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«Dopo l’uccisione di Didio Giuliano, prese il potere Severo, originario dell’Africa. Era nativo di Leptis, e figlio di Geta; i suoi antenati erano cavalieri romani prima ancora che venisse concessa a tutti la cittadinanza romana; sua madre era Fulvia Pia, suoi prozii dal lato paterno Apro e Severo, ex consoli, suo nonno materno Macro, paterno Fulvio Pio. Nacque l’8 aprile dell’anno corrispondente al secondo consolato di Erucio Claro e al primo di Severo. Nella sua prima fanciullezza, prima di essere avviato allo studio delle lettere latine e greche – nelle quali giunse a somma erudizione -l’unico suo gioco cogli altri fanciulli fu quello del giudice, nel quale egli, dopo la processione preceduta dai fasci e le scuri, sedeva e giudicava attorniato dalla schiera dei compagni.»

(Historia Augusta, Settimio Severo, 1, 1-4)

Settimio Severo era nato a Leptis Magna, in Tripolitania. Era il primo imperatore di origine africana; anche se i suoi antenati erano cavalieri e senatori romani, quindi probabilmente notabili del posto. Sembra che fin da piccolo giocasse a fare il giudice, cosa che amava molto. Aveva ricoperto varie cariche del cursus honorum ed era governatore della Pannonia Superiore, senza molta esperienza militare, quando fu acclamato imperatore durante l’anno dei cinque imperatori:

«Quando si diffuse la notizia che Commodo era stato ucciso, e che d’altro canto Giuliano si trovava ad esercitare il potere fra l’ostilità generale, il 13 di agosto [la data è errata, Didio Giuliano è morto il 1 giugno] nei pressi di Carnunto fu acclamato imperatore dalle legioni di Germania, tra le esortazioni di molti che cercavano di vincere la sua ritrosia. Allora egli giunse a distribuire ai soldati una somma di […] sesterzi, quanto nessun principe aveva mai fatto. Poi, consolidata la situazione delle province che lasciava dietro di sé, puntò la sua marcia verso Roma, senza incontrare alcuna resistenza dovunque ebbe a passare, giacché gli eserciti dell’Illirico e della Gallia, sotto la guida dei loro comandanti, avevano già abbracciato la sua causa; era infatti riguardato da tutti come il vendicatore di Pertinace. Nel frattempo su proposta di Giuliano Settimio Severo venne dal senato dichiarato nemico pubblico e furono mandati all’esercito per disposizione del senato dei messi a trasmettere ai soldati l’ordine di defezionare da lui, in nome di quanto il senato stesso aveva decretato. Dal canto suo Severo, quando seppe che i messaggeri erano stati inviati per disposizione unanime del senato, dapprima fu preso da timore, poi, corrotti gli inviati stessi, ottenne che parlassero all’esercito in suo favore e passassero dalla sua parte. Venuto a conoscenza di questi fatti, Giuliano fece promulgare un decreto senatorio per la spartizione dell’impero con Severo, ma non si sa bene se lo abbia fatto in buona fede o tramando un inganno, dal momento che in precedenza aveva già mandato certi individui che avevano fama di aver ucciso dei generali, a sopprimere Severo, così come aveva inviato sicari ad uccidere Pescennio Nigro, il quale pure, acclamato imperatore dagli eserciti di Siria, aveva assunto il potere in opposizione a lui. Ma Severo, sfuggito dalle mani dei sicari inviati da Giuliano ad ucciderlo, mandò ai pretoriani delle lettere con le quali ordinava loro di abbandonare Giuliano o di sopprimerlo, e subito fu ubbidito. Infatti Giuliano fu ucciso nel Palazzo, e Severo venne invitato ad entrare in Roma. E così – cosa che non era mai toccata ad alcuno – Severo si trovò vincitore in virtù di un semplice comando, e si diresse con le truppe verso Roma.»

(Historia Augusta, Settimio Severo, 5, 1-11)

L’imperatore africano

Settimio, dipinto dalle fonti come manipolatore, riuscì dunque a far uccidere Didio Giuliano e farsi riconoscere come imperatore dal senato, mentre dava a Clodio Albino, anche lui acclamato imperatore in Britannia, il titolo di Cesare, fingendo che lo avrebbe nominato suo successore. Arrivato a Roma, convocò i pretoriani, e con l’inganno li fece accerchiare e disarmare, mentre i suoi sequestravano le armi rimaste nei Castra Pretoria. Sciolse poi le coorti, per aver venduto il titolo all’asta (ma i 30.000 sesterzi a testa offerti da Didio Giuliano non erano molto lontano dai 20.000 dati da Marco Aurelio e Lucio Vero alla loro elezione), riformandole con soldati pannonici a lui fedeli:

