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Marco Annio Vero, nato il 26 aprile del 121 d.C., fu predestinato a essere imperatore già vent’anni prima del suo principato, nel 138 d.C., quando, su indicazione di Adriano, fu adottato dal futuro imperatore Antonino Pio, prendendo così il nome di Marco Aurelio Antonino. Marco Aurelio era legato inoltre a Antonino come figlio del fratello della moglie Faustina.

Adriano volle però che venisse adottato allo stesso modo Lucio Ceionio Commodo Vero, figlio di Lucio Elio Vero; infatti Lucio Elio Vero era stata la prima scelta di Adriano, ma morì improvvisamente pochi mesi prima dell’imperatore.

«Marco nacque a Roma il 26 aprile in una villa sul monte Celio, sotto il secondo consolato di suo nonno e il primo di Augure. Secondo quanto attesta Mario Massimo, è documentato che la sua famiglia, risalendo alle origini, discenderebbe da Numa, e parimenti dal re dei Salentini Malemnio, figlio di Dasummo, fondatore di Lopia. Venne educato nel luogo dove era nato, e nella casa di suo nonno Vero, nei pressi del palazzo del Laterano. Ebbe inoltre una sorella minore, Annia Cornificia, e sposò Annia Faustina, che era sua cugina. Marco Antonino portò nei primi anni della sua vita il nome di Catilio Severo, suo bisavolo paterno. Ma dopo che il padre morì, ebbe da Adriano il nome di Annio Verissimo, e dopo l’assunzione della toga virile, quello di Annio Vero. Dopo la morte del padre fu adottato ed educato dal nonno paterno. Fu, sin dalla prima infanzia, di carattere serio e riflessivo. Non appena uscì dall’età che abbisogna delle cure delle nutrici, venne affidato a valenti precettori, dai quali apprese i principi della filosofia.»

(Historia Augusta, Marco Aurelio, 1,5 – 2,1)

Adozione da parte di Antonino Pio

Perciò Adriano decise che a succedergli sarebbe stato Tito Aurelio Fulvo Antonino (da qui il nome di Marco Aurelio Antonino), noto come Antonino Pio per la saggezza e l’epoca d’oro. Seguendo il principio dell’adozione in vigore fin da Nerva, Adriano scelse dunque uno dei più facoltosi e prestigiosi senatori della sua epoca: il nonno era stato prefectus urbis e console due volte, l’altro proconsole d’Asia e due volte console.

Antonino aveva ricoperto il consolato nel 120 e ed era stato proconsole d’Asia, inoltre faceva parte del prestigioso consilium principis (un senato ristretto). Ma Antonino avrebbe dovuto adottare Marco Aurelio e Lucio Vero, che sarebbero infatti diventati imperatori nel 161, alla morte di Antonino, sebbene Marco Aurelio ebbe fin da subito una posizione di primato fra i due.

Marco Aurelio sposò la figlia di Faustina, Faustina minore, rafforzando così il legame con Antonino, nel 145 d.C. I due erano cugini (la madre Faustina era la zia di Marco Aurelio) e lei divenne Augusta nel 147 d.C.

Antonino Pio

Marco ebbe un’importante formazione oratoria e filosofica; l’amore per la filosofia sarà una costante, tanto da essere ricordato come l’imperatore filosofo: ossequioso del senato e sempre attento ai problemi morali, fortemente stoico. Ebbe come maestro Frontone, il più grande oratore romano della sua epoca.

Il futuro imperatore venne investito dell‘imperium e della tribunicia potestas già diversi anni prima del suo principato. Negli ultimi anni del regno di Antonino affiancò l’anziano imperatore e Marco e Lucio vennero designati consoli per il 161, temendo la fine prossima di Antonino che infatti arrivò proprio in quell’anno.

Principato

Antonino Pio spirò a settantacinque anni: venne ricordato come imperatore giusto e buono e la sua epoca come quella d’oro dell’impero. Marco Aurelio assunse tutti i poteri e anche il pontificato massimo nonostante si mostrasse titubante e molto rispettoso del senato.

Sebbene Marco fosse l’unico imperatore, volle che il senato desse il titolo di Augustus anche a Lucio Vero: per la prima volta c’era una vera e propria collaborazione di due imperatori, anche se Marco Aurelio aveva un’influenza e un’autorità nettamente maggiore. L’unico titolo che aveva soltanto Marco era il pontificato massimo, per il resto ci si comportava come una vera e propria diarchia: anche i documenti ufficiali riportavano i nomi dei due imperatori.

