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Dopo tre lunghe guerre contro i sanniti, iniziate nel 343 a.C., quasi cinquant’anni dopo, nel 295 a.C, presso Sentinum, nei pressi dell’attuale Sassoferrato, nelle Marche, i romani sconfissero una coalizione di sanniti, galli, umbri ed etruschi: l’Urbe si avviava ad essere padrona dell’intera penisola.

Dalla supremazia sui latini alla lotta con i sanniti

Dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo, una lega di popoli latini, equi, volsci, sobillati dall’ex re, minacciò la neonata res publica, ma furono battuti nella battaglia del lago Regillo, nel 496 a.C.; secondo Floro, sarebbero intervenuti addirittura i dioscuri Castore e Polluce per far vincere i romani. Un secolo dopo, nel 396, il dittatore Marco Furio Camillo espugnò Veio.

Ma poco dopo i romani furono sconfitti dai galli senoni all’Allia e fu lo stesso Marco Furio Camillo a respingere, secondo la leggenda, i galli guidati da Brenno che avevano saccheggiato Roma pronunciando le celebri parole “non auro sed ferro recuperanda est patria” (“Non con l’oro, ma con il ferro si deve riconquistare la patria”, facendo riferimento a probabili trattative intavolate dal senato che prevedevano un pagamento in cambio della ritirata dei galli).

Poco prima Brenno aveva pronunciato, a quanto pare, anch’egli delle parole rimaste celebri: “vae victis“, “guai ai vinti”: Camillo infatti era intervenuto dopo che i romani avevano visto Brenno truccare la bilancia con cui veniva pesato l’oro da dare ai galli.

L’intervento di Camillo portò con ogni probabilità Brenno a fuggire e ristabilire l’ordine in città, che non verrà più toccata dai barbari per ottocento anni, fino al sacco di Alarico del 410 d.C. Tuttavia, il racconto di Tito Livio è da prendere con le dovute cautele, in quanto di molti secoli posteriore e appare per certi versi troppo filoromano (Ab Urbe condita libri V, 48).

Dopo la ritirata dei galli i romani erano però ancora attorniati di nemici e specialmente i sanniti, i più pericolosi, a sud e a est, una popolazione di agricoltori e combattenti, uomini forti e abituati alla montagna. Quest’ultimi, probabilmente un’insieme di popolazioni centro italiche quali Marsi, Sabini, Lucani, Umbri, Piceni, Osci, Volsci, si erano raccolti in una lega di tribù in continua espansione: infatti secondo la pratica del ver sacrum, venivano mandati via i giovani (abitavano infatti spesso in terre povere e montagnose dell’attuale Abruzzo, Molise, Campania appenninica) a fondare nuove città e così si erano espansi fino al basso Lazio, entrando in contatto con i romani, con cui nel 354 a.C. avevano stipulato un patto di non belligeranza.

La prima guerra sannitica

Guerrieri sanniti

Nel corso della prima guerra sannitica (343-341 a.C.) i due popoli si contesero la Campania e furono i romani ad avere la meglio; la città di Capua era stata il casus belli. Attaccati dai sanniti, i capuani chiesero aiuto a Roma, che intervenne solo dopo che la città si consegnò ai romani tramite la pratica della deditio (i romani avevano infatti concluso un trattato di non belligeranza nel 354):

«Visto che rifiutate di far ricorso a un legittimo uso della forza per opporvi alla violenza e all’ingiustizia perpetrate nei confronti di ciò che ci appartiene, proteggerete almeno quanto appartiene a voi. Di conseguenza noi affidiamo alla vostra autorità e a quella del popolo romano il popolo della Campania e la città di Capua, le campagne, i santuari degli dèi e tutte le cose sacre e profane: qualunque cosa affronteremo da questo momento in poi, la affronteremo come vostri sudditi». Pronunciando queste parole, con le mani tese verso il console e il volto rigato dalle lacrime, si prostrarono a terra nel vestibolo della curia. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, VII, 31

Capua era adesso una città romana e fu chiesto ai sanniti di interrompere l’assedio, inutilmente. I consoli Cornelio Cosso Arvina e Marco Valerio Corvo attaccarono i sanniti; Marco Valerio vinse al Monte Gauro:

« I sanniti vennero catturati, uccisi (e non ne sarebbero sopravvissuti molti, se la notte non avesse interrotto quella che era una vittoria più che una battaglia). I romani ammettevano di non aver mai combattuto con un nemico più tenace, mentre i sanniti, essendo loro stato domandato che cosa li avesse spinti, nella loro determinazione, alla fuga, dicevano di aver visto il fuoco negli occhi dei romani, e un folle furore nei loro sguardi. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, VII, 33

Aulo Cornelio ebbe più difficoltà, ma alla fine, con l’intervento di Publio Decio Mure, ebbe la meglio. Alla fine, nel 341, i sanniti chiesero e ottennero la pace.

La seconda guerra sannitica

Mappa delle popolazioni centro italiche nel IV secolo a.C.

La seconda guerra tra romani e sanniti fu invece molto più lunga e complessa, tanto da durare vent’anni, dal 326 al 304 a.C.

La guerra scaturì da una serie di atti ostili da ambo le parti. I romani fondarono nel 328 a.C. una colonia a Fregellae, presso l’odierna Ceprano, sulla riva orientale del fiume Liri, cioè in un territorio che i sanniti consideravano loro.

I sanniti erano preoccupati dall’avanzata dei romani in Campania, così quando Roma dichiarò guerra alla città greca di Palopolis, i sanniti inviarono 4.000 soldati a difenderla. I romani invece accusavano i sanniti di aver spinto alla ribellione le città di Formia e Fondi.

L’ostilità tra i due popoli era dunque forse inevitabile, visto che entrambe le potenze volevano il controllo del centro-sud Italia.

Le forche caudine

Inizialmente la guerra fu favorevole ai romani, finché nel 321, alle Forche Caudine, i sanniti di Gaio Ponzio Telesino sconfissero le legioni dei consoli Tiberio Veturio Calvino e Spurio Postumio Albino Caudino: i romani furono condotti in un’imboscata, presso una gola, ingannati dai sanniti travestiti da pastori e catturati, mentre marciavano da Capua a Benevento:

« due gole profonde, strette, ricoperte di boschi, congiunte l’una all’altra da monti che non offrono passaggi, delimitano una radura abbastanza estesa, a praterie irrigate, nel mezzo della quale si apre la strada; ma per arrivare a quella radura bisogna prima passare attraverso la prima gola; e quando tu l’abbia raggiunta, per uscirne, o bisogna ripercorre lo stesso cammino o, se vuoi continuare in avanti, superare l’altra gola, più stretta e irta di ostacoli. »

« I romani, discesi con tutto l’esercito nella radura per una strada ricavata nelle rocce, quando vollero attaccare senza indugi la seconda gola, la trovarono sbarrata da tronchi d’albero e da ammassi di poderosi macigni. »

« Senza che ne venga dato l’ordine si arrestano: gli animi sono presi da sgomento, le membra irrigidite da una specie di torpore; si guardano gli uni gli altri come se ciascuno cercasse nel viso del compagno un’idea o un progetto di cui si sente privo: immobili in lungo silenzio. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 2

I romani si accorsero solo dopo essere entrati nella gola che tutte le vie d’accesso erano state sbarrate e i sanniti li controllavano dall’alto. Tuttavia, nonostante lo sgomento descritto da Livio i romani eressero come loro solito il campo. Continua Tito Livio con il discorso del sannita Erennio Ponzio:

« […] Conservate ora coloro che avete inaspriti col disonore: il popolo romano non è un popolo che si rassegni ad essere vinto; rimarrà sempre viva in lui l’onta che le condizioni attuali gli hanno fatto subire, e non si darà pace se non dopo averne fatto pagare il fio ad usura »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 3

I romani capirono di non aver via d’uscita e chiesero la resa. I sanniti decisero che:

« li avrebbero fatti passare sotto il giogo, disarmati, vestiti della sola tunica. Le altre condizioni di pace accettabili ai vinti e ai vincitori: il ritiro dell’esercito dal territorio dei sanniti e quello delle colonie ivi mandate; in seguito romani e sanniti sarebbero vissuti ciascuno con le proprie leggi in giusta alleanza. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 4

Fu così che ebbe luogo uno dei più disonorevoli episodi della storia romana:

«Furono fatti uscire dal terrapieno inermi, vestiti della sola tunica: consegnati in primo luogo e condotti via sotto custodia gli ostaggi. Si comandò poi ai littori di allontanarsi dai consoli; i consoli stessi furono spogliati del mantello del comando […] Furono fatti passare sotto il giogo innanzi a tutti i consoli, seminudi; poi subirono la stessa sorte ignominiosa tutti quelli che rivestivano un grado; infine le singole legioni. I nemici li circondavano, armati; li ricoprivano di insulti e di scherni e anche drizzavano contro molti le spade; alquanti vennero feriti ed uccisi, sol che il loro atteggiamento troppo inasprito da quegli oltraggi sembrasse offensivo al vincitore. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 5-6

Tuttavia già l’anno successivo, il 320, i consoli Lucio Papirio Cursore e Quinto Publilio Filone (nominati dai due interreges Quinto Fabio Massimo e Marco Valerio Corvo, lo stesso della prima guerra sannitica – una pratica antichissima e dovuta al fatto che non era stato possibile eleggere un dictator -, in quanto giudicati i migliori comandanti militari possibili) marciarono verso le Forche Caudine e consegnarono ai sanniti i consoli che avevano trattato, rigettando dunque la pace e riprendendo le ostilità.

Ne seguirono altri anni di guerra, in cui i romani combatterono una durissima battaglia a Lautulae, nel 315, presero diverse città ai sanniti tra cui Nola e infine, con la battaglia di Bovianum, nel 305, i romani sconfissero definitivamente il nemico, e nel 304 fu concordata la pace. Anche stavolta i romani avevano avuto la meglio, ma stavolta le ostilità si erano protratte per un ventennio.

La terza guerra sannitica

Ma la pace non durò a lungo. Nel 298 a.C. i lucani chiesero aiuto a Roma contro i saccheggi dei sanniti:

« Pregavano il senato sia di prendere i lucani sotto la protezione di Roma, sia di liberarli dalla violenza e dalla prepotenza dei sanniti. Da parte loro, pur avendo già fornito una prova di sicura lealtà scendendo in campo contro i sanniti, erano comunque disposti a consegnare degli ostaggi. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, X, 11

Ancora una volta fu guerra tra i due popoli. Stavolta i sanniti chiesero aiuto a galli, umbri ed etruschi contro i romani, che si affrontarono a Sentinum: fu una “battaglia delle nazioni”.

Sentinum: la battaglia delle nazioni

Nel 295 a.C. i romani diedero battaglia a una coalizione di sanniti, galli, umbri ed etruschi nei pressi di Sentinum, l’attuale Sassoferrato, nelle Marche: era un disperato tentativo di fermare l’avanzata romana in Italia; i romani infatti si stavano espandendo ormai in ogni direzione.

L’equipaggiamento e le tattiche

I romani avevano adottato, probabilmente nel corso delle stesse guerre sannitiche, un nuovo modo di combattere e nuovo equipaggiamento. Le legioni, ripartite tra velites (i più giovani, 1200, in prima linea, con equipaggiamento leggero: generalmente nessuna armatura, delle pelli a coprirli, uno scudo tondo chiamato parma, una spada e molti giavellotti, creavano scompiglio nelle file avversarie), hastati (un po’ meno giovani, con scutum ovale, quasi rettangolare e concavo, probabilmente copiato dai sanniti stessi e un’armatura che poteva essere una piastra di metallo o, se si era più ricchi, una cotta di maglia. Completava l’equipaggiamento un’elmo in bronzo sormontato da un pennacchio o un crine di cavallo per sembrare più alti, un giavellotto pesante (anch’esso con ogni probabilità copiato dai sanniti), detto pilum, fatto per essere lanciato e penetrare lo scudo, che soppiantava l’antica hasta, la lancia da cui avevano preso il nome e una spada, che qualche decennio dopo sarebbe stata sostituita da Scipione dal gladio hispaniesis. I principes, più anziani, formavano il reparto successivo, ed erano altrettanti. Avevano lo stesso equipaggiamento, ma con ogni probabilità erano molto più diffuse le loricae hamatae. Infine, per ultimi, i triarii, in numero di 600, i più anziani in assoluto e i soli a combattere con delle lance, attendevano in ginocchio la battaglia e venivano impiegati solo in caso di assoluta necessità, tanto che per i romani “arrivare ai triari” equivaleva al nostro “arrivare alla frutta”. La legione era divisa in 30 manipoli di 2 centurie ciascuna (di circa 60 uomini l’una, divise in 10 contubernia – ossia l’unità tattica più piccola – di 8 uomini), che si supportavano a vicenda, per un totale di circa 4.500 combattenti per ogni legione. Alla fanteria, disposta dunque su tre linee (e preceduta dai veliti che creavano scompiglio), a forma di scacchiera (i principi colmavano le linee degli hastati e i triarii quelle dei principi, da cui il nome triplex acies, si affiancavano 300 cavalieri romani, divisi in dieci turmae. Centurie e manipoli erano comandati da centurioni, di cui il più alto in grado era detto primus pilus, mentre comandanti subordinati e superiori dei centurioni erano i tribuni militum, in numero di 6, che guidavano settori dello schieramento. A comandare l’esercito, nel IV-III secolo erano i consoli (successivamente anche proconsoli, pretori, propretori e infine legati a cui erano assegnate singole legioni). I romani si schieravano sempre al centro e ai fianchi, generalmente in numero pari o simile, si schieravano i socii, ossia gli alleati, comandati da praefecti, organizzati in alae per la cavalleria e cohortes per la fanteria, reparti militari che saranno poi copiati dai romani nei secoli successivi (le coorti raggrupperrano 3 manipoli e diventeranno l’unità tattica di base della legione, formata da 10 coorti ciascuna, a partire dalla fine del III secolo a.C.).

Per il delicato compito di combattere i sanniti vennero scelti l’anziano Quinto Fabio Massimo, già dittatore durante la seconda guerra sannitica e Publio Decio Mure; i due erano anche amici.

I due schieramenti si incontrarono infine, dopo una serie di scaramucce, a Sentinum. I romani si erano stabiliti sull’Aesis (Esino), presso Fabriano, studiando i movimenti dei nemici, guidati da Gellio Egnazio: la coalizione antiromana intendeva dividersi con i sanniti e i galli che avrebbero affrontato i romani in battaglia e gli etruschi e gli umbri che avrebbero assaltato l’accampamento. Tuttavia i romani vennero a conoscenza dei piani nemici; Fabio avanzò verso Chiusi, costringendo gli etruschi a ripiegare.

Gli eserciti continuarono a contrapporsi per un paio di giorni; lo scontro avvenne il terzo giorno. Fabio Massimo manteneva i soldati sulla difensiva, cercando di fiaccare l’impeto gallico e di stancarli con il caldo. Ma Decio Mure, più giovane e impetuoso, che comandava l’ala sinistra, condusse l’attacco della cavalleria. Fu allora che i romani, dopo aver creato il caos nelle file nemiche, si trovarono contro i carri gallici, che gettarono nello scompiglio la cavalleria romana.

Rubens – la morte di Publio Decio Mure

La cavalleria, ripiegando, travolse le legioni, gettandole nel disordine, per combattere il quale Decio Mure, come aveva già fatto il padre, invocò la devotio:

«Perché sto ritardando il fato che incombe sulla mia famiglia? Questa sorte è stata assegnata alla mia stirpe: offrirsi in sacrificio di espiazione per i pericoli della patria. Ora io offrirò in sacrificio alla terra e agli dèi mani me stesso e legioni nemiche. Queste le sue parole. Poi ordinò al pontefice Marco Livio, cui aveva detto, mentre scendeva in battaglia, di non discostarsi mai da lui, che gli recitasse la formula con cui egli doveva far voto di sé e delle legioni nemiche per l’esercito del popolo romano dei quiriti. Si consacrò in voto recitando la stessa preghiera, indossando lo stesso abbigliamento con cui presso il fiume Veseri (ndr. nei pressi del Vesuvio) si era consacrato il padre Publio Decio durante la guerra contro i latini, e avendo aggiunto alla formula di rito la propria intenzione di gettare di fronte a sé la paura, la fuga, il massacro, il sangue, il risentimento degli dèi celesti e di quelli infernali, e quella di funestare con imprecazioni di morte le insegne, le armi e le difese dei nemici, e aggiungendo ancora che lo stesso luogo avrebbe unito la sua rovina e quella di galli e sanniti – lanciate dunque tutte queste maledizioni sulla propria persona e sui nemici, spronò il cavallo là dove vedeva che le schiere dei galli erano più compatte, e trovò la morte offrendo il proprio corpo alle frecce nemiche. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 28

I romani ripresero vigore e Quinto Fabio Massimo mandò dei rinforzi, al comando di Lucio Cornelio Scipione e Caio Marcio. Intanto i galli, mostrando una disciplina superiore sia a quella attesa dai romani che quella descritta da Livio, si riorganizzarono e formarono una specie di testuggine. Allora i romani raccolsero tutti i giavellotti rimasti e li scagliarono contro i galli: nonostante la strenua resistenza cominciarono a cadere uno sull’altro, tra scudi che cadevano sotto il peso dei giavellotti conficcati e altri trapassati.

Nel frattempo Fabio decise che era giunto il momento di vincere la battaglia e decise di lanciare la cavalleria romana contro i fianchi nemici, facendo al contempo avanzare le legioni per pressare i sanniti. Quest’ultimi furono travolti dai romani e si diedero alla fuga, mentre i galli resistevano ancora strenuamente ma erano rimasti ormai soli sul campo di battaglia. Allora i romani inviarono anche 500 cavalieri campani ad aggirare i galli, mentre i principes della III legione trucidavano i galli gettati nello scompiglio.

Il console romano, vinta la battaglia, mosse verso il campo dei sanniti, dove questi cercavano riparo. I sanniti si assieparono sulla palizzata nel vano tentativo di respingere i romani, che dopo una furiosa mischia, in cui cadde lo stesso Gellio Egnazio, ebbero la meglio, mentre i galli nel frattempo venivano massacrati.

I romani avevano vinto la battaglia, ma come riporta lo stesso Livio le perdite erano state terribili da entrambe le parti: secondo lo storico romano ben 25.000 morti e 8.000 prigionieri nella coalizione antiromana e circa 8.500 romani caduti. Il corpo di Decio Mure fu trovato solo il giorno successivo, sotto una pila di cadaveri galli.

Seguirono ancora anni di guerre, finché nel 290 a.C. i romani stabilirono nuove condizioni di pace ai sanniti, stavolta sottomessi a Roma: per quest’ultima si aprivano le porte del sud e del nord Italia. Meno di un secolo dopo la penisola e le sue isole saranno totalmente sotto il controllo romano, a parte alcune zone alpine e Roma si affacciava ormai prepotentemente su tutto il Mediterraneo.



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