Privacy Policy Optimates e populares | STORIE ROMANE

Nell’ultimo secolo della repubblica il popolo romano si spaccò tra due fazioni: populares e optimates. I primi parteggiavano per una visione più popolare e aperta alle novità e alla partecipazione del popolo romano, mentre i secondi cercavano di mantenere alto l’ordine senatorio e di ripristinare laddove possibili antichi privilegi dell’ordine, come voluto da Silla. Tuttavia la restaurazione durò ben poco, poiché con Catilina, poi Cesare e Augusto vinse il partito popolare, mascherato dietro una facciata di antichi valori repubblicani.

Gaio Mario

Le prime notizie su Mario risalgono al 134 a.C. durante l’assedio di Numanzia, in Spagna, dove venne notato da Scipione Emiliano. Mario si candidò poi come tribuno militare, prima carica politica del cursus honorum, cui venne eletto grazie anche all’appoggio ottenuto dall’Emiliano. In seguito ottenne la questura, raccogliendo progressivamente un numero sempre maggiore di clientes. Nel 120 a.C. fu eletto tribuno della plebe per l’anno successivo, ottenendo anche il sostegno dei Cecilii Metelli e avvicinandosi progressivamente alla fazione dei populares, quella più vicina alle istanze del popolo, in contrapposizione agli optimates (che supportavano gli aristocratici e il senato come unici garanti dell’ordine). Nel 116 a.C. Mario venne eletto pretore per l’anno successivo, venendo poi inviato nella Spagna ulteriore, dove ottenne numerosi successi contro i celtiberi.

Tornato a Roma ottenne il trionfo e nel 110 a.C. riuscì a sposare Giulia Maggiore, zia di Giulio Cesare, legandosi dunque alla prestigiosissima e antica famiglia (ma ora in difficoltà finanziarie) dei Giuli (fu il primo Giulio ad annunciare la morte di Romolo). Quinto Cecilio Metello poi, console nel 109 a.C., decise di prendere con sè Mario nella sua campagna contro Giugurta, per avvalersi delle sue capacità belliche. Mario decise dunque di candidarsi per il consolato nel 108, venendo eletto per l’anno successivo, adducendo gli scarsi risultati di Metello nella guerra giugurtina.

Il senato decise di usare la lex Sempronia de provinciis consularibus, emanata nel 123 a.C., che lasciava la libertà al senato di scegliere i comandi militari, prorogando a Metello il comando contro Giugurta. Mario utilizzò dunque una legge fatta approvare da lui stesso che dava la possibilità ad un’apposita elezione di decidere chi dovesse ricoprire il comando, venendo nuovamente scelto per il comando in Africa. Metello, profondamente offeso, fu costretto a tornare e celebrare il trionfo dopo essersi fregiato del titolo di Numidico.

Per fare la guerra a Giugurta era necessario arruolare nuove truppe. Già Tiberio e Gaio Gracco avevano cercato di risolvere il problema dei contadini-soldati che formavano l’esercito e ormai erano lontani dai campi per anni, finendo dunque preda di grandi latifondisti. Per questo motivo Mario decise di riformare l’esercito e arruolare anche i capite censi, ossia le persone che non possedevano il patrimonio necessario per combattere (l’esercito era reclutato in base alle classi censitarie). Lo stato, in base anche alle disposizioni graccane, si fece carico delle armi, mentre lo stipendio legava queste truppe più al comandante che non alla res publica. Mario, dopo aver nominato suo questore Lucio Cornelio Silla, si diresse in Africa, costringendo Giugurta a ritirarsi verso la Mauretania. Alla fine, grazie proprio a Silla, Giugurta venne catturato grazie al tradimento del re di Mauretania Bocco, che consegnò il re numida ai romani.

Nel 107 a.C., due popolazioni germaniche, i cimbri e i teutoni, migrati dalla zona della Danimarca, erano entrate in contatto con i romani in Gallia e avevano distrutto l’esercito del console Lucio Cassio Longino. L’anno seguente il console Quinto Servilio Cepione, che aveva intrapreso delle azioni militari contro le tribù attorno Tolosa, ribellatesi a Roma, fece sparire l’oro di Tolosa (aurum tolosanum) mentre veniva spostato a Marsiglia per portarlo a Roma. Tuttavia Cepione fu confermato al comando in Gallia per l’anno seguente insieme ad un altro homo novusGneo Mallio Massimo. I dissapori tra i due, che mantennero i loro eserciti a distanza, rinfacciandosi a vicenda di dovere detenere il comando supremo, indussero i germani ad attaccare e distruggere completamente l’esercito romano, con il fiume alle spalle, in quella che fu la sua più sanguinosa sconfitta di sempre ad Arausio, il 6 ottobre 105 a.C.

