Privacy Policy Roma contro i Diadochi | STORIE ROMANE

La seconda guerra punica non fu solo una guerra tra romani e cartaginesi, ma un conflitto che infiammò tutto il Mediterraneo occidentale. I romani si erano espansi in Illiria alla fine del III secolo a.C.; fu allora che entrarono in contatto anche con i vicini macedoni, che decisero di allearsi con Annibale. I quiriti dal canto loro si allearono con la lega etolica; lo scontro, avvenuto tra il 214 e il 212 a.C. vide infine i romani riconoscere il predominio nella zona ai macedoni con la pace di Fenice del 205 a.C. Fu così che quando i romani vinsero la guerra contro Cartagine approfittarono del primo pretesto per reclamare vendetta. Infatti Filippo V re di Macedonia e Antioco III re dei seleucidi decisero di sfruttare la debolezza del giovane sovrano tolemaico Tolomeo V Epifane per sottrarre parte dei suoi territori (che comprendevano anche parte dell’Asia minore meridionale). Filippo attaccò Pergamo Rodi, che chiesero aiuto ai romani. A quest’ultimi non sembrava vero poter intervenire e ottenuto l’appoggio di Atene, inviarono un ultimatum a Filippo, che se ne infischiò, asserendo che non stava violando la pace di Fenice. I romani inviarono dunque una spedizione in Illiria e iniziò la seconda guerra macedonica, che vide molti greci schierarsi dalla parte dei romani dopo le efferatezze della prima e le recenti espansioni.

Cinocefale

In seguito ad alcune schermaglie e un tentativo di pace dopo che Filippo era stato costretto a ritirarsi in Tessaglia, le due parti giunsero allo scontro diretto, quando Flaminino, a fine 198, seppe che il comando gli era stato prorogato, dietro pressioni del comandante romano, che mirava ad accrescere il suo prestigio. La battaglia di Cinocefale, nel 197 a.C., segnò la prima grande vittoria romana contro i macedoni e portò i romani a vincere la seconda guerra macedonica, iniziata per accorrere in aiuto di alcune città greche minacciate dal re macedone Filippo V.

La battaglia avvenne in un luogo collinare, non particolarmente adatto alla falange macedone. Il re ellenistico aveva diviso la sua falange in due tronconi, di cui uno doveva ancora arrivare in battaglia, mentre i romani erano già schierati; quest’ultimi attaccarono i macedoni che stavano ancora schierandosi, mandandoli in rotta e poi accerchiando i rimanenti. I macedoni in segno di resa alzarono le lunghe sarisse ma i romani forse interpretarono male il gesto, forse fecero finta di nulla: si consumò un massacro, con i legionari romani che con i loro corti gladi facevano una carneficina nei confronti degli inermi macedoni. Pare che il console Tito Quinzio Flaminio abbia anche chiesto cosa significasse il gesto di alzare le sarisse, ma non fu in grado di fermare il massacro. Il gladio si era dimostrato talmente devastante che i macedoni rimasero inorriditi quando videro i loro morti:

«Quando [i macedoni] videro i corpi smembrati con la spada ispanica, le braccia staccate dalle spalle, le teste mozzate dal tronco, le viscere esposte ed altre orribili ferite […] un tremito di orrore corse tra i ranghi.»

LIVIO, AB URBE CONDITA LIBRI, XXXI, 34

La vittoria romana a Cinocefale permise ai romani di intervenire pesantemente nella politica greca, con Flaminino che si propugnava come liberatore della Grecia; libertà che affermò di aver ridato solennemente durante i giochi istmici, a Corinto, nel 196 a.C.

Magnesia

Quando Antioco III, re seleucide, decise di intervenire nelle controversie tra le città greche e la lega etolica, nel 192 a.C., i romani decisero di bloccare i suoi piani di espansione, sconfiggendolo alle Termopili nel 191 a.C., grazie anche ad un attacco alle spalle guidato da Catone il Censore. La vittoria completa l’avrà però solo Scipione Asiatico, fratello dell’Africano, a Magnesia in Asia Minore, nel 189 a.C. Antioco, probabilmente convinto dalla superiorità numerica, accettò battaglia: i romani schierarono le legioni al centro, al lato sinistro, protetta dal fiume Ermo, la cavalleria, mentre sul fianco destro stavano le truppe leggere comandate dal re Eumene II di Pergamo e tutta la cavalleria rimasta. Nelle retrovie c’erano sedici elefanti e dietro di loro i triari. I seleucidi oltre alle falangi e agli alleati greci potevano vantare circa 10.000 cavalieri (e anche catafratti) e 20.000 truppe da tiro e leggere. I seleucidi posero davanti le truppe leggere, dietro la falange e ai lati la cavalleria, mentre gli elefanti erano posti tra i reparti della falange. Antioco prese il comando dell’ala destra con i galati e i cavalieri catafratti, mentre a sinistra stava suo figlio Seleuco con cavalieri (anche catafratti), carri falcati, arcieri arabi su dromedari e altri ausiliari. Mentre Antioco sfondò sul lato che comandava, sul lato opposto, nonostante la netta superiorità, gli arcieri e frombolieri romani causarono il caos, mandando in rotta i carri falcati che scompaginarono il lato sinistro seleucida. Attaccati anche dalla cavalleria romana il fianco di Seleuco si diede alla fuga, lasciando completamente scoperta la falange, che stretta tra le legioni e i lanci di pila, frecce, pietre e l’attacco della cavalleria venne distrutta quando anche gli elefanti si imbizzarrirono e cominciarono a seminare il caos. La battaglia fu un massacro: i romani riportavano di oltre 50.000 morti nemici e soltanto 350 romani. L’anno seguente venne firmata la pace di Apamea, che sanciva il controllo romano sui territori annessi.

