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Il cosidetto “Silla”, forse statua del II secolo a.C., Gipsoteca di Monaco

Dopo la morte di Silla e la fine delle proscrizioni, iniziò la carriera politica del giovane Cesare, poco più che ventenne. Il discendente di Venere era infatti nipote di Gaio Mario e genero di Cinna, entrambi avversari della fazione sillana, e per questo venne proscritto dal dittatore. Era già in fuga verso Brindisi quando l’intercessione della madre Aurelia e delle vestali lo salvò; Silla infine cedette alle lamentele, esclamando “vedo molti Marii in un solo Cesare” (nam Caesari multos Marios inesse).

«Ma finalmente, per intercessione delle vergini Vestali, di Mamerco Emilio e di Aurelio Cotta, suoi parenti ed affini, ottenne il perdono. Pare certo che Silla, quando lo supplicarono i suoi più intimi amici, e uomini di altissimo rango, per qualche tempo oppose un rifiuto; ma poiché essi tenacemente insistevano, finalmente si lasciò piegare, ma dichiarò – o per ispirazione divina o per riflessione personale – che l’avessero pure vinta e se lo tenessero pure, purché sapessero che quello che essi tanto volevano salvo, un giorno o l’altro sarebbe stato la rovina proprio di quel partito degli ottimati che essi insieme con lui avevano difeso: in Cesare c’erano molti Marii.»

(Svetonio, vita di Cesare, 1)

Tuttavia Cesare a Roma non si sentiva al sicuro, anche per le continue frecciatine del dittatore che lamentava l’eccessiva effeminatezza del ragazzo, decidendo pertanto di partire volontario per l’Asia, dove sotto al comando del propretore Marco Minucio Termo lo assistette nella guerra contro Mitridate, insorto ancora una volta contro Roma. Già allora Cesare si distinse militarmente nell’assedio di Mitilene, dove ottenne la corona civica, una delle ricompense più importanti, che veniva data a chi salvava cittadini romani in battaglia.

«Fece il suo primo servizio militare in Asia, al séguito del pretore Marco Termo. Questi lo inviò in Bitinia per farne venire una flotta; ed egli si trattenne presso Nicomede, non senza che corresse voce che si fosse prostituito a quel re. La diceria fu incrementata dal fatto che dopo pochi giorni egli tornò di nuovo in Bitinia con la scusa di dover riscuotere del denaro dovuto a un liberto suo cliente. Il resto del suo servizio militare fu accompagnato da miglior fama; ed egli, durante l’espugnazione di Mitilene, fu da Termo insignito della corona civica.»

(Svetonio, vita di Cesare, 2)

Cesare (Musei Vaticani)

Il valore del giovane risultò evidente a Minucio Termo, che lo prese sotto la sua ala, inviandolo in missioni diplomatiche e infine presso il re Nicomede di Bitinia; il re rimase folgorato dal giovane, e ben presto si sparse la voce che i due fossero amanti. La voce resterà per molti anni, e Svetonio narrava che ancora durante il suo trionfo, trenta anni dopo, i legionari canticchiassero dell’amore tra i due; la sua fama era tale che Curione dirà in pubblico di Cesare “è marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti”.

Dopo la morte di Silla Marco Emilio Lepido, padre del triumviro e comandante di Cesare, cercò di ridurre il peso delle riforme sillane con una rivolta armata; sperava che Cesare lo appoggiasse visti i suoi trascorsi con Silla e aveva già organizzato un esercito in Etruria, ma Cesare si mantenne distante (come avrebbe fatto poi con Catilina). Lepido venne sconfitto e si ritirò in Sardegna, dove morì poco dopo, afflitto anche dalla notizia del pubblico adulterio della moglie Apuleia, da lui amatissima.

Cesare approfittò dell’occasione non per combattere militarmente, ma con le parole, che sapeva usare egregiamente: accusò di concussione Cneo Cornelio Dolabella, un consolare sillano, tra i più conservatori, che venne salvato solo da due dei più grandi oratori del tempo, Quinto Ortensio Ortalo e Gaio Aurelio Cotta, che ancora una volta riprese l’accusa di sodomita nei confronti di Cesare. Quest’ultimo l’anno successivo attaccherà invece Gaio Antonio Ibrida, zio di Marco Antonio e collega di Cicerone durante il consolato del 63 a.C., quando Catilina tentò di prendere il potere. Stavolta Cesare mise all’angolo lo zio del suo futuro pupillo, reo di aver saccheggiato la Grecia di ritorno dall’Asia; Antonio si salvò per il rotto della cuffia, appellandosi ai tribuni della plebe, che riconobbero che un romano non doveva difendersi poiché il reato sarebbe stato nei confronti dei greci e pertanto non poteva essere giudicato.

