Privacy Policy Lo scutum | STORIE ROMANE

Dopo il sacco di Brenno e l’incontro con i sanniti, i romani mutarono completamente le loro tattiche di combattimento, che passarono da una falange etrusca di derivazione greca ad un modo di combattere nuovo, di ispirazione celto-sannita.

La difesa del legionario

L’uso della falange comportava l’utilizzo di una serie di armi come la lancia, gli schinieri e l’ὅπλον che vennero messi in secondo piano; tra questi lo scudo fu il pezzo che venne stravolto. Infatti non dovendo più combattere con la lancia in una formazione statica, essendoci maggiore necessità di mobilità poiché cominciava a farsi strada la tattica manipolare, c’era anche bisogno di una nuova forma di protezione che tenesse maggiormente al sicuro il legionario. Tale soluzione fu lo scutum, un enorme scudo di forma ovale che proteggeva tutto il corpo.

Lo scudo, lungo più di un metro, era di forma ovale leggermente curva per proteggere meglio il corpo e usato dagli hastati, principes e triarii (e successivamente dai legionari post mariani). Al centro un enorme umbone metallico, utilizzato anche come arma di offesa per colpire il nemico, specialmente in faccia, e una lunga spina di legno che lo tagliava trasversalmente in verticale per rafforzarlo; tale spina divenne superflua quando vennero introdotti scudi a forma di tegola a partire dal principato, che non necessitavano più della spina, ma solo dell’umbone, diventando anche più leggeri e pratici, oltre che lievemente più piccoli.

Ogni scutum era formato da diverse assi di legno sovrapposte e piegate, tenute insieme da colla, mentre lo strato esterno era dipinto o con figure animalesche che rappresentavano le legioni repubblicane (cavalli, tori, etc.) o, specialmente a partire dall’impero, simboli come saette. I bordi erano rafforzati da una lamiera di ferro, che lo rendeva più resistente ed evitava crepe in caso di fendenti particolarmente forti; nel retro dell’umbone, c’era l’impugnatura orizzontale, e dunque serviva anche a proteggere la mano. Altri reparti come i velites o i cavalieri usavano protezioni differenti, scudi più piccoli e generalmente tondi chiamati parma (i gladiatori infatti erano divisi tra le macro categorie di scutari e i parmularii a seconda della protezione). Infine, esternamente, lo scudo era ricoperto da una fodera in cuoio per proteggerlo dall’acqua e dall’umidità quando non veniva utilizzato.

Lo scutum permetteva un’ottima protezione anche contro le frecce, nonostante disastri come quello di Carre. Racconta infatti Cesare di un suo centurione che resistette a 120 frecce grazie al suo scudo:

«Così, in una sola giornata, si svolsero sei battaglie, tre presso Durazzo e tre presso le fortificazioni. Facendo un conto complessivo, calcolavamo a circa duemila uomini le perdite dei pompeiani, tra i quali molti richiamati e centurioni, e tra questi Valerio Fiacco, figlio di quel Lucio che era stato pretore in Asia; furono prese anche sei insegne militari. Le nostre perdite non ammontarono a più di venti uomini in tutti gli scontri. Ma non vi fu neppure un soldato, di quelli del fortino, che non riportasse delle ferite; quattro centurioni dell’ottava coorte persero la vista. Volendo presentare una prova della fatica e dei rischi che avevano corso, contarono davanti a Cesare circa tremila frecce scagliate contro il fortino e gli fu presentato lo scudo del centurione Sceva sul quale furono trovati centoventi fori. Cesare, per i meriti acquisiti verso di lui e la repubblica, gli fece un donativo di duecentomila sesterzi e lo promosse da centurione dell’ottava centuria a centurione primipilo – risultava infatti che in gran parte grazie al suo impegno il fortino si era salvato – premiò poi la coorte con doppia paga e una larga distribuzione di frumento, vesti, cibi e decorazioni militari.»