Arco di Settimio Severo

«Giunto a Roma, Severo ordinò che i pretoriani gli andassero incontro indossando solo la tunica. E così inermi li convocò presso il palco, dopo aver dislocato tutt’intorno soldati armati. Poi, entrato in Roma, sempre armato e scortato da soldati armati, salì al Campidoglio. Di là, con lo stesso apparato, si recò a Palazzo, preceduto dalle insegne che aveva tolto ai pretoriani, tenute con le punte non erette, ma rivolte verso il basso. Quindi, per tutta la città, i soldati si installarono nei templi, nei portici, nei palazzi del Palatino come se fossero alberghi, e l’ingresso di Severo risultò quindi odioso e spaventevole, ché i soldati facevano razzia di tutto senza pagare, minacciando di mettere a sacco l’intera città. Il giorno successivo si recò in senato, scortato non solo da soldati, ma anche da una schiera di amici armati. In quel consesso diede ragione della sua iniziativa di assumere il potere, e addusse a giustificazione il fatto che Giuliano aveva mandato per farlo uccidere dei sicari noti per aver già ucciso dei generali. Fece inoltre promulgare un decreto senatorio in base al quale non fosse consentito all’imperatore mettere a morte un senatore, senza aver consultato il senato stesso. Ma mentre si trovava ancora nella curia, i soldati tumultuando richiesero al senato diecimila sesterzi a testa, appellandosi all’esempio di quelli che avevano scortato in Roma Ottaviano Augusto, e avevano ricevuto appunto tale somma. E, dopo aver tentato di metterli a tacere senza riuscirvi, Severo poté tuttavia farli ritirare placandoli con la concessione di un donativo. Poi rese all’immagine di Pertinace onori funebri di rango censorio, e lo consacrò dio, decretandogli un flamine e una confraternita di sacerdoti Elviani – quelli che prima erano stati i Marciani. Volle pur egli essere chiamato Pertinace, anche se in seguito decise di deporre questo nome, considerandolo di cattivo augurio. Quindi pagò tutti i debiti degli amici.»

(Historia Augusta, Settimio Severo, 6,11 -7,9)

Mentre il nuovo prefetto al pretorio Plauziano teneva la città di Roma, e Clodio Albino credeva nella promessa fatta, Settimio Severo si recava in oriente per affrontare Pescennio Nigro, acclamato in Siria e appoggiato anche dai parti. Sconfitto a Isso, nello stesso luogo dove Alessandro aveva vinto Dario, ritornò in occidente, accusò Clodio Albino di congiurare contro di lui e affrontò anche lui in battaglia. Dopo un durissimo scontro lo vinse a Lugdunum, e inviò la testa ai senatori, molti dei quali rei di averlo appoggiato. Rimasto ormai unico imperatore, decise di attaccare i parti, che avevano appoggiato il suo rivale Pescennio Nigro:

“Quindi, dopo aver dato uno spettacolo gladiatorio e aver distribuito un donativo al popolo, partì per la guerra Partica. Nel frattempo aveva continuato a mettere a morte molte persone, per motivi reali o inventati. I più venivano condannati solo per aver scherzato, altri per aver taciuto, altri per aver pronunciato molti giochi di parole, come: «Ecco un imperatore veramente degno del suo nome, davvero Pertinace, davvero Severo».”

(Historia Augusta, Settimio Severo, 14,11-13)

«Quando dunque l’estate volgeva ormai alla fine, invase la Partia, scacciandone il re e giungendo sino a Ctesifonte, che fu da lui presa al principio dell’inverno – ché in quei paesi la stagione invernale è la più adatta per condurre campagne militari – quantunque i soldati, costretti a nutrirsi di radici di erbe, finissero per contrarre varie malattie e disturbi. Per cui, sebbene sia per la resistenza dei Parti sia per le dannose conseguenze dei disturbi intestinali di cui soffrivano i soldati per non essere assuefatti a quel tipo di cibo, non fosse in grado di avanzare ulteriormente, nondimeno persistette nell’impresa, espugnò la città, costrinse il re alla fuga, uccise un gran numero di nemici, guadagnandosi così il titolo di Partico. In seguito a questi fatti i soldati proclamarono il figlio dodicenne Bassiano Antonino – cui in precedenza era già stato conferito il titolo di Cesare – suo collega nell’impero. Diedero il titolo di Cesare anche al figlio minore Geta, attribuendogli, secondo quanto afferma la maggioranza delle fonti, il nome di Antonino.»

(Historia Augusta, Settimio Severo, 16, 1-4)

Settimio Severo arruolò poi tre nuove legioni partiche, e la II Parthica venne stanziata nei Castra Albana, vicino Roma; la pressione di truppe fedeli all’imperatore attorno l’Urbe non era mai stata così forte. Le altre due rimasero in oriente, in Osroene e Mesopotamia. Tutte e tre furono affidate a prefetti equestri; ormai il ceto equestre, cui faceva sempre più affidamento l’imperatore romano, stava prendendo sempre più funzioni e mansioni dell’amministrazione e dell’esercito, a discapito del senato.

Inoltre l’imperatore aumentò la paga dell’esercito, mentre la moneta stava cominciando a svalutarsi. Diede anche all’esercito nuovi benefici, come la possibilità di sposarsi, mentre i centurioni primipili ottennero il rango equestre. Dopo essere rientrato a Roma e mandato a morte l’ingombrante Plauziano, Settimio si rivolse anche alla Britannia, dove il vallo di Antonino cadeva a pezzi. Probabilmente nei suoi piani c’era l’annessione di tutta l’isola.

Morte

Tuttavia, mentre combatteva a nord, morì a York, il 4 febbraio del 211 d.C. Secondo Cassio Dione in punto di morte avrebbe detto ai figli Caracalla e Geta di non preoccuparsi di nient’altro che arricchire i soldati e andare d’accordo fra di loro:

«Morì a Eboraco in Britannia, dopo aver soggiogato le popolazioni che apparivano minacciare la regione, nel diciottesimo anno di impero, sopraffatto da una malattia gravissima, ormai vecchio. Lasciò due figli, Antonino Bassiano e Geta: a quest’ultimo pure aveva imposto, in onore di Marco, il nome di Antonino. Fu sepolto nella tomba di Marco Antonino, che egli venerò a tal punto fra tutti gli imperatori, che giunse a divinizzare persino Commodo, e a ritenere che il nome di Antonino fosse da allora in poi da conferire a tutti i sovrani, come quello di Augusto. Egli stesso, su proposta dei figli, che gli avevano allestito uno splendido funerale, fu dal senato divinizzato.»

(Historia Augusta, Settimio Severo, 19, 1-4)

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