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Marco Opellio Macrino era nativo di Cesarea, in Maureatania. Di origine non elevata, divenne giurista e consigliere del famoso Plauziano, prefetto al pretorio di Settimio Severo e condannato a morte da Caracalla. Proprio quest’ultimo lo elevò a prefetto al pretorio nel 212, dopo aver ricoperto il ruolo di procurator rei privatae, curatore e amministratore delle proprietà imperiali.

Macrino credeva anche fosse cosa buona abolire i rescritti imperiali, credendo stupido doversi affidare nelle controversie a risposte date da imperatori folli, come per esempio Caligola. Al seguito di Caracalla durante la campagna partica, fu acclamato imperatore tre giorni dopo la sua morte, l’11 aprile del 217 (Caracalla era stato assassinato l’8), in cui forse aveva qualche coinvolgimento (pare che un tale Materniano avesse inviato una lettera a Caracalla dicendogli che Macrino ambiva alla porpora, e che il prefetto l’avesse fatto ammazzare temendo per la sua vita; in ogni caso fu preso solo l’esecutore materiale dell’omicidio, come diremmo oggi).

Subito inviò una lettera al senato in cui comunicava la sua elezione, mentre restava a combattere i parti, resi ancora più ostili dagli affronti di Caracalla:

«Dopo la lettura di questo messaggio, il senato acclamò Macrino e gli assegnò tutti gli onori che spettano all’imperatore. Ma il popolo non tanto era lieto per l’avvento di Macrino, quanto per la morte di Antonino: era questa appunto che tutti festeggiavano. Tutti, e specialmente i cittadini ricchi o di condizione elevata, si sentivano come liberati da una spada sospesa sulle loro teste: i delatori, e gli schiavi che avevano tradito i loro padroni, furono messi a morte; la città di Roma e tutto l’impero si purificarono dei malvagi, alcuni dei quali vennero uccisi, altri esiliati, mentre quelli che riuscirono a nascondersi erano costretti al silenzio dal timore; e nell’unico anno in cui regnò Macrino, tutti vissero serenamente, godendo almeno l’apparenza della libertà. Senonché Macrino commise l’errore di non sciogliere subito l’esercito, rinviando ogni legione ai suoi quartieri, e di non tornare a Roma, nonostante l’impazienza con cui il popolo della capitale lo invocava a gran voce in ogni occasione; restò invece ad Antiochia, dove si fece crescere la barba; prese l’abitudine di camminare con passo eccessivamente lento; e a chi gli faceva domande rispondeva in ritardo, con poche parole, a voce tanto bassa che talora era impossibile sentirlo. In queste forme esteriori imitava Marco Aurelio; ma non lo imitava in tutto il resto, poiché si mostrava sempre piú incline al lusso, frequentava spettacoli di danzatori, di mimi, di ogni altra arte, e trascurava l’amministrazione dello stato. Soleva presentarsi in pubblico portando fibbie e cinture, sfoggiando oro e pietre preziose, mentre questo genere di eleganza era impopolare fra i soldati romani che lo consideravano meglio adatto ai barbari e alle donne. Sicché i soldati, notando queste sue abitudini, lo disprezzavano, e lo giudicavano troppo effeminato per essere un capo militare; soprattutto condannavano lo sfarzo di Macrino facendo il confronto con le abitudini di Antonino, uomo rude e soldatesco. Inoltre si adiravano per essere trattenuti in accampamenti provvisori, lungi dai loro paesi, mancando talora dei rifornimenti necessari, senza poter tornare in patria benché la pace fosse ormai assicurata; vedendo poi che Macrino passava il tempo nel fasto e negli svaghi, mormoravano fra loro e aspettavano con impazienza una benché minima occasione per sbarazzarsi di lui.»

(Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, V, 2, 1-6)

Macrino cercò di ingraziarsi l’opinione pubblica mandando il corpo di Caracalla a Roma per un fastoso funerale pubblico, facendolo poi divinizzare. L’imperatore associò anche a sé il figlio Diadumeniano, ribattezzato anch’egli Antonino, per ingraziarsi i soldati: «abbiamo un Antonino, abbiamo tutto! Gli dei ci hanno dato un Antonino! Antonino è degno del padre e dell’impero!» (Historia Augusta, vita di Antonino Diadumeniano, 1, 8). Per rafforzare il legame con i predecessori Macrino si faceva chiamare Severo, anche perché indugiava in comportamenti particolarmente “severi”.

Tuttavia dovette venire subito a scontro, a Nisibi, con le forze del re partico Artabano V, dove i parti mostrarono una determinazione insolita dopo l’affronto di Caracalla. Infine Macrino decise di inviare una missiva al re nemico, informandolo che Caracalla era morto e che non c’era bisogno di combattere. Il re partico accolse positivamente la notizia, e i due eserciti tornarono indietro.

