Privacy Policy Stilicone | STORIE ROMANE

Negli anni seguenti la disfatta di Adrianopoli Teodosio, che era succeduto a Valente, cercò di sconfiggere i goti, ma l’esiguità delle forze di cui disponeva e la mancata fedeltà delle nuove reclute barbare secondo la visione dell’imperatore (in alcuni casi i reparti erano in maggioranza barbarica e l’imperatore temeva per insurrezioni) portò Teodosio a firmare la pace, il 3 ottobre del 382, tra romani e goti. In cambio i goti avrebbero dovuto fornire contingenti all’esercito romano, con condizioni di pace favorevolissime, cosa mai avvenuta in precedenza.

Nel 390 Teodosio diede ordine di massacrare i goti a Tessalonica, dopo che la popolazione si era ribellata ai goti e aveva impiccato il magister militum Buterico, colpevole di aver arrestato un famoso auriga e di non aver concesso i giochi annuali. Il vescovo di Milano Ambrogio spinse l’imperatore a chiedere pubblicamente perdono; Teodosio accettò: fu il primo caso di supremazia del potere ecclesiastico su quello civile, e l’inizio di un lungo contrasto millenario tra potere spirituale e temporale. In seguito a quest’atto di sottomissione vennero promulgati i decreti teodosiani, che intercedevano l’accesso ai templi pagani, qualsiasi forma di culto, l’immolazione delle vittime di sacrifici equiparata alla lesa maestà, perfino l’adorazione delle statue. Anche le olimpiadi, dopo oltre mille anni, cessarono di esistere.

Teodosio aveva nominato Augusti i figli Arcadio e Onorio, ma diversamente dai suoi predecessori, aveva dato al maggiore l’oriente. Entrambi avevano un tutore: Onorio il magister militum di origine vandalica Stilicone, Arcadio il prefetto al pretorio Rufino. Ma non c’era più un Augusto anziano: la divisione, seppure informale, era ormai definitiva.

L’ultimo romano

«Arcadio ed Onorio, pervenuti al supremo comando, parevano essere imperatori soltanto nominalmente, essendo di fatto l’Impero d’Oriente nelle mani di Rufino e quello d’Occidente abbandonato all’arbitrio di Stilicone. Tutte le controversie similmente venivano da loro con grande licenza definite, riuscendone vittorioso chi mediante danaro comperava il giudizio, ovvero colui che riusciva a conciliarsi il buon volere del giudice. Di questo modo essi si rendevano possessori dei beni di coloro che gli uomini comuni reputano fortunati. Altri parimente, allettandoli con doni, evitavano le calunnie, ed vi erano pur di quelli, i quali da lor posta cedevano il proprio all’uopo di ottenere magistrature, o di promuovere sinistri alle città. Moltiplicatasi nei popoli, senza eccezione, ogni maniera di scellerataggini, le ricchezze, da dovunque provenissero, affluivano in abbondanza nelle abitazioni di Rufino e Stilicone, mentre gli imperatori non si dedicavano per niente agli affari [di stato], ma ratificavano qualunque ordinamento dei loro governatori come se fosse una legge non scritta.»

«Nel frattempo l’Imperatore Teodosio Maggiore aveva affidato la tutela dei figli e la reggenza delle due corti rispettivamente ai due dei suoi sudditi più potenti, Rufino in Oriente e Stilicone in Occidente. […] Rufino, aspirando alla dignità reale per se, sobillò i Barbari [a invadere l’Impero]; Stilicone, desiderandola per il figlio [Eucherio], diede loro sostegno in modo che, a causa delle necessità dello stato nelle crisi improvvise, non si potesse fare a meno di lui. Taccio di re Alarico e dei suoi Goti, spesso vinti, spesso circondati, sempre lasciati andare. »

ZOSIMO, STORIA NUOVA, V,1; Orosio, Storia contro i Pagani, VII,37

Stilicone nacque da padre vandalo, ufficiale ausiliario nell’esercito romano dell’imperatore Valente e da madre romana; si considerò sempre pienamente romano nonostante la fede ariana in principio (lo stesso Valente era ariano). Si arruolò nell’esercito romano e fece carriera sotto Teodosio, che lo premiò dopo il successo del Frigido . Nel 384 Teodosio lo aveva inviato presso il re persiano Sapore III a negoziare la spartizione dell’Armenia e nello stesso anno aveva sposato Serena, nipote dell’imperatore, da cui ebbe i figli Eucherio, Maria e Termanzia, che saranno entrambe spose di Onorio. Dopo la vittoria del fiume Frigido, dove comandò anche le truppe gotiche di Alarico, divenne magister militum a capo di tutto l’esercito imperiale, e dopo la spartizione tra occidente e oriente di quello d’occidente.

La prima quindicina d’anni l’impero di Onorio fu retto formalmente da Stilicone. Quest’ultimo cercò di perseguire la politica di Teodosio di un accomodamento pacifico dei barbari, accogliendoli nell’esercito. Per rafforzare il legame con Onorio aveva già sposato una sua cugina, Serena, e aveva dato la propria figlia Maria in sposa all’imperatore. Stilicone, che sosteneva che Teodosio gli aveva lasciato la tutela anche di Arcadio, e voleva un impero unito, cercò di riprendere alla parte occidentale l’Illirico, facendo anche assassinare con un complotto Rufino, tutore e prefetto al pretorio di Arcadio. Nel 397 inoltre Stilicone aveva sconfitto Alarico, capo dei goti, che si erano ribellati, nel Peloponneso, ma non riportò una vittoria decisiva, forse perchè Arcadio glielo chiese, forse perchè non riuscì a mantenere la disciplina tra i soldati.

Alarico si era poi mosso verso l’Italia, cercando anche di assediare Milano, dove risiedeva la corte; Onorio si sarebbe poi spostato nella più sicura Ravenna. Nonostante Stilicone riportò vittorie a Pollenzo e Verona, fu costretto a distogliere reparti dal Reno. Poco dopo, nel 406, distrusse un’enorme armata ostrogota guidata da Radagaiso a Fiesole, reclutando 12.000 dei suoi soldati e vendendo moltissimi schiavi. Stilicone fece anche bruciare i libri sibillini, che pare minacciassero il suo potere. Ma proprio in quel 406, complice il Reno ghiacciato e i reparti dislocati in gran parte in Italia, un gruppo di popolazioni barbariche attraversò, senza incontrare resistenza, il Reno, il 31 dicembre. Neanche i franchi, alleati dell’impero, poterono fare nulla.

«Persino le legioni che affrontavano i […] Sigambri, e quelle che tenevano in soggezione i Catti e i selvaggi Cherusci […], lasciarono il Reno, di cui erano state poste a difesa, e che ormai era difeso da una sola cosa – il timore di Roma. Chi mai dei posteri darà credito a questa storia? La Germania, un tempo la sede di popoli così fieri e bellicosi che gli imperatori precedenti potevano a stento tenerli sotto controllo con l’intero peso delle loro armate, ora si offre seguace così volenterosa della mano guidante di Stilicone che non tenta né un’invasione dei territori esposti al suo attacco dalla rimozione delle sue truppe di frontiera né attraversa il fiume, troppo timorosa per avvicinarsi a una riva indifesa.»

CLAUDIANO, DE BELLO GOTHICO, VERSI 422-432

Nel frattempo Stilicone aveva fatto pace con Alarico, nominato magister militum, con l’intenzione di riprendere i territori balcanici ad Arcadio. Ma alla notizia dell’invasione della Gallia e dell’usurpazione di Costantino III in Britannia (e passato anche lui in Gallia), Onorio richiamò Stilicone in Italia, mentre cresceva il partito antibarbarico, che mal vedeva la politica di accomodazione dei barbari. Scoppiò infine una rivolta anti-barbarica, e moltissimi militari e funzionari di origine straniera furono uccisi a Pavia, alla presenza dell’imperatore. Stilicone, invece di affrontarlo, si diresse a Ravenna, ma fu arrestato dopo essersi rifugiato in una chiesa e giustiziato.

«Quando poi si dovette condurre il prigioniero [Stilicone] a subire la capitale condanna, i barbari […] avevano stabilito con pronto impeto di liberarlo, e avrebbero tentato di farlo se lui, minacciandoli e intimorendoli, non avesse loro vietato di farlo; dopodiché presentò al boia il collo, uomo per modestia superiore a tutti coloro sorti allora al sommo potere. E, nonostante fosse unito in matrimonio alla nipote del maggior Teodosio, fossero stati affidati alla sua cura gli imperi di entrambi i figli di lui [Teodosio], e avesse detenuto per anni ventitré il comando supremo delle milizie, non fu mai visto assegnare, mediante denaro, magistrature, o trarre guadagno dalla militare annona. Padre inoltre d’unico figlio, gli prefisse come limite d’ogni elevazione di grado la carica di tribuno dei notai (nome della magistratura) senza andare in cerca di altra più eminente onoranza.»

«Nel frattempo il Comes Stilicone, appartenente alla stirpe avida, imbelle, e propensa al tradimento, dei Vandali, non accontentandosi di governare di fatto facendo le veci dell’Imperatore nominale, provò con ogni espediente possibile di collocare sul trono il figlio Eucherio. Secondo una diceria comune, quest’ultimo progettava di perseguitare i Cristiani fin da quando era un fanciullo e un cittadino privato. Quindi, quando Alarico e l’intera nazione dei Goti implorò umilmente la pace a termini molto favorevoli e in cambio di qualche luogo dove insediarsi, Stilicone li sostenne con un’alleanza segreta, ma in nome dello stato negò loro l’opportunità di fare guerra o pace, usandoli […] per intimidire lo stato. Inoltre, altre nazioni irresistibili nel numero e nella potenza che ora stanno opprimendo le province della Gallia e della Spagna (ovvero gli Alani, gli Svevi e i Vandali, insieme ai Burgundi che furono guidati dallo stesso movimento), furono sobillati da Stilicone a prendere le armi per loro iniziativa […] una volta che il loro timore di Roma era stato rimosso. […] Stilicone […] sperava che avrebbe potuto approfittare di questa situazione di pericolo per sottrarre la dignità imperiale al genero [Onorio] e attribuirla a suo figlio, e che sarebbe risultato agevole reprimere le nazioni barbariche allo stesso modo in cui le aveva sobillate. Quando tutti questi crimini furono apertamente rivelati all’Imperatore Onorio e all’esercito romano, i soldati giustamente si ammutinarono e uccisero Stilicone […]. Fu ucciso anche Eucherio, che, per guadagnarsi il favore dei Pagani, aveva minacciato di celebrare l’inizio del regno con la restaurazione dei templi e con la demolizione delle chiese. Pertanto le chiese di Cristo e l’Imperatore devoto furono liberati e vendicati con poche perdite e con la punizione di solo poche persone.»

ZOSIMO, STORIA NUOVA, V, 34; OROSIO, STORIA CONTRO I PAGANI, VII,38

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