Marco inizialmente si dedicò alla cura dello stato, comportandosi nella maniera più giusta possibile. Il regno dell’imperatore filosofo sarebbe stato però devastato da due minacce gravissime: la peste antonina e la guerra, prima contro i parti e poi contro i quadi e i marcomanni.

La guerra partica

I parti avevano attaccato l’Armenia quando Marco era diventato imperatore. Il governatore della Cappadocia, Marco Sedazio Severiano li aveva attaccati ma era stato sconfitto: urgeva una campagna militare. Marco inviò in oriente Lucio Vero, molto più esperto in affari militari.

Lucio, con l’aiuto di Avidio Cassio (legato della legio III gallica), inflisse durissime sconfitte ai parti, prendendo l’Armenia e ottenendo l’appellattivo di Armeniaco, e successivamente i romani distrussero completamente l’esercito partico nella battaglia di Doura Europos: i romani dilagarono in Mesopotamia.

Lucio Vero

I parti si ritirarono, mentre Avidio Cassio prendeva Seleucia al Trigri e Ctesifonte, dandole alle fiamme. Lucio venne acclamato Partichus Maximus, e nel 166, con l’invasione dei Medi ottenne il titolo di Medicus.

La peste antonina

Tuttavia, di ritorno dall’oriente, l’esercito portò con sè la terribile peste antonina: flagellerà l’impero riducendo drasticamente la popolazione e di conseguenza il gettito fiscale, con ripercussioni sul lungo periodo disastrose.

Scoppiata attorno al 165, durerà un ventennio, portando morte in ogni angolo dell’impero; oggi si credo che in realtà non fosse peste ma addirittura vaiolo: l’impatto su un impero premoderno e preindustriale devono essere stati catastrofici considerando il basso tasso di natalità.

Si narra che a far scoppiare la peste, diffusasi per mezzo delle vexillationes (reparti distaccati di legioni) ritornate a casa in tutto l’impero, siano stati i magi caldei a Seleucia come affronto per aver dato fuoco alla città e al loro templio.

«Tale fu il panico suscitato dalla guerra contro i Marcomanni, che Antonino fece venire sacerdoti da ogni parte, celebrò riti di origine straniera, purificò Roma con ogni sorta di sacrifici espiatori; e avendo rinviato la partenza per la guerra poté così celebrare anche i lectisternia secondo il rito romano per sette giorni. Vi fu peraltro una pestilenza di tale virulenza, che per portar via i cadaveri si doveva ricorrere a carrozze e carri. In quell’occasione gli Antonini emanarono leggi severissime sulla sepoltura dei cadaveri e sulla costruzione dei sepolcri, sancendo tra l’altro il divieto che a chicchessia fosse consentito di costruire tombe nel luogo che volesse: divieto che è in vigore tutt’oggi. La pestilenza fece molte migliaia di vittime, molte anche tra i personaggi di alto rango, ai più illustri dei quali Antonino fece erigere statue. E tale era la sua clemenza che volle che i funerali della gente del popolo si facessero a spese dello Stato; e inoltre, quando avvenne che un ciarlatano – il quale, in compagnia di certi suoi complici, cercava l’occasione buona per seminare lo scompiglio in città – si mise, dall’alto di un albero di caprifico, a tener concione nel Campo Marzio, affermando che sarebbe piovuto fuoco dal cielo e sarebbe arrivata la fine del mondo, se egli cadendo giù dall’albero si fosse trasformato in cicogna, e si buttò giù poi effettivamente ad un momento stabilito, liberando nel contempo una cicogna che teneva nascosta sotto la veste, Marco, fattolo portare alla sua presenza, dove confessò l’imbroglio, lo perdonò. Infine i due imperatori partirono in tenuta da guerra, mentre i Vittuali e i Marcomanni provocavano disordini ovunque, e anche altri popoli, che erano fuggiti sotto la pressione dei barbari provenienti dal nord, erano in procinto di entrare in guerra se non fossero stati accolti entro i confini dell’impero.»

(Historia Augusta, Marco Aurelio, 13,1 – 14,1)

Le guerre marcomanniche

Nel frattempo, lungo il Danubio premevano altre popolazioni: i quadi e i marcomanni.  I barbari avevano cominciato a premere lungo i confini del Reno e del Danubio, pressati dal altre popolazioni germaniche orientali e settentrionali. I catti avevano invaso la Germania nel 162 ma erano stati respinti; nel 166 i marcomanni attraversarono il Danubio.

