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La guerra contro i pirati

Pompeo

Nel 67 a.C. Pompeo, dopo aver ricoperto il consolato nel 70, ricevette un comando straordinario contro i pirati che infestavano il Mediterraneo, attribuendogli poteri straordinari, mentre Lucullo era ancora impegnato militarmente con Mitridate e Tigrane II d’Armenia.

Infatti nel corso del I secolo a.C. l’attività piratesca nel Mediterraneo orientale si era intensificata, fino a giungere addirittura a proporre l’aiuto per la fuga a Spartaco da parte dei pirati cilici, che però poi si ritirarono misteriosamente dall’accordo.

In parte erano colpevoli di ciò anche i romani, che proibivano sistematicamente alle città che venivano sconfitte e stavano sul mare di riarmarsi e costruire flotte, favorendo dunque la creazione di zone franche. Lo stesso Cesare in gioventù era stato catturato dai pirati e si salvò con grandi difficoltà.

I pirati si erano arricchiti oltremodo, spingendosi anche a razziare l’interno, specialmente i ricchi santuari d’Asia, mentre sbeffeggiavano i cittadini romani che catturavano (compreso lo stesso Cesare), fingendo di onorarli oltre ogni misura per poi gettarli in mare.

In questa situazione confusionaria fu affidato dal senato, su proposta del tribuno della plebe Gabinio, il comando straordinario e senza limiti per tre anni, un imperium maius et infinitum, a Pompeo su tutto il Mediterraneo e le coste fino a 70 km all’interno. Nessuno aveva mai avuto un potere simile nella res publica.

Pompeo, dotato di 200 navi, divise il Mediterraneo (compreso il Mar Nero) in tredici settori, assegnandolo ognuno a un suo subordinato (gli era stato concesso di nominarne 15 a piacimento oltre ad aver ottenuto 6.000 talenti per la guerra. Iniziando da occidente, fece fuori le navi che navigavano in acque italiche, procedendo mano mano verso oriente. Catturati i pirati, concesse loro di ritornare a vivere civilmente nei luoghi designati se avessero comunicato dove si trovavano gli altri.

Nel giro di pochi mesi riuscì a sradicare la pirateria da tutto il Mediterraneo orientale, specialmente l’isola di Creta e le coste meridionali dell’Anatolia, mentre la Cilicia, covo di pirati, divenne provincia romana. 10.000 pirati furono uccisi e furono catturate 446 navi e 20.000 prigionieri.

La conquista dell’oriente

Grazie alla lex Manilia nel 66 a.C. ottenne anche il comando della guerra contro Mitridate, estendendo di fatto il suo potere sulla riorganizzazione dell’intero Mediterraneo orientale. Lucullo, che pure stava ottenendo buoni risultati, fu costretto a cedere il comando:


«Si salutarono l’un l’altro in modo amichevole, e ciascuno si congratulò con l’altro per le sue vittorie. Lucullo era l’uomo più anziano, ma il prestigio di Pompeo era più grande, perché aveva condotto campagne più importanti, e celebrato due trionfi. Fasci incoronati di alloro erano portati nei cortei di entrambi i comandanti, in ricordo delle loro vittorie, e poiché Pompeo aveva fatto una lunga marcia attraverso delle regioni aride senza acqua, l’alloro che avvolgeva i suoi fasci si era inaridito. Quando i littori di Lucullo videro ciò, premurosamente diedero ai littori di Pompeo alcuni rametti del loro alloro, che invece era fresco e verde. Questa circostanza fu interpretata come un buon auspicio da parte degli amici di Pompeo, perché, con questo gesto, il prestigio di Lucullo ornava ora il comando di Pompeo. Tuttavia, il loro incontro non portò a nessun accordo equo tra le parti, ed al contrario li portò a dividersi ancor più. Pompeo [infatti poco dopo] annullò le ordinanze di Lucullo, e portò via tutto, eccetto mille e seicento dei suoi soldati. Questi glieli lasciò, per condividere il suo trionfo, seppure anche loro non lo seguissero molto allegramente [il vecchio comandante].»

(Plutarco, Vita di Lucullo, 36.2-4)


«[…] si vide venire incontro Lucullo, il quale disse a Pompeo che la guerra era finita, che non era più necessario fare un’altra campagna militare e che erano già giunti gli uomini inviati dal Senato, per governare su quelle regioni. Poiché Pompeo non acconsentì a ritirarsi, Lucullo lo insultò, chiamandolo affarista e avido di potere. Pompeo non se la prese, ed avendo ordinato che nessuno gli desse retta, mosse contro Mitridate, desideroso di scontrarsi con lui.»

