Privacy Policy Pertinace | STORIE ROMANE

«Padre di Publio Elvio Pertinace fu il liberto Elvio Successo, che, a quanto si dice, diede al figlio quel nome a simbolo della propria «pertinacia» nel continuare ad esercitare il mestiere di commerciante di lana. Pertinace nacque nella tenuta della madre sull’Appennino. Nel momento della sua nascita un puledro salì sul tetto e, dopo che vi si fu fermato qualche istante, precipitò giù restando ucciso. Impressionato dal fatto, il padre si recò da un indovino Caldeo. Quando questi gli predisse un grande avvenire per il figlio, esclamò che erano stati soldi buttati via.»

(Historia Augusta, Pertinace, 1-3)

Publio Elvio Pertinace nacque il 1 agosto del 126 ad Alba Pompeia, in Liguria. Quando Commodo venne assassinato, il 31 dicembre del 192, gli venne affidata la porpora, a 66 anni. Pertinace era figlio di un liberto, scalò la carriera militare, affiancando Marco Aurelio nelle guerre marcomanniche ed entrando in senato con l’aiuto di Claudio Pompeiano, genero di Marco e marito di Lucilla, come pretore, ottenendo poi il consolato, nel 175 e nel 192.

«Il fanciullo fu istruito nei primi rudimenti delle lettere e dell’aritmetica; venne poi affidato ad un grammatico greco, e successivamente a Sulpicio Apollinare: dopo aver frequentato la sua scuola, lo stesso Pertinace si dedicò alla professione di maestro di grammatica. Ma poiché da essa ricavava scarsi guadagni, grazie ai buoni uffici dell’ex console Lolliano Avito, patrono del padre, poté ottenere la carica di centurione. Poi, partito per la Siria quale prefetto di una coorte, sotto il regno di Tito Aurelio, fu costretto dal governatore della Siria, per aver fatto uso delle carrozze pubbliche senza autorizzazione ufficiale, a fare a piedi il viaggio da Antiochia sino al suo reparto. Avendo ben meritato per lo zelo messo in mostra nel corso della guerra partica, fu trasferito in Britannia, e trattenuto in quella sede. Successivamente in Mesia ebbe il comando di un’ala. In seguito si occupò della distribuzione dei sussidi alimentari lungo la via Emilia. Poi comandò la flotta di Germania. Sua madre lo seguì fino in Germania, ma là morì; dicono che esista ancora il suo sepolcro. Di lì venne trasferito in Dacia con uno stipendio di duecentomila sesterzi, ma, caduto in sospetto agli occhi di Marco, impotente com’era a far fronte agli intrighi di certi personaggi, fu destituito, e solo più tardi, grazie all’interessamento di Claudio Pompeiano, genero di Marco, convinto che egli avrebbe potuto essergli utile in futuro, gli fu assegnato il comando di alcuni distaccamenti. Avendo assolto con merito tale incarico, fu eletto senatore. In seguito, dopo che ebbe riportato un nuovo successo militare, fu smascherato l’intrigo che gli era stato ordito contro, e l’imperatore Marco, per ripagarlo dell’ingiustizia patita, lo elevò al rango pretorio, e gli affidò il comando della prima legione; subito egli riuscì a liberare dai nemici la Rezia e il Norico. In relazione a ciò, per il particolare zelo con cui si era prodigato, fu designato console su interessamento dell’imperatore Marco.»

(Historia Augusta, Pertinace, 1,4 – 2,7)

Imperatore

«Nello stesso giorno in cui egli fu proclamato Augusto, fu proclamata Augusta anche sua moglie Flavia Tiziana, nel momento in cui lui era ad adempiere i voti in Campidoglio. Fu inoltre il primo fra tutti gli imperatori a ricevere, nello stesso giorno in cui fu proclamato Augusto, anche il titolo di padre della patria, nonché ad un tempo il potere proconsolare, e il diritto di presentare fino a quattro proposte in senato; e questo fu per Pertinace come un auspicio favorevole.»

(Historia Augusta, Pertinace, 5, 4-6)

«Come si è narrato nel primo libro di quest’opera, Commodo fu ucciso; e i congiurati, volendo celare l’accaduto, perché non se ne accorgessero i pretoriani che erano a guardia del palazzo imperiale, avvolsero il cadavere in un tappeto di poca apparenza, e lo legarono; quindi lo affidarono a due schiavi di loro fiducia e lo fecero portar via come se fosse stato un arredo inutile delle camere interne. Gli schiavi lo portarono passando in mezzo ai pretoriani, alcuni dei quali dormivano in preda all’ebrietà, mentre quelli ancora svegli stavano cedendo anch’essi alla sonnolenza, e reclinavano il capo sulle mani che tenevano le lance. Comunque, vedendo che un oggetto veniva portato fuori, non si interessarono affatto di ciò che poteva essere: la cosa non li riguardava minimamente. Cosí la salma dell’imperatore giunse di nascosto fuori del palazzo, e durante la notte, caricata in un carro, fu trasportata in campagna. Intanto Eletto e Lieto si consultavano con Marcia sul da farsi; e per quanto riguardava la morte di Commodo decisero di spargere la voce che egli era morto all’improvviso di apoplessia: ritenevano che questa versione avrebbe trovato facilmente credito, poiché l’insaziabile voracità dell’uomo era famigerata. Inoltre parve loro urgente scegliere come successore al trono un uomo anziano ed esperto, per salvare se stessi e perché tutti fossero sollevati da una crudele ed esosa tirannide. Riflettendo insieme su ciò, non trovarono alcuno cosí adatto come Pertinace. Pertinace era di stirpe italica, e aveva raggiunto la gloria con una lunga attività militare e civile; aveva piú volte trionfato sui Germani e sui barbari dell’Oriente, ed era l’unico superstite fra i venerandi amici paterni di Commodo. Questi l’aveva lasciato in vita, pur essendo egli il piú eminente fra gli amici e i generali di Marco, perché rispettava la sua dignità, o la sua povertà. Infatti, pur avendo tenuto uffici pubblici piú di chiunque altro, era il piú povero di tutti: e ciò contribuiva non poco alla sua gloria.»

(Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, II, 1-4)

Pertinace prese parte alla congiura che portò alla morte di Commodo e grazie all’appoggio del prefetto al pretorio Leto ottenne la porpora dai pretoriani, con la ratifica poi del senato. Pertinace allora annullò i processi di lesa maestà e richiamò gli esiliati:

«Stabilì premi per i soldati. Pagò i debiti che aveva contratto nei primi tempi del suo impero. Reintegrò l’erario al suo antico livello. Fissò un limite alle spese destinate alla costruzione di opere pubbliche. Stanziò fondi per la riparazione delle strade. Pagò gli stipendi arretrati dovuti a moltissimi funzionari. Insomma, mise il fisco in grado di far fronte a tutti quanti i suoi impegni. Annullò poi, mettendo da parte gli scrupoli, il debito arretrato di nove anni relativo ai sussidi assistenziali fissati da Traiano. Come privato non mancò di suscitare sospetti di avidità, per aver esteso a dismisura i suoi possedimenti presso Vada Sabazia, a spese dei proprietari, che egli opprimeva con l’usura. Fu addirittura chiamato, con le parole di un verso luciliano, «smergo agrario». Molti autori poi hanno riferito che anche nelle province che egli governò come proconsole si comportò dando prova di sordida avarizia: ché, a quel che si dice, giunse a vendere i congedi e gli incarichi militari. Sta di fatto che, pur essendo il suo patrimonio familiare assai modesto, e sebbene non fosse arrivata alcuna eredità a rimpinguarlo, in un momento egli divenne ricco. Restituì a tutti i proprietari i beni che Commodo aveva loro sottratto, ma non senza ricavarne un compenso. Partecipò sempre alle riunioni ufficiali del senato sempre formulando qualche proposta. Si mostrò sempre cortese verso quanti venivano a porgergli il saluto e si rivolgevano a lui. Coloro che erano stati accusati in seguito a calunnie dei loro servi, condannando i delatori, li scagionò, mettendo in croce quei servi; di alcuni anche riabilitò la memoria.»

(Historia Augusta, Pertinace, 9, 1-10)

Ben presto però cominciarono a circolare voci sulla sua presunta avidità, che insistevano sui presunti affari di famiglia che avrebbe continuato a portare avanti (l’usura). L’imperatore decise anche di dare a chiunque la possibilità di stabilirsi nelle terre abbandonate (e ce n’erano molte dopo la peste antonina), anche quelle di proprietà imperiale, a patto che la coltivassero. La sua ruvidezza fu infine la sua fine, con i pretoriani che mal lo tolleravano; fu infatti il prefetto al pretorio Leto a ordire la congiura che lo uccise il 28 marzo del 193:

«Dunque tutti gli uomini si rallegravano, in pubblico e privatamente, per il nuovo governo moderato e pacifico. Ma nella felicità comune erano malcontenti i pretoriani, cui spetta il compito di scortare l’imperatore. Poiché infatti si vietava loro di rapinare e di commettere abusi, ed erano costretti a una rigida disciplina, consideravano quel governo mite e umano come un’offesa e un oltraggio per loro, quasi fossero defraudati di un diritto alla violenza; e non si adattavano alla fermezza del nuovo governo; anzi, già dal principio si mostravano riottosi e insubordinati. Infine, quando non ancora erano trascorsi tre mesi di regno, e in cosí poco tempo Pertinace aveva saputo prendere molti saggi e utili provvedimenti, suscitando ottime speranze nei sudditi, un avverso destino si interpose, e tutto travolse, impedendo che un’attività ammirevole, e piena d’utilità per il popolo, fosse condotta a termine. Egli infatti aveva disposto che a chiunque ne avesse il desiderio e la possibilità, sia in Italia, sia nelle province, fosse lecito insediarsi nelle terre abbandonate e incolte, anche se facessero parte dei beni imperiali: chi prendeva cura di questi terreni, e li metteva a frutto, ne sarebbe divenuto il proprietario; sarebbe stato inoltre immune da tutti i tributi per dieci anni, e i suoi diritti sarebbero stati garantiti per sempre.»

(Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, II, 4, 4-6)

«Comunque la congiura contro Pertinace fu ordita dal prefetto del pretorio Leto, e da quanti si sentivano urtati dalla grande probità dell’imperatore. Leto infatti si era pentito di aver fatto proclamare imperatore Pertinace, offeso dal fatto che questi lo rimproverava come consigliere di un sacco di stupidaggini. Inoltre aveva suscitato un’impressione assai negativa nei soldati il fatto che nel processo per la congiura di Falcone, egli aveva fatto mettere a morte molti di loro sulla sola testimonianza di uno schiavo. E così trecento soldati armati mossero dagli accampamenti, disposti a cuneo, in direzione del Palazzo imperiale. Peraltro in quel medesimo giorno si dice che nel corso di un sacrifìcio presieduto da Pertinace, non si trovò nella vittima il cuore e, volendo egli stornare quel cattivo presagio, non riuscì a trovare l’estremità delle interiora. E in quel momento tutti i soldati erano ancora fermi negli accampamenti. Alcuni di essi erano usciti dal campo per andare a fare da scorta all’imperatore, e Pertinace invece, dato il cattivo presagio uscito dal sacrificio, aveva rinviato, per quel giorno, il corteo che aveva disposto per recarsi all’Ateneo, ad ascoltare un poeta: e così questi, andati per fare da scorta, si erano avviati a rientrare nell’accampamento. Ma d’un tratto quella schiera giunse al Palazzo, e non fu possibile impedir loro di entrare, né avvertire l’imperatore. E in effetti tanto grande era l’odio di tutti i cortigiani nei confronti di Pertinace, che incitavano i soldati all’azione violenta. Sopraggiunsero allorquando Pertinace stava disponendo il servizio di corte, e imboccarono i portici del Palazzo sino al luogo chiamato «Sicilia» e «Cenacolo di Giove». Venuto a conoscenza di ciò, Pertinace mandò incontro a loro il prefetto del pretorio Leto. Ma quello riuscì ad evitare i soldati, e uscendo attraverso i portici a capo coperto, riparò a casa sua. Quando poi fecero irruzione negli appartamenti interni, Pertinace si fece loro incontro, e con un lungo e fermo discorso riuscì a calmarli. Ma un certo Tausio, un Tungro, dopo aver parlato in modo da risvegliare l’ira e il timore dei soldati, scagliò un’asta in petto a Pertinace. Allora egli, dopo aver invocato Giove Ultore, si coprì il capo con la toga e si lasciò trafiggere dai colpi di tutti gli altri. Anche Ecletto, dopo aver ucciso due di loro, morì con lui, mentre tutti gli altri inservienti di corte (i suoi, non appena divenuto imperatore, li aveva assegnati ai figli dopo la loro emancipazione) riuscirono a fuggire. Molti invero dicono che i soldati irruppero nella camera stessa di Pertinace, e lì lo ammazzarono, mentre scappava, vicino al suo letto.»

(Historia Augusta, Pertinace, 10,8 – 11,13)

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