Una coalizione di popolazioni barbari composta da quadi, marcomanni, sarmati, iazigi e altri attaccarono la Pannonia alla ricerca di terre e sicurezze. La frontiera all’epoca era insicura per via delle numerose vexillationes inviate in oriente per la guerra partica e la peste antonina.

Lucio morì nel 169 e Marco rimase unico imperatore. Nel frattempo, i romani, sconfitti, subirono l’assedio di Aquileia da parte dei barbari: era dall’epoca di Mario che popolazioni barbare non penetravano in Italia.

Marco Aurelio fu costretto a misure straordinarie, compreso l’arruolare nuove legioni e reclutare schiavi e gladiatori. L’imperatore difese l’Italia e poi passò all’offensiva, con una violenta avanzata anche oltre il Danubio, costringendo l’imperatore filosofo a restare in guerra, lontano da Roma per anni.

Nel frattempo, circolata la falsa notizia della grave malattia di Marco Aurelio, Avidio Cassio – divenuto governatore d’Egitto – era stato acclamato imperatore nel 175. Ma Marco stava bene e voleva risolvere la questione pacificamente. Tuttavia il senato dichiarò Avidio hostis publicus e quest’ultimo venne ucciso dai suoi stessi soldati.

«Marco era così generoso verso i suoi famigliari che, se concesse a tutti i parenti le insegne di tutti quanti i titoli onorifici, al figlio, e per di più a uno come Commodo – scellerato e depravato –, si affrettò a conferire l’appellativo di Cesare, e successivamente la dignità sacerdotale, nonché quasi subito il titolo di imperatore, il diritto di partecipare al trionfo, e il consolato. E in quell’occasione l’imperatore, spogliatosi della porpora, corse a piedi nel Circo, in onore del figlio, al seguito del suo carro trionfale.»

(Historia Augusta, Marco Aurelio, 16, 1-2)

Nel 177 Marco Aurelio, dopo il rifiuto alla porpora di Claudio Pompeiano, secondo marito della figlia Lucilla (che era vedova di Lucio Vero), aveva violato la tradizione quasi centenaria del principio dell’adozione, associando al trono il figlio Commodo.

Infine Marco passò all’offensiva totale, attraversando il Danubio, con il progetto di annettere i territori oltre il fiume, con la costruzione di forti romani oltre il limes. Tuttavia nel 180 si ammalò gravemente, forse colto anch’egli dalla peste antonina.

Morte e successione

Commodo

Marco Aurelio morì il 17 marzo del 180, gravemente malato. Si lasciò andare, seguendo la filosofia stoica che tanto amava: si spense dopo alcuni giorni di digiuno, al fronte. Il figlio Commodo, ben più avvezzo a mollezze del padre, decise di firmare una frettolosa pace e tornare a Roma a godersi i giochi gladiatori. Pompeiano cercò di farlo desistere, senza riuscirci:


«Ragazzo e pure Imperatore, è assolutamente ragionevole per voi tornare a rivedere la vostra terra natale. Noi stiamo troppo attanagliati dalla fame per vedere quello che abbiamo lasciato a casa. Ma più importanti e urgenti questioni si trovano qui e si frappongono a quel desiderio. Per il resto della tua vita potremo avere quel godimento delle cose a casa; e per questo motivo, dove si trova l’imperatore si trova anche Roma. Ma lasciare questa guerra incompiuta è sia una disgrazia sia pericoloso. Questo atteggiamento aumenterebbe l’audacia dei barbari; non crederanno che vogliamo tornare a casa nostra, ma piuttosto ci accuseranno di una vile ritirata. Dopo che avrete conquistato tutti questi barbari ed esteso i confini dell’impero fino ai mari del Nord, sarà glorioso poter tornare a casa per festeggiare il tuo trionfo, conducendo come prigionieri i re barbari e i loro governanti. I Romani che ti hanno preceduto sono diventati famosi e hanno guadagnato la gloria in questo modo. Non c’è alcun motivo di temere che qualcuno a casa possa prendere il controllo. I più illustri senatori sono qui con voi; le truppe imperiali sono qui per proteggerti; tutti i fondi provenienti dai depositi imperiali sono qui; e infine, la memoria di tuo padre ha vinto per te la fedeltà eterna e la gratitudine dei tuoi sudditi.»

(Erodiano, Storia di Roma dopo Marco Aurelio, I, 6, 4-6)

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