Il rapimento

Cesare aveva ottenuto grande fama da questi processi; decise pertanto di perfezionare i suoi studi intraprendendo un viaggio verso Rodi, dove avrebbe studiato filosofia e retorica. Era il 74 a.C. Poco tempo prima Cicerone aveva visitato l’isola, dove insegnavano i famosi Posidionio e Apollonio figlio di Molone:

«Poi, volgendo ormai al tramonto la potenza di Silla e visto che i suoi insistevano perché tornasse a Roma, salpò per Rodi, dove frequentò la scuola di Apollonio, figlio di Molone, retore famoso e stimato per la sua morigeratezza, di cui era stato discepolo anche Cicerone. Cesare, a quanto dicono, aveva un’ottima disposizione naturale per l’oratoria politica, una dote che coltivò con tale diligenza da diventare senza alcun dubbio il secondo fra gli oratori romani: aveva rinunciato al primo posto solo perché il suo intento principale era quello di conseguire il primato nell’attività politica e militare, e furono proprio le campagne di guerra e le lotte politiche, attraverso le quali giunse al potere, ad impedirgli di raggiungere nell’arte oratoria quella supremazia a cui lo portava la natura. Egli stesso, più tardi, in risposta al Catone di Cicerone, obiettò che non si possono mettere a confronto l’eloquio di un soldato e l’abilità di un oratore, il quale, già versato per natura nell’arte dell’eloquenza, l’ha praticata per parecchio tempo.»

(Plutarco, vita di Cesare, 3)

Tuttavia durante la navigazione, al largo dell’isola di Farmacussa, nei pressi di Mileto, Cesare fu intercettato e catturato dai temibili pirati cilici, che all’epoca imperversavano nel Mediterraneo (e che verranno stroncati da Pompeo alcuni anni dopo). I pirati capirono che avevano catturato qualcuno di importante e chiesero un riscatto di venti talenti (circa mezza tonnellata d’argento); al che Cesare, indispettito, avrebbe risposto che per lui ne avrebbero dovuti chiedere cinquanta.

Cesare inviò i suoi servi a racimolare il denaro nelle città vicine. Dopo quaranta giorni tornarono con il denaro. E’ Velleio Patercolo a specificare che il denaro fu dato dalle città costiere (Polieno specifica che fu Mileto ad accollarsi la spesa) a causa dell’insufficiente controllo contro la pirateria (“publica civitatium pecuniam redemptus est” – Vell. Pat., II, 42, 2); a quell’epoca era dilagante nel Mediterraneo e i cittadini romani venivano tutelati in questo modo.

Nel frattempo la situazione era diventata surreale: i pirati in parte increduli della cifra, in parte irretiti dal romano, in parte succubi dello stesso, venivano comandati a bacchetta da Cesare, che sembrava il loro capo più che il loro ostaggio.

Pagato il riscatto di cinquanta talenti, Cesare raccolse privatamente delle navi, per dar loro la caccia (aveva infatti minacciato di impiccarli) – senza alcun imperium – e li sorprese nei pressi di Mileto, dove in seguito a uno scontro navale li catturò, comprese le loro ricchezze. Li portò nella prigione di Pergamo, ma il governatore Marco Iunco tergiversava, visto anche il grande bottino, su cui forse mirava di mettere le mani. Cesare allora decise di agire e li fece crocifiggere; Svetonio aggiunge un particolare “benevolo”, ossia che il futuro dittatore prima di crocifiggerli li fece strangolare:

«Non passò però molto tempo che s’imbarcò di nuovo, ma giunto al largo dell’isola di Farmacussa fu catturato dai pirati, che già allora dominavano il mare con vaste scorrerie e un numero sterminato di imbarcazioni. I pirati gli chiesero venti talenti per il riscatto, e lui, ridendo, esclamò: «Voi non sapete chi avete catturato! Ve ne darò cinquanta!». Dopodiché spedì alcuni del suo seguito in varie città a procurarsi il denaro e rimasto lì con un amico e due servi in mezzo a quei Cilici, ch’erano gli uomini più sanguinari del mondo, li trattò con tale disprezzo che quando voleva riposare gli ordinava di fare silenzio. Passò così trentotto giorni come se fosse circondato non da carcerieri ma da guardie del corpo, giocando e facendo ginnastica insieme con loro, scrivendo versi e discorsi che poi gli faceva ascoltare, e se non lo applaudivano li redarguiva aspramente chiamandoli barbari e ignoranti. Spesso, scherzando e ridendo, minacciava d’impiccarli, e quelli, attribuendo la sua sfrontatezza all’incoscienza tipica dell’età giovanile, a loro volta gli ridevano dietro. Ma appena giunse da Mileto il denaro del riscatto e pagata la somma fu rilasciato, allestì subito delle navi e dal porto di quella stessa città salpò alla caccia dei pirati. Li sorprese che stavano alla fonda nelle vicinanze dell’isola, li catturò quasi tutti, saccheggiò i frutti delle loro razzie, fece rinchiudere gli uomini nella prigione di Pergamo e si recò difilato dal governatore d’Asia, Marco Iunco, che in qualità di propretore [con imperium proconsulare, ndr.] aveva il compito di punire i prigionieri. Ma quello, messi gli occhi sul bottino (piuttosto cospicuo, in verità), disse che si sarebbe occupato a suo tempo dei prigionieri. Allora Cesare, mandatolo alla malora, tornò di corsa a Pergamo e tratti fuori dal carcere i pirati li fece crocifiggere tutti quanti, così come […], con l’aria di scherzare, gli aveva spesso pronosticato.»

(Plutarco, vita di Cesare, 1-2)

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Quando Giulio Cesare fu rapito dai pirati
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