Privacy Policy Catone il Censore | STORIE ROMANE

Marco Porcio Catone nacque a Tusculum nel 234 a.C. La sua famiglia era di origine plebea e non aveva antenati illustri. L’educazione contadina che ricevette formò molto del suo carattere e delle sue opere letterarie successive, improntati sul mos maiorum e sul rispetto dell’ideale di romano al servizio della res publica.

Dopo essersi fatto notare da Lucio Valerio Flacco (console nel 195 a.C.) fu portato da lui a Roma e venne eletto questore nel 204 a.C., edile nel 199, pretore nel 198 e infine console nel 195, proprio con Flacco. Infine nel 184 a.C. divenne censore. Si sposò due volte: con Licinia, appartenente all’omonima gens, da cui ebbe Marco Porcio Catone Liciniano, e con Salonia (figlia di un suo liberto), con cui si sposò dopo la morte della prima moglie e da cui ebbe Marco Porcio Catone Saloniano.

La sua produzione letteraria fu molto ricca, da i Praecepta ad Marcum filium, di cui si conserva solo il De Agri Cultura (in cui descrive un fondo romano gestito da schiavi) alle sue numerose orazioni;. Scrisse anche le origines, che trattavano della storia di Roma dalla fondazione al suo tempo, di cui si conservano però solo frammenti.

Vita politica

Uno dei primi obiettivi di Catone fu la fiera opposizione all’abrogazione della lex Oppia, emanata durante la seconda guerra punica e che reprimeva il lusso per le donne. La polemica scoppiò durante il consolato di Catone e nonostante le rimostranze di quest’ultimo i romani furono costretti a sopprimerla dopo che le donne invasero il foro in protesta e insistettero coi tribuni:

«Tra le preoccupazioni causate da grandi guerre o appena terminate o sul punto di iniziare si inserì una questione di scarsa importanza a dirla ma che, per l’accendersi delle passioni, doveva portare ad una lotta accanita. I tribuni della plebe Marco Fundanio e Lucio Valerio proposero al popolo di abrogare la legge Oppia. L’aveva proposta il tribuno della plebe Caio Oppio sotto il consolato di Quinto Fabio e di Tiberio Sempronio, quando divampava la guerra punica. In base a tale legge nessuna donna doveva possedere più di una mezza oncia d’oro né indossare vestiti di colori sgargianti né circolare in carrozze a pariglie a Roma o in altra città o in un raggio di mille passi da esse se non in occasione di pubbliche cerimonie religiose. I tribuni della plebe Marco e Publio Giunio Bruto difendevano la legge Oppia e affermavano che non ne avrebbero permessa l’abrogazione; molti noti personaggi si facevano avanti sostenendo o combattendo la proposta. Il Campidoglio si riempiva di una folla di uomini favorevoli o contrari alla legge. Nessuna autorità, nessun senso di pudore, nessun ordine dei mariti poteva trattenere in casa le donne: esse occupavano tutte le strade e le vie d’accesso al foro chiedendo agli uomini che si recavano al foro di permettere che, essendo lo stato fiorente, crescendo di giorno in giorno per tutti il privato benessere, anche alle donne venisse concesso di abbigliarsi nel modo consueto. Questo affollarsi di donne cresceva di giorno in giorno: difatti arrivavano anche dalle città vicine e dai mercati. Già osavano avvicinare e pregare i consoli, i pretori e gli altri magistrati. Avevano però un inesorabile avversario in almeno uno dei consoli, Marco Porcio Catone, il quale così parlò a sostegno della legge che si voleva abrogare:

“Se ciascuno di noi, o Quiriti, avesse cominciato a conservare nei confronti della madre di famiglia i diritti e l’autorità di marito, ora non avremmo delle questioni con tutte quante le donne. Ora, la nostra libertà vinta in casa dall’intemperanza delle donne, anche qui nel foro è messa sotto i piedi e calpestata; e non essendo riusciti a resistere singolarmente alle nostre donne, dobbiamo temerle tutte insieme. Io credevo proprio fosse una favola quella degli uomini completamente soppressi, in un’isola, da una congiura di donne; ma non c’è nessun genere di viventi che non possa costituire un gravissimo pericolo se gli si permette di riunirsi in assemblea, di consultarsi e di decidere segretamente. Io per me duro fatica a stabilire se il fatto sia peggiore di per sé o per l’esempio che dà: il primo aspetto riguarda noi consoli e gli altri magistrati, il secondo riguarda maggiormente voi, Quiriti. Se infatti la proposta che vi viene presentata sia o no conforme agli interessi dello stato dovete giudicarlo voi, che state per andare a votare. Quanto a questa sollevazione di donne, si sia essa prodotta spontaneamente o sia stata provocata da voi, Marco Fundanio e Lucio Valerio, essa chiama indubbiamente in causa la responsabilità dei magistrati e non so se sia motivo di vergogna più per voi, tribuni, o per i consoli. Per voi, se avete condotto le donne per provocare sedizioni tribunizie, per noi se dovremo ora accettare condizioni da una rivolta di donne come un tempo dalla secessione della plebe. Certo non senza arrossire, poco fa, dovetti farmi strada tra una folla di donne per giungere al foro. Che se il rispetto della dignità e dell’onore di ciascuna di esse, più che di tutte quante riunite, non mi avesse trattenuto, ad evitare che si vedessero energicamente rimproverate dal console, io avrei detto: – Che usanza è questa di correr fuori in pubblico, di sbarrare le strade, di rivolgere la parola a uomini a voi estranei? Queste stesse richieste non potevate rivolgerle ciascuna in casa al proprio marito? O sapete usare maggiore blandizia in pubblico che in privato, con gli estranei che coi vostri mariti? Del resto neppure in casa sarebbe per voi conveniente interessarvi delle leggi di cui qui si propose l’approvazione o l’abrogazione, se il ritegno trattenesse le donne nei limiti dei loro diritti –. I nostri antenati vollero che le donne non trattassero alcun affare, nemmeno privato, senza la garanzia di un tutore, che rimanessero sotto il controllo dei padri, dei fratelli, dei mariti; noi, se così piace agli dèi, lasciamo ormai che si occupino anche di politica, che prendano parte alla vita del foro, alle pubbliche riunioni, alle elezioni. Che altro fanno ora, per le vie e nei crocicchi, che difendere la proposta dei tribuni della plebe e sostenere che la legge va abrogata? Allentate il freno a nature così intemperanti, a esseri così riottosi, e sperate pure che imporranno esse un limite alla loro licenza! Se non lo farete voi, questo non è che uno, e dei minori, tra i freni che le donne mal sopportano di vedersi imporre dalle usanze o dalle leggi. Ciò che desiderano è la libertà, o, se vogliamo chiamar le cose col loro nome, la licenza in tutti i campi. Che cosa non tenteranno, se otterranno questo?”

[…]

Dopo questi discorsi pro e contro la legge il giorno successivo una folla ancora più grande di donne si riversò per le strade e tutte insieme assediarono le porte dei Bruti, che si opponevano alla proposta dei colleghi; non desistettero prima che dai tribuni fosse ritirata l’opposizione. Non ci fu quindi più alcun dubbio che tutte le tribù avrebbero abrogato la legge. La legge fu abrogata vent’anni dopo la sua approvazione.»

Tito Livio, Ab Urbe Condita, XXXIV, 1,1 – 8,3

L’intransigenza di Catone lo portò a scontrarsi anche con Scipione in Africa nel 204 a.C., dove lo seguiva in qualità di questore. Successivamente governò la Sardegna e la Spagna. Nel 191 a.C. come tribuno militare (quindi un grado molto inferiore a quello di console del 195) di Manio Acilio Glabrione combatté contro il re seleucida Antioco III; fondamentale fu il suo intervento alla battaglia delle Termopili dove guidò l’attacco alle spalle del nemico, che portò alla schiacciante vittoria romana e il ritiro dei seleucidi dalla Grecia. Nel 189 a.C. poi istruì un processo contro Scipione Africano e suo fratello accusandoli di aver sperperato l’erario pubblico.

Scipione, accusato di essersi fatto pagare per dare ad Antioco condizioni di pace migliori, non si difese neanche, troppo amareggiato, e si ritirò nella sua villa di Literno. Pochi mesi dopo (nel 184) i comizi acclamarono come censore Catone, mentre Scipione, distrutto nel profondo, moriva poco dopo a Literno, nel 183. Catone ricoprì con tale fermezza la censura da ricevere l’epiteto di Censore.

Fermo oppositore dell’ellenismo dilagante a Roma (gli Scipioni erano tra l’altro tra i più filoelleni) cercò di ripristinare a più riprese gli antichi costumi, revisionando le liste di cavalieri e senatori durante la sua censura. Inoltre cercò di reprimere il lusso, dopo la sconfitta nella battaglia della lex Oppia: nel 181 appoggiò la lex Orchia che prescriveva un limite massimo di persone a un banchetto e nel 169 la lex Voconia, che cercava di impedire alle donne di accumulare troppa ricchezza. Inoltre si oppose ai baccanali, ritenuti contrari alla tradizione, così come ai medici, di origine greca, che credeva fossero infiltrati che di nascosto macellavano i romani e che per coprire le loro malfatte si facevano pagare profumatamente.

La sua ultima grande battaglia politica fu quella contro Cartagine; inviato nel 157 a.C. a Cartagine per trattare nei litigi tra cartaginesi e il re numida Massinissa, rimase impressionato dalla ricchezza punica. Da quel momento continuò a ripetere al termine di ogni discorso in senato:

«Ceterum censeo Carthaginem esse delendam»
«Inoltre ritengo che Cartagine debba essere distrutta»

PLUTARCO, VITA DI CATONE IL CENSORE, 27

Tuttavia non vide mai Cartagine distrutta, poiché morì nel 149 a.C., seppure le sue insistenze convinsero i romani a scatenare la terza guerra punica, che si concluse con la distruzione di Cartagine a opera di Scipione Emiliano.

Storie Romane è totalmente gratuito. Nel caso volessi contribuire al progetto puoi donare qui:https://www.paypal.me/GConcilio


Seguici su:

www.storieromane.it

https://www.facebook.com/storieromane/

https://www.instagram.com/storieromane/

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: