Privacy Policy Scipione Emiliano – il conquistatore di Cartagine | STORIE ROMANE

Publio Cornelio Scipione Emiliano era il secondogenito di Lucio Emilio Paolo Macedonico, il vincitore di Pidna nel 168 a.C. contro Perseo (quindi suo nonno era quel Lucio Emilio Paolo morto a Canne nel 216 a.C.). Seguì infatti il padre durante la terza guerra macedonica (171-168 a.C.), dove fece le prime esperienze militari al seguito del padre. Scipione Emiliano venne però adottato, già sedicenne, dal cugino, il figlio di Scipione Africano, divenendo nipote adottivo di quest’ultimo e prendendo il nome di Scipione Emiliano, mentre il fratello maggiore venne adottato da un figlio o nipote di Quinto Fabio Massimo il temporeggiatore.

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La Macedonia e la guerra Numantina

La seconda grande esperienza militare dell’Emiliano fu la guerra numantina (151-150 a.C.). Nel 152 a.C. il console Claudio Marcello aveva chiesto di trattare una pace con i Celtiberi, ma il senato si era rifiutato e aveva anzi inviato il console Lucio Licinio Lucullo in Spagna per continuare la guerra. Tuttavia il protrarsi della guerra faceva sì che fosse difficile arruolare nuovi legionari.

Pare che in questa situazione Emiliano si propose come comandante per la guerra, nella quale ottenne una corona muralis (data a chi scalava per primo le mura nemiche). Floro racconta anche di un duello tra Emiliano e un re dei Celtiberi, vinto dal romano, che avrebbe ottenuto anche la spolia opima, un trofeo fatto delle armi sottratte al comandante avversario.

La distruzione di Cartagine

Fu proprio nel momento in cui Cartagine terminava di pagare il suo debito cinquantennale che Massinissa andava formando il suo regno numida in nordafrica, minacciando anche i territori cartaginesi. Nel 193 a.C. aveva occupato Emporia, nel 174 a.C. Tisca. I cartaginesi, sentitisi minacciati dal re ormai ultraottantenne, nel 150 a.C. decisero di riarmarsi e formarono un esercito di circa 50.000 uomini per opporsi ai numidi e rioccupare la città di Oroscopa.

«I Cartaginesi che contro i patti avevano portato guerra a Massinissa, vinti da lui, vecchio di novantadue anni e abituato a cibarsi di solo pane senza companatico, si meritarono per di più la guerra dei Romani.»

TITO LIVIO, AB URBE CONDITA, XLVIII, FRAMMENTI

Tuttavia i numidi ebbero ancora la meglio. Ma ormai il dado era tratto: i romani, che avevano appoggiato Massinissa per cinquant’anni, decisero di imporre un ultimatum a Cartagine. Il senato infatti, contrariamente al parere di Catone che voleva la distruzione immediata della città, chiese agli abitanti punici di abbandonare il sito, demolire ogni edificio e ricostruire Cartagine ad almeno 5 km dal mare. I cartaginesi rifiutarono l’offerta.

Furono inviati, nel 149 a.C., i consoli Lucio Marcio Censorino e Manio Manilio Nepote in Africa a condurre la guerra con 80.000 uomini. Con loro, come tribuno, c’era anche Scipione Emiliano, figlio di Lucio Emilio Paolo Macedonico (suo nonno era dunque l’Emilio Paolo morto a Canne), adottato dalla gens Cornelia attraverso il figlio dell’Africano. I cartaginesi, impauriti, offrirono 300 ostaggi e la resa, ma i romani ormai erano implacabili. Nonostante i punici avessero consegnato a Utica ai romani armature, armi e macchine d’assedio, Censorino replicò che la città doveva essere distrutta e gli abitanti andare a vivere a molte miglia dal mare, in modo da non impensierire Roma, ormai padrona del Mediterraneo. Gli ambasciatori punici obiettarono che Roma aveva promesso la salvezza e Censorino replicò che Roma aveva promesso la salvezza ai cittadini di Cartagine, non alla città.

Rientrati in città, gli ambasciatori furono quasi scannati dalla folla. Subito dopo furono uccisi tutti gli italici, liberati gli schiavi, richiamato Asdrubale e gli esuli e preparata la difesa, chiedendo una moratoria di 30 giorni a Roma per prendere tempo. Venne fuso tutto il metallo disponibile, compreso oro e argento, per forgiare armi e armature. Quando i consoli arrivarono alle mura i cartaginesi erano pronti a difendersi.

L’assedio fu particolarmente duro. I difensori si opposero strenuamente e le operazioni andarono avanti per mesi. Nel 148 presero il comando i nuovi consoli Lucio Calpurnio Pisone e Lucio Ostilio Mancino. Il primo fu sconfitto ripetutamente, mentre Asdrubale appendeva sulle mura i prigionieri romani mutilati. Nel 147, infine, nonostante non avesse raggiunto l’età legale, Scipione Emiliano, distintosi in combattimento, fu eletto console insieme a Gaio Livio Druso.

Scipione cambiò tattica: mentre i suoi predecessori avevano attaccato le città intorno, sperando che senza rifornimenti la città sarebbe caduta, l’Emiliano decise invece di concentrarsi su Cartagine, convinto che se fosse caduta la guerra sarebbe finita. Decise dunque di attaccare il porto, bloccandolo con una diga; dopo aspri scontri infine i romani ebbero la meglio. Con il blocco del porto era solo questione di tempo prima che i difensori capitolassero. Infine nella primavera del 146 a.C. Scipione lanciò l’assalto: nonostante la difesa strenua dei difensori, casa per casa, per quindici giorni, la città cadde. Alcuni si rifugiarono sull’Acropoli e resistettero altri otto giorni. La moglie di Asdrubale si sarebbe poi gettata tra le fiamme del tempio dell’Acropoli, come Didone. Iniziò il saccheggio della città, che venne sistematicamente distrutta. Polibio narra che Scipione pianse alla vista della città in fiamme, presagendo una futura simile fine di Roma.

«Cartagine, il cui perimetro si estendeva per ventitré miglia, fu assediata con grande fatica e conquistata un po’ per volta dapprima dal legato Mancino e poi dal console Scipione, cui era stato assegnato senza sorteggio come campo d’azione l’Africa. I Cartaginesi, costruito un nuovo porto, perché l’antico era stato bloccato da Scipione, e messa insieme segretamente e in poco tempo una possente flotta, combatterono in battaglia navale con infelice esito. Anche il campo di Asdrubale, loro comandante, situato nei pressi della città di Neferi in posizione difficile, fu distrutto insieme con l’esercito da Scipione, che finalmente espugnò la città settecento anni dopo la sua fondazione. La maggior parte della preda fu restituita ai Siculi, cui era stata sottratta. Nell’estremo sterminio della città, dopo la resa di Asdrubale a Scipione, la moglie di lui che pochi giorni avanti non era riuscita ad ottenere dal marito di passare al vincitore, coi due figli si precipitò dalla rocca in mezzo all’incendio della città in preda alle fiamme. Scipione, sull’esempio di suo padre Emilio Paolo, vincitore della Macedonia, dette giuochi e offrì in pasto alle belve disertori e fuggiaschi.»

TITO LIVIO, AUC, LI, FRAMMENTI

La fine di Numanzia

Tornato a Roma, Scipione ottenne il trionfo e ricevette l’epiteto di Africano. Nel 142 a.C. venne perfino nominato censore. Nel frattempo la guerra contro i Celtiberi continuava senza successo, motivo per cui nel 134 a.C. Scipione Emiliano, che aveva ottenuto in quell’anno il secondo consolato dopo quello del 147 a.C., venne incaricato di terminare la guerra, cosa che avvenne nell’anno successivo.

Infatti Scipione quando arrivò in Spagna ripristinò la disciplina tra le legioni, costringendole a marce forzate e la continua costruzione di accampamenti. Quando l’esercito si fu ripreso e fu pronto si accampò nei pressi di Numanzia. Invece di attaccare direttamente e subire le continue imboscate di cui i Celtiberi erano maestri, fece una deviazione attraverso i territori dei Vaccaei che rifornivano di cibo i numantini. Sfuggito alle imboscate marciò attraverso i territori dei Caucaei, insieme ai rinforzi di Giugurta, figlio del re numida.

Per prendere la città Scipione costruì un controvallo di nove chilometri, alto 3 metri e largo 2 metri e mezzo, con un terrapieno a protezione. C’erano anche due torri posizionate sul fiume Douro e delle travi poste sul fiume con spuntoni e lame affilate per scongiurare la fuga in acqua del nemico. Dopo circa un anno di assedio, nel 133 a.C. gli assediati furono costretti a cedere per fame e i Celtiberi si arresero, mentre la città veniva distrutta.

«Scipione Africano pose l’assedio a Numanzia e richiamò l’esercito corrotto dall’anarchia e dal lusso alla più rigorosa disciplina militare. Eliminò ogni strumento di mollezza, buttò fuori del campo duemila sgualdrine, impegnò ogni giorno i soldati nei lavori di difesa e li costringeva a portarsi una provvista di frumento per trenta giorni oltre a sette paletti a testa. A chi procedeva con difficoltà sotto quel peso diceva: «quando avrai imparato a difenderti con la spada, allora smetterai di portare il paletto»; ad un altro che portava con poca disinvoltura lo scudo diceva che lo portava di dimensioni più grandi di quelle regolamentari, ma che non lo criticava per questo, dal momento che sapeva servirsi meglio dello scudo che della spada. Quel soldato che avesse sorpreso fuori delle file, se era romano lo staffilava col bastone, se straniero, con le verghe. Vendette tutte le bestie da soma perché non disabituassero i soldati a portar carichi. Spesso combatté con successo rintuzzando le sortite del nemico. I Vaccei assediati, dopo aver trucidato figli e mogli, si uccisero di loro mano. Quanto ai ricchissimi doni inviatigli da Antioco, re di Siria, mentre era costume degli altri comandanti tenere nascosti i doni dei re, egli dichiarò dalla tribuna di accettarli e dette ordine al questore di registrarli tutti: con essi avrebbe ricompensato i più valorosi. Avendo stretto d’assedio da ogni parte Numanzia e vedendo gli assediati tormentati dalla fame, vietò di uccidere i nemici usciti in cerca di foraggio, dicendo che quanto più numerosi erano gli abitanti, tanto prima avrebbero consumate le scorte di frumento. […]
I Numantini stretti dalla fame si trucidarono di propria mano l’uno dopo l’altro per non arrendersi e Scipione Africano espugnò la città e la distrusse, riportandone il trionfo quattordici anni dopo la distruzione di Cartagine.»

Tito Livio, AUC LVII; LIX

Contro i Gracchi

Sebbene probabilmente Scipione non condivideva le idee degli ottimati, d’altra parte forse non era neanche molto entusiasta delle idee dei Gracchi: sembra che, saputo della morte di Tiberio Gracco (nel mentre stava assediando Numanzia), Emiliano abbia risposto con un verso dell’Odissea di Omero: “Così possano perire tutti coloro che si impegnano In tali complotti senza legge.” Tornato a Roma, Scipione non dissimulava la soddisfazione per la fine di Gracco, cosa che gli causò antipatie da parte del popolo.

Fu così che poco dopo, nel 129 a.C., in condizioni misteriose, Scipione Emiliano morì. Stando ad Appiano non si seppe se venne avvelenato da Cornelia, madre dei Gracchi, o se l’Emiliano decise di togliersi la vita per via della sua sempre minore popolarità. Lo storico però racconta che alcuni schiavi della casa, interrogati tramite tortura, confessarono che alcune persone si erano introdotte di nascosto nell’abitazione, soffocandolo.

Plutarco invece parla di una morte dopo l’ora di cena, ma anche a lui risultavano voci di un veleno somministrato da persone a lui vicine e dell’irruzione di alcuni che lo avrebbero soffocato di notte. Lo storico greco aggiunge anche che il corpo, che venne esposto, presentava segni sul corpo, che indicavano una possibile violenza: i sospetti caddero su Fulvio Flacco, storico avversario politico, che il giorno della morte aveva attaccato pesantemente l’operato politico di Scipione davanti al popolo. Anche Gaio Gracco venne sospettato, ma non ci furono mai prove contro di lui.

«Tumulti furono provocati dai triumviri scelti per la divisione del terreno demaniale Fulvio Fiacco, G. Gracco e G. Papirio Carbone. Li avversava P. Scipione Africano che tornatosene un giorno a casa pieno di vigore e salute, fu trovato morto l’indomani nella sua stanza da letto. Fu indiziata di averlo avvelenato la moglie di lui Sempronia soprattutto perché sorella dei Gracchi, coi quali l’Africano era stato in cattivi rapporti; pure sulla sua morte non si svolse alcuna inchiesta.»

Tito Livio, AUC LIX

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