Il terrore dilagante fece in modo che Mario, ancora in Africa, venisse eletto console in absentia, nonostante fosse proibito reiterare il consolato a meno di dieci anni di distanza. L’arpinate sarebbe stato eletto console ininterrottamente dal 104 al 100 a.C. Il 1 febbraio del 104, rientrato a Roma, celebrò il trionfo su Giugurta, che venne poi condotto nel carcere Mamertino e strangolato. Nel frattempo i cimbri si erano diretti in Spagna e i teutoni vagavano in Gallia, permettendo a Mario di rimettere in sesto l’esercito. Nel 102 a.C. infine cimbri e teutoni decisero di attaccare l’Italia, facendo però il terribile errore di dividersi: ciò permise a Mario di affrontare prima i teutoni ad Aquae Sextiae, dove il console, riuscendo ad attaccarli alle spalle, li massacrò. Il collega di Mario, Lutazio Catulo, non ebbe altrettanta fortuna con i cimbri, che riuscirono ad attraversare il Brennero. L’arpinate riuscì infine a ricongiungersi a Catulo e nel 101, ai Campi Raudii, vicino Vercelli, i romani distrussero completamente anche i cimbri. Mario ottenne il trionfo e il sesto consolato nel 100 a.C. Negli anni seguenti, durante la guerra sociale (91-88 a.C.), Mario e Silla, nonostante fossero esponenti di fronti contrapposti, combatterono insieme la guerra contro i socii italici.

Silla

Proprio grazie all’intervento di Silla, che convinse il re della Mauretania Bocco a passare dalla parte dei romani, Mario riuscì a portare a termine la guerra numidica. Bocco infatti riuscì a convincere ad un incontro Giugurta, dove venne catturato e consegnato a Mario. Negli anni seguenti Silla continuò ad essere uno degli ufficiali superiori di Mario durante le campagne contro cimbri e teutoni, specialmente nella battaglia dei Campi Raudii. Silla riuscì a farsi eleggere pretore urbano grazie ai suoi successi, nonostante venisse accusato di aver corrotto gli elettori. Al termine della pretura, nel 96 a.C., gli fu data la Cilicia:

«Dopo l’anno di pretura, [Silla] fu inviato in Cappadocia. Motivo ufficiale della sua missione era il porre di nuovo sul trono Ariobarzane I.In verità egli aveva il compito di contenere e controllare l’espansione di Mitridate, che stava acquisendo nuovi domini e potenza non inferiori a quanti ne aveva ereditati.»

PLUTARCO, VITA DI SILLA, 5

Silla approfittò della posizione di potere, essendo il più alto magistrato in zona, per trattare direttamente con i parti sui confini della regione. Ritornato a Roma, Silla comandò insieme a Mario alcuni degli eserciti impegnati nella guerra sociale; grazie anche alla cattura di Aeclanum, capitale degli irpini, Silla ottenne il consolato per l’88 a.C. Ottenuto poi il comando della guerra mitridatica, Silla dovette affrontare le resistenze di Mario, che con la forza si fece assegnare il comando della guerra grazie all’intervento del tribuno della plebe Publio Sulpicio Rufo. In quel momento Silla si trovava in Italia meridionale in attesa di imbarcarsi: decise di prendere le legioni più fedeli a lui e di marciare su Roma. Mario fu costretto a scappare; Silla fece eleggere come consoli Gneo Ottavio e Lucio Cornelio Cinna, per poi riprendere il comando dell’esercito e muovere guerra a Mitridate.

Nel frattempo a Roma si inaspriva la lotta tra Ottavio, che supportava gli optimates sillani e Cinna, che appoggiava i populares mariani, finendo in scontro aperto. Mario rientrò dall’Africa con un esercito e si oppose a Ottavio insieme a Cinna, entrando a Roma. Cinna venne eletto console per la seconda volta e Mario per la settima e ultima. Partì una feroce repressione e proscrizione verso i sillani, ma Mario morì dopo all’inizio del suo consolato, nell’86 a.C. Alla morte di Cinna, nell’84 a.C., Silla rientrò a Roma, ottenendo anche l’appoggio di Gneo Pompeo, figlio di Strabone, che aveva guidato gli eserciti romani durante la fase finale della guerra sociale. Nel novembre dell’82 a.C. Silla entrò a Roma dopo aver sconfitto i populares (appoggiati dai sanniti) a Porta Collina. Morti entrambi i consoli, Silla venne eletto dittatore a tempo indeterminato dai comizi centuriati grazie alla lex Valeria de Sulla dictatore.

Silla possedeva poteri straordinari, compreso il diritto di condannare a morte, presentare leggi, scegliere i magistrati, effettuare confische, fondare città e colonie. Forte della sua posizione Silla decise di riformare la repubblica. Prima di tutto emanò delle liste di proscrizione, mettendo a morte gli oppositori politici; tra loro rischiò anche di finire Cesare (sua zia era moglie di Mario), che riuscì a fuggire in oriente. In sostanza Silla decise di intraprendere una politica di restaurazione del senato a scapito dei cavalieri e dei populares.

Il senato venne portato a 600 membri, mentre veniva fissato il cursus honorum: la questura portava automaticamente alla cooptazione nell’assemblea. Seguiva l’edilità o il tribunato della plebe, la pretura e il consolato. Al senato venne anche restituito il controllo dei processi (quindi nel caso di malversazioni i senatori si giudicavano tra di loro), dato dai Gracchi ai cavalieri. Silla venne rieletto console nell’80 a.C., ma proprio quando era all’apice della carriera politica, nel 79 a.C., decise di abbandonare il potere e ritirarsi a vita privata, morendo nel 78 a.C.

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