Tuttavia l’eccessiva severità di Macrino nei confronti dei soldati (Caracalla invece si comportava come uno di loro, marciando insieme e portando le insegne), cominciò a creare astio nei suoi confronti. Fu la legio III Gallica, di stanza in Siria, la prima a defezionare, in favore di Sesto Vario Avito Bassiano, cugino di Caracalla, e che la nonna Giulia Mesa spacciava per suo figlio illegittimo (adottando quindi il nome di Marco Aurelio Antonino), avuto con la figlia Giulia Soemia, cugina diretta di Caracalla. Macrino sarebbe morto, dopo la sconfitta subita, e il tentativo di fuga, nel giugno del 218:

«Macrino, appena informato di ciò, raccolse tutte le forze disponibili e partí per attaccare i sostenitori di Antonino. Ma anche quest’ultimo, poiché le sue truppe non volevano attendere di essere assediate e ardevano dal desiderio di uscire per affrontare Macrino in battaglia campale, avanzò contro il nemico. I due eserciti si scontrarono ai confini tra la Fenicia e la Siria, e i sostenitori di Antonino dettero prova di grande valore, poiché temevano, qualora fossero stati vinti, di essere puniti per il tradimento; invece i soldati di Macrino combattevano senza entusiasmo, e disertavano, passando al nemico. Quando Macrino se ne accorse, temette di rimanere solo, e di essere preso prigioniero, nel qual caso avrebbe subito una morte disonorevole; pertanto, allo scendere della sera, mentre ancora durava la battaglia, gettò via la porpora, e ogni altra insegna imperiale, e fuggí di nascosto con pochi centurioni che considerava fedelissimi. Per non essere riconosciuto si rase la barba, indossò una veste da viaggio, e tenne il capo coperto; e per prevenire la notizia della propria sconfitta viaggiò notte e giorno, cambiando in gran fretta i cavalli per mezzo dei centurioni, che si fingevano inviati con incarichi urgenti da Macrino ancora imperatore. Egli dunque, come si è detto, era fuggito; ma i due eserciti continuavano a combattere, poiché la causa di Macrino era sostenuta dalle sue guardie del corpo, e dai pretoriani; questi, sebbene gli altri soldati fossero schierati dalla parte di Antonino, riuscivano a resistere contro tutti perché erano scelti fra i piú robusti e i piú valorosi. Ma quando coloro che si battevano per Macrino si accorsero che da molto tempo non vedevano né l’imperatore, né le insegne imperiali, cominciarono a domandarsi dove egli fosse: disteso fra i morti, oppure fuggito; e rimasero incerti sul da farsi. Da un lato infatti non volevano combattere per un assente, dall’altro si vergognavano di arrendersi e di finire prigionieri. Nel frattempo Antonino venne a sapere dai disertori che Macrino era fuggito; e inviò degli araldi ad avvertire i pretoriani che essi combattevano invano per un vile fuggiasco; promise inoltre che avrebbe concesso loro il perdono, e li avrebbe presi come propria scorta. Quelli si lasciarono convincere, e si arresero. Antonino poi mandò alcuni uomini all’inseguimento di Macrino, che si era di molto allontanato. Fu preso infatti a Calcedone, in Bitinia, gravemente malato, e sfinito per il lunghissimo viaggio. Gli inseguitori lo scoprirono in una villa dei dintorni, ove si era nascosto, e gli tagliarono la testa. Si riteneva che egli mirasse a raggiungere Roma, fidando nella preferenza del popolo per lui; ma dicono che, mentre tentava di passare in Europa attraversando la Propontide, ed era già vicino a Bisanzio, abbia trovato un vento contrario che sospingendolo indietro gli tolse ogni possibilità di scampo. Per questo solo incidente Macrino fallí nel suo tentativo di fuga. Egli morí nel disonore, per essersi deciso troppo tardi a muovere verso Roma, mentre avrebbe dovuto farlo subito; con il suo errore provocò l’ostilità della fortuna.»

(Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio V, 4, 5-12)

«Era dunque arrogante, sanguinario e deciso a governare con metodi militareschi, deplorando anzi la poca disciplina dei tempi passati ed elogiando fra tutti gli altri imperatori il solo Severo. Infatti metteva in croce i soldati e infliggeva loro sempre punizioni da schiavi, e, trovandosi a dover fronteggiare ribellioni militari, assai spesso decimò i soldati, talvolta anche li «centesimò», secondo un termine coniato da lui stesso, che si diceva clemente, per il fatto che li centesimava, mentre essi sarebbero stati degni della decimazione e «vicesimazione». Sarebbe troppo lungo ricordare qui tutte le sue crudeltà; tuttavia ne descriverò una non grande, a quanto giudicava lui, ma in realtà più odiosa di tutte le efferatezze proprie dei tiranni. Poiché alcuni soldati avevano insidiato la serva di uno che li ospitava, donna di costumi già da un pezzo corrotti, ed egli era venuto a conoscenza di ciò tramite un suo informatore, li fece condurre alla sua presenza e chiese loro se il fatto fosse realmente avvenuto. Essendo questo risultato sicuramente provato, diede ordine di squartare all’istante vivi due buoi di eccezionali dimensioni, e di rinchiudere all’interno di essi ciascun soldato, lasciando che sporgesse fuori solo la testa, di modo che potessero parlare tra di loro; e li punì in questo modo, mentre né presso gli antichi né presso i contemporanei erano mai stati comminati supplizi del genere neppure agli adulteri.»

(Historia Augusta, Macrino, 12, 1-5)



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