(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 46.1-2)

Tra il 66 e il 62 a.C. Pompeo estese il dominio romano su praticamente tutto l’oriente fino alla Mesopotamia; sconfisse Mitridate, Tigrane, conquistò la Siria ponendo fine al regno seleucide di Antioco XIII e infine prese Gerusalemme. Creò infine la nuova provincia di Siria e Ponto (unito alla Bitinia), mentre la provincia d’Asia, la più ricca e importante d’oriente, veniva ampliata.

Le enormi ricchezze tratte dall’oriente furono in parti ridistribuite come donativi all’esercito; ogni soldato ricevette 1.500 dracme attiche e molto di più, in proporzione, gli ufficiali, per un totale di ben 16.000 talenti. Infine, imbarcatosi a Efeso, fece ritorno a Roma nell’autunno del 62 a.C., dove avrebbe celebrato un altro trionfo, il terzo, e avrebbe ricevuto il titolo di Magno.

Il trionfo

Contrariamente a quanto temuto da molti, Pompeo sciolse l’esercito e non si presentò alle elezioni consolari per l’anno successivo anche se avrebbe voluto, perché varcare il pomerium gli avrebbe fatto perdere il diritto al trionfo. Pompeo non si impuntò e si adeguò al volere del senato, ma fece pressioni per far eleggere un suo pupillo, Afranio; pare che ci furono grossi esempi di corruzione per la sua elezione, con moltissimi che si recavano a casa di Pompeo fuori dal pomerium.


«Furono catturate e condotte nei porti 700 navi armate di tutto punto. Nella processione trionfale vi erano due carrozze e lettighe cariche d’oro o con altri ornamenti di vario genere; vi era anche il giaciglio di Dario il Grande, figlio di Istaspe, il trono e lo scettro di Mitridate Eupatore, e la sua immagine a quattro metri di altezza in oro massiccio, oltre a 75.100.000 di dracme d’argento. Il numero di carri adibiti al trasporto di armi era infinita, come pure il numero dei rostri delle navi. […] Davanti a Pompeo furono condotti satrapi, figli e comandanti del re [del Ponto] contro i quali [Pompeo] aveva combattuto, che erano (tra quelli catturati e quelli dati in ostaggio) in numero di 324. Tra questi c’era il figlio di Tigrane II, cinque figli maschi di Mitridate, chiamati Artaferne, Ciro, Osatre, Dario e Serse, ed anche due figlie, Orsabari ed Eupatra. […] su un cartello era rappresentata questa iscrizione: rostri delle navi catturate pari a 800; città fondate in Cappadocia pari a 8; in Cilicia e Siria Coele pari a 20; in Palestina pari a quella che ora è Seleucis; re sconfitti erano l’armeno Tigrane, Artoce l’iberico, Oroze d’Albania, Dario il Mede, Areta il nabateo ed Antioco I di Commagene. […] Tale era la rappresentazione del trionfo di Pompeo.»

(Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 116-117)

«Le iscrizioni [del corteo trionfale] indicavano le nazioni su cui [Pompeo] aveva trionfato. Questi erano: Ponto, Armenia, Cappadocia, Paflagonia, Media, Colchide, Iberia, Albania, Siria, Cilicia, Mesopotamia, Fenicia, Palestina, Giudea, Arabia e tutta la potenza dei pirati di mare e terra che erano stati sconfitti. Tra questi popoli furono catturate non meno di 1.000 fortezze, secondo le iscrizioni, e non meno di 900 città, oltre ad 800 navi pirata, e 39 città fondate. Oltre a tutto questo, le iscrizioni riportavano che, mentre i ricavi pubblici dalle tasse erano stati pari a 50 milioni di dracme, a cui se ne aggiungevano altri 85 milioni dalle città che Pompeo aveva conquistato e che andarono a costituire il tesoro pubblico, coniato da oggetti d’oro e d’argento per 20.000 talenti; oltre il denaro che era stato distribuito ai suoi soldati, tra i quali, quello a cui era stato dato la quota minore aveva ricevuto 1.500 dracme. Tra i prigionieri portati in trionfo, oltre al capo dei pirati, c’era il figlio di Tigrane con la moglie e la figlia, Zosimo con la moglie dello stesso re Tigrane, Aristobulo re dei Giudei, una sorella e cinque figli di Mitridate, alcune donne scite, oltre ad ostaggi dati dal popolo degli Iberi, degli Albani e dal re di Commagene; c’erano anche moltissimi trofei, in numero pari a tutte le battaglie in cui Pompeo era risultato vittorioso (compresi i suoi legati). Ma quello che più di ogni altra cosa risultava emergere per la sua gloria fu che nessun romano prima di allora aveva mai celebrato il suo terzo trionfo sopra tre differenti continenti. Altri avevano celebrato tre trionfi, ma lui ne aveva celebrato uno sulla Libia, il suo secondo in Europa e l’ultimo sull’Asia, in modo che sembrava avesse incluso tutto il mondo nei suoi tre trionfi.»

(Plutarco, Vita di Pompeo, 45.2-5)

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