Pidna

Nel 179 a.C. Filippo morì e lasciò il regno al figlio Perseo, che odiava i romani. Il re macedone aveva sposato Laodice, figlia del re seleucide Seleuco IV e stretto alleanza con l’Epiro, le tribù illiriche e di Tracia. Il suo scopo era di ricreare un grande regno macedone. Nel 172 a.C. il re Eumene di Pergamo, suo nemico e alleato dei romani manifestò a Roma le sue preoccupazioni, ma i romani ancora non erano pronti per inviare l’esercito per cui attesero il 171. Gli etoli tuttavia si allearono con i romani, incrinando l’egemonia macedone. Perseo inflisse anche una prima sconfitta ai romani a Callinico, ma quest’ultimi rifiutarono ogni offerta di pace. La situazione si sarebbe ribaltata solo con l’arrivo del console eletto nel 168, Lucio Emilio Paolo, detto poi Macedonico (figlio del console morto a Canne), che decise di affrontare il nemico a Pidna. La sera prima della battaglia di si verificò un’eclissi di luna rossa; Tito Livio la descrive così:

“E come non ci si stupisce, essendo certi sia il sorgere sia il tramontare del Sole e della Luna, del fatto che la Luna ora splenda a disco pieno, ora con esigua falcetta, così non si deve considerare un prodigio il fatto che venga oscurata dall’ombra della Terra. E nella notte che precede le None di Settembre, quando all’ora annunciata la Luna si oscurò, la sapienza di Gallo apparve ai soldati romani quasi divina. “

(TITO LIVIO, AB URBE CONDITA, 44, 37)

Livio fornisce anche la data dell’eclissi, che nel calendario gregoriano corrisponde al nostro 21 giugno. Il 22 giugno del 168 a.C. i romani affrontavano i macedoni nella battaglia che segnerà la terza guerra macedonica (171-168 a.C.). La battaglia di Pidna segnò anche il definitivo tramonto della falange macedone a vantaggio della legione manipolare romana. Perseo lanciò l’attacco, con la falange macedone che cominciò a pressare i romani, i quali non poterono reggere l’urto. Arretrando in modo ordinato su una montagna però i romani poterono passare al contrattacco: Emilio Paolo si rese conto che lo schieramento nemico si fratturava in più punti e in questi lanciò i manipoli. I romani, più agili e abituati a combattere su terreni accidentati e in spazi ristretti, massacrarono coi loro gladi ispaniensi i macedoni, impossibilitati dalle lunghe sarisse.

La battaglia si trasformò in una carneficina, con i gladi che fecero letteralmente a pezzi i macedoni inermi. Andati in rotta (20.000 furono uccisi e 10.000 catturati), furono attaccati poi dalla flotta romana al largo, che calò le ancore e procedette al massacro, mentre Emilio Paolo dava ordine ai suoi elefanti di caricare i macedoni in fuga. Il regno di Macedonia era distrutto; fu diviso in 4 repubbliche e, dopo un’insurrezione vent’anni dopo, la Macedonia venne annessa come provincia alla metà del II secolo a.C. La quantità d’oro conquistata sarà tale che da allora, fino al III secolo d.C., i romani (e poi gli italici) saranno esentati da ogni imposta diretta, che graverà sui soli provinciali. Ma la cultura greca avrebbe soggiogato i romani, tanto da far dire ad Orazio che la Grecia aveva portato l’arte e la cultura nel Lazio agreste: “Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio” (Orazio, Epistole, Il, 1, 156).

Gli ultimi scontri

Nel 146 a.C., in seguito a una sollevazione della Grecia (due anni prima si era ribellata la Macedonia, che venne trasformata in provincia), i romani la conquistarono e distrussero Corinto, che saccheggiarono brutalmente. Venne creata anche la provincia di Acaia. Pochi anni dopo, nel 133 a.C., Attalo III, privo di eredi, consegnò tramite testamento il regno di Pergamo a Roma, che creò la ricchissima provincia d’Asia. Alcuni decenni dopo Pompeo venne incaricato di rimettere ordine nel Mediterraneo e intraprese una monumentale spedizione contro i pirati, che sconfisse in sei mesi. Non pago della vittoria e facendo uso del suo imperium illimitato in oriente, decise fare ordine tra i vari regni clienti: i seleucidi, ormai indeboliti, vennero distrutti, Antiochia e la Siria divennero province romane, mentre la Giudea e il regno Tolemaico, ultimo epigono di Alessandro Magno, accettarono di divenire regni clienti di Roma. Durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo il primo ottenne il controllo dell’Egitto e di Cleopatra, ma alcuni anni dopo i tolemaici si allearono con Antonio, il quale, sconfitto, favorì anche l’inclusione dell’Egitto nella res publica romana, stavolta come proprietà diretta di Ottaviano, che lo amministrò tramite un prefetto di sua scelta e non un senatore, i cui membri dovevano chiedergli il permesso per accedere al ricchissimo Egitto.



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