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Flavio Teodosio era nato l’11 gennaio del 347 a Cauca (oggi Coca), in Segovia, in Spagna. Figlio dell’omonimo generale che aveva militato sotto Valentiniano, fu scelto probabilmente anche per questo motivo da Graziano, che tuttavia aveva fatto giustiziare il padre di Teodosio nel 376, dopo essere caduto in disgrazia.

Dopo la disfatta di Adrianopoli Graziano decise di richiamare Teodosio, che si era ritirato prudentemente a vita privata, associandolo come Augusto a Sirmium il 19 gennaio del 379. Gli venne data la Tracia, Dacia e Macedonia, per contenere il problema dei goti.

Nel 380 Graziano e Teodosio promulgarono un editto, a Tessalonica, il 27 febbraio 380, che stabiliva il cristianesimo come unica religione di stato, e l’anno seguente fu stabilito il credo niceno come unico possibile. Il 3 ottobre 382 si giunse a un accordo con i goti, stabiliti nell’impero in qualità di federati, mantenendo cioè la loro condizione, i loro re e leggi e in cambio di combattere per Roma quando ce ne fosse stato bisogno.

Ma andavano anche pagati: non solo si cedeva una parte di territorio a dei barbari non soggetti alla legge di Roma, si trattava anche con loro ogni volta per ottenerne l’appoggio, e bisognava anche reperire le risorse per pagarli. Il problema si sarebbe fatto sempre più grave col tempo.

Dopo la morte di Graziano, Teodosio sconfisse l’usurpatore Magno Massimo, prima a Poetovio e poi ad Aquileia, nel 388, restaurando Valentiniano II, fratello di Graziano. Ma poco dopo entrò in conflitto il franco Arbogaste, magister equitum, e fu trovato impiccato a Vienne, in Gallia, il 15 maggio del 392.

Poco dopo sarà proprio Arbogaste a elevare alla porpora, in occidente, il presunto pagano (o simpatizzante) Eugenio. Lo scontro finale avvenne nel 394, al Frigido; pare che Teodosio, inizialmente in svantaggio, abbia mandato i suoi goti in prima linea, al macello, e che, sul punto di perdere, un fortissimo vento sia arrivato in suo favore, con i soldati di Eugenio che non riuscivano a lanciare niente perché tornava indietro.

«I soldati presenti mi hanno riferito che venivano strappati loro di mano i giavellotti, perché un vento impetuoso soffiava dalle schiere di Teodosio contro le schiere avverse e non solo portava via con violenza tutti i dardi che erano scagliati contro di loro ma addirittura faceva tornare indietro contro i nemici le loro stesse frecce. Per questo il poeta Claudiano, per quanto contrario al cristianesimo, ha cantato nel panegirico per lui: O prediletto di Dio, per cui Eolo fa uscire dagli antri un ciclone in anni, per cui combatte l’atmosfera e i venti si adunano come alleati per le azioni militari.»

(Sant’Agostino, De civitate Dei, V, 26)

Nel 390 Teodosio aveva inoltre ordinato il massacro della popolazione di Tessalonica, rivoltatasi perché il comandante goto della guarnigione Buterico aveva fatto arrestare un famoso auriga. La folla, raccolta nel circo per una corsa, fu sterminata, per rappresaglia.

Il vescovo di Milano Ambrogio, inorridito, chiese a Teodosio di fare pubblicamente ammenda per accedere ai sacramenti. E l’imperatore, primo nella storia, accettò. Tra il 391 e 392 poi emise i cosiddetti decreti teodosiani, che andavano a limitare ulteriormente le libertà per i pagani, la cui religione non era più tollerata in alcun modo. Ne subirono le conseguenze anche i templi e gli edifici superstiti.

Teodosio aveva nominato Augusti i figli Arcadio e Onorio, ma diversamente dai suoi predecessori, aveva dato al maggiore l’oriente. Entrambi avevano un tutore: Onorio il magister militum di origine vandalica Stilicone, Arcadio il prefetto al pretorio Rufino. Ma non c’era più un Augusto anziano: la divisione, seppure informale, era ormai definitiva.

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