Cesare, De Bello Civili, III, 53

Il legionario “tipo”

Il legionario dell’epoca di Traiano era armato con un elmo, una corazza (segmentata, hamata o squamata), lo scutum rettangolare, due pila e un gladio. A questi si aggiunsero gli schinieri tornati di moda per contrastare le falci daciche e vennero aggiunte delle maniche segmentate per lo stesso motivo. Anche gli elmi vennero rinforzati per resistere ai fendenti con una calotta a croce e delle tese e paranuche più ampie. La tattica della legione, distribuita su 10 coorti schierate in duplex o triplex acies (o due linee da 5 coorti o tre da 4, 3, 3 coorti), era di ingaggiare il nemico dopo il fuoco delle macchine come scorpioni e carroballiste (balliste montate su carri) e le raffiche di arcieri, frombolieri e ausiliari armati alla leggera. Il nemico già indebolito veniva caricato con il lancio dei pila a distanza ravvicinata, che erano stati rinforzati nell’ultimo secolo con una palla di piombo per aumentarne il danno. Il pilum generalmente trapassava lo scudo e se non lo faceva rendeva impossibile usarlo. Arrivati al corpo al corpo l’enorme esperienza e disciplina delle legioni, unita alla terribile efficacia del gladio, usato per pugnalare più che per menare fendenti, rendeva spesso la vittoria romana una mera questione di tempo.

Nella colonna di Traiano legionari e ausiliari appaiono ben distinti sia visivamente (i primi con scutum rettangolare e lorica segmentata, i secondi con lorica hamata e scudo ovale) sia tatticamente. I legionari infatti sembrano occuparsi principalmente di opere di ingegneria, mentre gli ausiliari combattono in prima linea, e mostrano alcune pratiche barbare che ne denotano l’origine (come le teste degli sconfitti che mostrano a Traiano). I legionari sembrano intervenire principalmente in occasioni di difficoltà e durante gli assedi, confermando la descrizione di pochi decenni prima di Giuseppe Flavio che li descrive come delle vere e proprie macchine da guerra da cui sarebbe più saggio fuggire che affrontare.

Lo scutum di Doura Europos

La città di Doura Europos, fondata dai seleucidi, fu conquistata dai romani durante la campagna partica di Lucio Vero e Avidio Cassio del 165 d.C. Nel 256 la città subì un durissimo assedio da parte dei persiani che la distrussero completamente. Riscoperta all’inizio del Novecento, portò alla luce molti reperti tra cui il famoso scudo di Dura Europos. L’oggetto, unico nel suo genere, è uno scutum di forma rettangolare tipico del I-II secolo e che ne attesta dunque ancora l’utilizzo alla metà del III secolo. Fu rinvenuta anche, inglobata in un tratto di mura crollate per via dell’attacco persiano, una domus ecclesiae del III secolo in ottimo stato di conservazione.

Testudo

La testudo era una formazione usata dai romani specialmente durante gli assedi, permettendo agli attaccanti di ripararsi da frecce, dardi e oggetti vari. Raramente era usata sul campo di battaglia se non in casi di difesa estrema; uno dei casi più famosi è il tormentato ritorno di Marco Antonio dalla sua campagna partica: i romani, attaccati da ogni parte si disposero a testuggine ponendo anche gli scudi a terra per ripararsi dagli hippotoxotai, gli arcieri a cavallo partici. I quali, non avendo mai visto nulla di simile, scesero da cavallo credendo di dover finire dei nemici morenti. Invece i romani si rialzarono e li misero in fuga.

Trasformazioni successive

Sul finire del II secolo d.C. avvengono dei cambiamenti nell’equipaggiamento e nelle tattiche: gli elmi, derivati dall’imperiale italico, cominciano a diventare ancor più protettivi, subentra la spatha (che è sostanzialmente un gladio leggermente più lungo), una sorta di bandoliera viene utilizzata per tenere la spada e la lancia affianca il pilum. Loriche segmentate e scuta rettangolari continuano ad esistere con una certa costanza fino alla metà del III secolo, per poi sparire misteriosamente sul finire del secolo, una volta conclusasi l’anarchia militare. La cavalleria comincia ad avere maggior peso e si formano reparti speciali e d’élite, già visibili per esempio sulla colonna di Traiano con i cavalieri mauri e gli equites singulares. L’esercito, nonostante i continui nuovi apporti di equipaggiamenti e tattiche, mantiene per quasi tutto il III secolo una struttura e una serie di equipaggiamenti relativamente “tradizionali”. Con l’arrivo di Diocleziano e specialmente di Costantino le antiche legioni sono frammentate in reparti più piccoli, i pretoriani sciolti e l’esercito suddiviso tra stazionario e di manovra (limitanei e comitatensi). Scompaiono anche tratti caratteristici dei legionari romani come i grandi scudi oblunghi concavi, per fare spazio a scudi ovali e spesso rotondi e piatti, probabilmente più adatti ad un nuovo modo di combattere più falangitico e difensivo.

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