipaggiati come i principes, ma erano dotati di una lunga lancia al posto del pilum, e pare attendessero lo scontro in ginocchio. Infine i più abbienti, raccolti nelle diciotto centurie più abbienti degli equites durante i comizi centuriati, combattevano a cavallo, e se non potevano permetterselo gli veniva dato un cavallo pubblico, equus publicus.

L’esercito veniva schierato su tre linee disposte a scacchiera, con i velites davanti gli hastati, e dietro di questi i principi; in ultima e terza fila i triarii, con centurie grandi generalmente la metà, mentre ai fianchi si disponevano i cavalieri e le coorti e ali ausiliarie dei socii. Le legioni non avevano un singolo comandante come in epoca imperiale, bensì erano comandate da sei tribuni militari.

L’idea tattica alla base della legione manipolare era che quando una linea si stancava subentrava la successiva, con hastati e principes ad alternarsi, mentre i triarii subentravano solo in caso di assoluta necessità:

«Quando l’esercito aveva assunto questo schieramento, gli hastati iniziavano primi fra tutti il combattimento. Se gli hastati non erano in grado di battere il nemico, retrocedevano a passo lento e i principes li accoglievano negli intervalli tra loro. […] i triarii si mettevano sotto i vessilli, con la gamba sinistra distesa e gli scudi appoggiati sulla spalla e le aste conficcate in terra, con la punta rivolta verso l’alto, quasi fossero una palizzata… Qualora anche i principes avessero combattuto con scarso successo, si ritiravano dalla prima linea fino ai triarii. Da qui l’espressione in latino “Res ad Triarios rediit” (“essere ridotti ai Triarii”), quando si è in difficoltà.»

T. Livio, Ab Urbe Condita Libri VIII, 8, 9-12

Per quanto riguarda la preparazione rapida alla battaglia dall’ordine di marcia Polibio narra che:

«In un altro caso gli hastati, i principes e i triarii formano tre colonne parallele, i bagagli di ogni singolo manipolo davanti a loro, quelli dei secondi manipoli dietro i primi manipoli, quelli del terzo manipolo dietro il secondo, e così via, con i bagagli sempre intercalati tra i corpi di truppa. Con questo ordine di marcia, quando la colonna è minacciata, possono affrontare il nemico sia a sinistra sia a destra, e appare evidente che il bagaglio può essere protetto dal nemico da qualunque parte egli appaia. Così che molto rapidamente, e con un movimento della fanteria, si forma l’ordine di battaglia (tranne forse che gli hastati possono ruotare attorno agli altri), mentre animali, bagagli e loro accompagnatori, vengono a trovarsi alle spalle dalla linea di truppe e occupano la posizione ideale contro rischi di qualsiasi genere.»

Polibio, Storie, VI, 40.11-14
L’esercito romano a Canne

Aggiunge Flavio Giuseppe:

«I romani si mettono marcia tutti in silenzio e ordinatamente, restando ciascuno al proprio posto come fossero in battaglia. I fanti indossano corazze (lorica) ed elmi (cassis o galea), una spada appesa su ciascun fianco, dove quella di sinistra è più lunga (gladius) di quella di destra (pugio), quest’ultima non più lunga di un palmo. I soldati “scelti”, che fanno da scorta al comandante, portano una lancia (hasta) e uno scudo rotondo (parma); il resto dei legionari un giavellotto (pilum) e uno scudo oblungo (scutum), oltre ad una serie di attrezzi come, una sega, un cesto, una piccozza (dolabra), una scure, una cinghia, un trincetto, una catena e cibo per tre giorni; tanto che i fanti sono carichi come bestie da soma (i muli di Mario).
I cavalieri portano una grande [e più lunga] spada sul fianco destro (spatha), impugnano una lunga lancia (lancea), uno scudo viene quindi posto obliquamente sul fianco del cavallo, in una faretra sono messi anche tre o più dardi dalla punta larga e grande non meno di quella delle lance; l’elmo e la corazza sono simili a quelli della fanteria. L’armamento dei cavalieri scelti, quelli che fanno da scorta al comandante, non differiscono in nulla a quello delle ali di cavalleria. A sorte, infine, si stabilisce quale delle legioni debba iniziare la colonna di marcia.»

Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, III, 5.5.93-97

La coorte

Combattendo in Spagna, in condizioni difficili e spesso tatticamente sconosciute ai romani, Scipione si rese conto di dover modificare qualcosa. Fece adottare ai suoi soldati una spada iberica che sembrava micidiale, il gladio (i cui primi modelli sono appunto chiamati “hispaniensis“), che se usato correttamente, di punta, provocava ferite micidiali. In secondo luogo per affrontare episodi di guerriglia e di bassa intensità decise di appropriarsi dell’unità tattica della coorte, usata fino ad allora dai soli socii italici.

La coorte, che contava circa 500 uomini, raggruppava in sé i tre manipoli di hastati, principes e triarii, permettendo dunque una maggiore flessibilità tattica: infatti non era usata solamente in azioni secondarie, ma anche sul campo di battaglia principale. Tuttavia perchè questo divenisse la norma bisognerà attendere la fine del II secolo a.C. e l’inizio del I secolo a.C. Ma i semi erano ormai piantati e i romani cominciavano a comprendere l’importanza della flessibilità tattica e di azioni fuori dagli schemi. Da allora infatti si comincerà ad uscire dagli schemi della classica azione di hastati-principes-triarii, per passare ad azioni più complesse, come per esempio usare i triarii per fermare la cavalleria o staccare principes e/o triarii per compiere un aggiramento su un fianco o rispondere ad un tentativo di aggiramento.

Dopo l’elezione al consolato del 107 a.C., Gaio Mario, che aveva intenzione di porre fine alla Guerra Giugurtina, decise di arruolare anche i capite censi, ossia i proletari che non disponevano di proprietà, poiché il grosso dell’esercito precedentemente in Africa al comando di Metello era impegnato altrove, al comando dell’altro console Lucio Cassio Longino, per affrontare la minaccia dei germani che stavano migrando dal nord, in particolare i cimbri. Contravvenendo all’organizzazione secolare dell’esercito romano, formato da contadini-soldato, Mario arruolò dunque chiunque, promettendo bottino e paga. Le armi e uno stipendio sarebbero stati forniti dalla repubblica (già Gaio Gracco, nel 123 a.C., aveva fatto approvare una lex militaris, in cui si sanciva che l’equipaggiamento doveva essere fornito dallo stato). L’episodio era già avvenuto prima, in situazioni d’emergenza, ma da allora divenne la norma.

La “riforma” era l’epilogo di una serie di avvenimenti che avevano visto i soldati romani distanti per molto tempo dalle loro terre nel corso del II secolo a.C., quando Roma si espanse in tutto il Mediterraneo. Già Tiberio Gracco e Gaio Gracco avevano provato a ridistribuire le terre ai contadini romani, togliendole ai latifondisti (che se appropriavano, favoriti dai lunghi periodi di lontananza), venendo fortemente ostacolati – e infine uccisi – dall’aristocrazia senatoria, che formava in larga parte i latifondisti che volevano colpire.

La soluzione di Mario risolveva in modo opposto il problema, sostanzialmente permettendo a chiunque di arruolarsi e di sostituire dei contadini-soldati che combattevano per difendere le loro proprietà e la res publica con dei soldati volontari professionisti, che combattevano per il soldo, il bottino e il loro comandante. E infatti proprio nel I secolo a.C. gli eserciti saranno reclutati da grandi figure senatorie e a loro legati, combattendo in numerose guerre civili, finché non uscirà vincitore Ottaviano. L’esercito così riformato vedeva una ferma di sedici anni (estesa poi a vent’anni e sotto Augusto a venticinque, di cui gli ultimi cinque come veterani); al congedo si riceveva anche un’appezzamento di terreno, che permetteva – paradossalmente – proprio di trasformare in proprietari terrieri coloro i quali inizialmente non lo erano. I veterani venivano inoltre spesso insediati in blocco in un territorio, diventando anche da congedati “clienti” politici dei generali che li avevano arruolati.

La coorte dunque raggruppava i tre manipoli di hastatiprincipes triarii, mentre i velites scomparivano. L’equipaggiamento era ormai lo stesso, e non esistevano più le lance dei triarii: tutti usavano lorica hamatascutum ovale oblungo, pilum, gladio, elmo, cingulum pugio. Occasionalmente si usavano piume o crini di cavallo per l’elmo e schinieri per le gambe. Permaneva tuttavia la divisione in manipoli, almeno inizialmente, da un punto di vista nominale (questo ancora all’epoca di Diocleziano per indicare i nomi dei centurioni, come hastatus prior/posteriorprinceps prior/posterior e pilus prior/posterior, con il più alto in grado che era il comandante dei triari, detto primipilo nella prima coorte).

«Cesare, riunite le insegne della XII legione, i soldati accalcati erano d’impaccio a se stessi nel combattere, tutti i centurioni della quarta coorte erano stati uccisi ed il signifer era morto anch’egli, dopo aver perduto l’insegna, quasi tutti gli altri centurioni delle altre coorti erano o feriti o morti […] mentre i nemici, pur risalendo da posizione da una posizione inferiore, non si fermavano e da entrambi i lati incalzavano i Romani […] Cesare vide che la situazione era critica […] tolto lo scudo ad un soldato delle ultime file […] avanzò in prima fila e chiamati per nome i centurioni, esortati gli altri soldati, ordinò di avanzare con le insegne allargando i manipoli, affinché potessero usare le spade. Con l’arrivo di Cesare ritornata la speranza nei soldati e ripresi d’animo […] desiderarono, davanti al proprio generale, di fare il proprio dovere con professionalità, e l’attacco nemico fu in parte respinto. Cesare avendo poi visto che anche la legione VII era incalzata dal nemico, suggerì ai tribuni militari che a poco a poco le legioni si unissero e marciassero contro il nemico voltate le insegne. Fatto questo, dopo che i soldati si soccorrevano vicendevolmente senza più aver paura di essere presi alle spalle dal nemico, cominciarono a resistere con maggior coraggio e a combattere più valorosamente. Frattanto le due legioni che erano state nelle retroguardie e di scorta alle salmerie [le legioni XIII e XIV] giunta notizia della battaglia, presero a correre a gran velocità […] Tito Labieno dopo aver occupato il campo nemico, e visto quanto accadeva nel nostro campo da un’altura, mandò in soccorso ai nostri la legione X.»

CESARE, DE BELLO GALLICO, II, 25-26

Le coorti erano disposte anch’esse in una formazione su tre linee, chiamata triplex acies. Tuttavia Cesare e poi anche suoi successori decisero spesso di adottare una formazione più snella, il duplex acies, su due linee. In entrambi i casi la prima coorte stava davanti all’estrema destra; nel primo lo schieramento era 4-3-3, nel secondo 5-5 coorti. La coorte assunse un ruolo così importante da essere il metro per indicare i reparti in Cesare, che spesso numera più le coorti in suo possesso o in uso che non le legioni:

« Riconosciuto Cesare per il colore del suo mantello, che portava come un’insegna durante i combattimenti […] i Romani, lasciati i pilum, combattono con la spada. Velocemente appare alle spalle dei Galli la cavalleria romana, mentre altre coorti si avvicinano. I Galli volgono in fuga. La cavalleria romana rincorre i fuggiaschi e ne fa grande strage. Viene ucciso Sedullo, comandante dei Lemovici; l’arverno Vercassivellauno viene catturato durante la fuga; vengono portate a Cesare settantaquattro insegne militari. Di così grande moltitudine pochi riuscirono a raggiungere il campo e salvarsi […] Dalla città, avendo visto la strage e la fuga dei compagni e disperando della salvezza, ritirano l’esercito in Alesia. Giunta questa notizia, i Galli del campo esterno si danno alla fuga […] Se i legionari non fossero stati sfiniti […] tutte le truppe nemiche avrebbero potuto essere distrutte. Verso mezzanotte la cavalleria, mandata all’inseguimento, raggiunse la retroguardia nemica. Un grande numero di Galli fu preso ed ucciso, gli altri si disperdono in fuga verso i loro villaggi. »

CESARE, DE BELLO GALLICO, VII, 88

Dunque la legione aveva 10 coorti di 480 uomini circa più 120 cavalieri, per un totale di 5.000 uomini (a partire dall’età flavia la prima coorte diventerà di 800 uomini invece che di 480, poiché aveva 5 centurie doppie, invece di 6 standard). Ogni coorte era divisa in 6 centurie, composte a loro volta da 10 contubernia di 8 uomini, che formavano l’unità base dell’esercito e che erano nella stessa tenda. Inoltre ogni legione aveva un simbolo che la rappresentava, di origine animale, come un cinghiale o un lupo, mentre tutte avevano come insegna fin da Gaio Mario l’aquila, portata da un aquilifer. Questo era un simbolo sacro e perderlo in battaglia significava una disgrazia: non è un caso che Augusto si premurò di recuperare le insegne di Crasso prese dai parti a Carre e che Germanico trovò due delle tre aquile perse a Teutoburgo.

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