Privacy Policy Tito: amore e delizia del genere umano | STORIE ROMANE

Il padre Vespasiano non negò mai di voler associare a sé come successore il primogenito Tito, sia per rafforzare il suo potere, sia per dare un messaggio chiaro al senato, dove alcuni rimpiangevano ancora i Giulio-Claudi e la repubblica. Nel 71 gli concesse la tribunicia potestas e condivise il consolato (nel 70) e la censura (73-74) con il padre. Tito diventò infine anche prefetto al pretorio, unico caso della storia romana in cui un figlio ricopriva tale carica, tra l’altro solitamente riservata al ceto equestre.

Un’esagerazione?

Il comportamento di Tito in gioventù e durante i primi anni di impero del padre Vespasiano fecero temere a molti un nuovo Nerone: dissolutezza, baldoria, violenza, tutto lasciava supporre che Roma sarebbe ripiombata nella tirannide. Tuttavia, ottenuto il potere, Tito si comportò benissimo, divenendo uno degli imperatori più amati, grazie anche ad un imperio molto breve (di soli due anni, dal 79 all’81):

«A parte la sua crudeltà, destava sospetto anche la sua intemperanza, dato che protraeva le sue baldorie fino a notte fonda in compagnia degli amici più dissoluti. Né destava meno scandalo la sua lussuria, a causa delle congreghe di eunuchi e di debosciati di cui si circondava; per non dire della notoria passione verso la regina Berenice, alla quale si diceva avesse promesso persino il matrimonio. Sospetto sollevava anche la sua rapacità: perché era noto come usasse speculare sulle cause trattate in presenza del padre e trarne profitto. E, in definitiva, tutti pensavano e andavano anche apertamente dicendo che si profilava un altro Nerone. Ora, al contrario, quella cattiva fama gli si convertì in un bene e si mutò in un coro di lodi quando in lui non si trovò nessun vizio e si videro, viceversa, mille virtù.»

Svetonio, Tito, 7

Sebbene inizialmente molti temessero che si sarebbe comportato in modo non dissimile da Nerone, Tito fece ricredere tutti; divenne tanto amato da essere definito poi “amore e delizia del genere umano” poiché nessuno venne condannato a morte durante il suo principato (titolo ironico per chi aveva stroncato la rivolta giudaica e condannato migliaia di prigionieri a combattere fino alla morte come gladiatori). Completò anche la costruzione del Colosseo, iniziata dal padre, e lo inaugurò.

“Tito, che portava lo stesso cognome del padre, fu chiamato amore e delizia del genere umano: tali doni aveva avuto, di intelligenza, capacità e fortuna, da guadagnarsi la simpatia generale; e ciò anche come principe, cosa che è più difficile; mentre, da privato cittadino, e ancora durante il principato di suo padre, non gli erano mancati né le inimicizie né, tanto meno, la riprovazione pubblica. Era nato il 30 dicembre dell’anno che rimase segnato dall’assassinio di Gaio, in una squallida abitazione nei pressi del Settizonio, in una stanzuccia angusta e senza luce che ancora si conserva e viene mostrata ai visitatori. Fu educato a corte assieme a Britannico e istruito con lui nelle stesse discipline e dagli stessi maestri. Si dice che, appunto in quel tempo, un fisionomista, fatto venire da Narciso, il liberto di Claudio, per scrutare il volto di Britannico, avesse affermato senza esitazioni che costui non sarebbe stato imperatore, ma lo sarebbe divenuto invece senza dubbio Tito, che in quel momento gli stava al fianco. Era tale del resto la loro familiarità da far pensare che, quando Britannico morì per aver ingerito una bevanda avvelenata, anche Tito, seduto a mensa con lui, ne avesse bevuto: certo rimase per lungo tempo gravemente infermo. Più tardi, memore di tutto ciò, fece erigere a Britannico una statua d’oro sul Palatino, e un’altra gliene dedicò d’avorio, che lo rappresentava a cavallo, e che ancor oggi viene portata in processione quando si inaugurano gli spettacoli del circo. Sùbito, fin dall’infanzia, si profilarono le sue doti fisiche e intellettuali, che poi si confermarono sempre meglio con l’andar degli anni: un corpo armonioso in cui si fondevano dignità ed eleganza, una notevole robustezza nonostante la statura non molto slanciata e un addome un po’ troppo pronunciato; una memoria eccezionale e una disposizione naturale a quasi ogni disciplina civile o militare. Era abilissimo nell’esercizio delle armi e nel cavalcare; pronto e versatile nel discorrere sia in latino sia in greco, come pure nel verseggiare anche in modo estemporaneo; non privo di conoscenze musicali, tanto che sapeva cantare e danzare piacevolmente e con perizia. Da parecchie testimonianze ho appreso che era anche solito prendere appunti con grande rapidità, mettendosi in gara, per scherzo e divertimento, con i suoi amanuensi, e che sapeva imitare qualunque grafìa: tanto da confessare più di una volta che «sarebbe potuto essere un meraviglioso falsario».”

Svetonio, Tito, 1-3
Tito

“Molto generoso per natura, laddove tutti gli altri Cesari finora – in base a una disposizione di Tiberio – non avevano considerate valide le concessioni fatte dai predecessori se non dopo una loro personale conferma, egli per primo volle con un unico editto ratificare tutti i privilegi concessi in passato senza pretendere che gli si sottoponessero nuove petizioni. E in tutte le altre richieste del pubblico tenne poi sempre come suo punto fermo di non congedare nessuno senza lasciargli qualche speranza. Anzi, mentre i suoi consiglieri gliene facevano un appunto, come se promettesse più di quanto poteva mantenere, rispose che «non era bene che qualcuno se ne andasse in mestizia dopo esser stato a colloquio col principe». E una volta, del resto, essendosi ricordato durante la cena di non aver accordato nessun favore ad alcuno in tutto quel giorno, pronunciò la frase memorabile e giustamente lodata: «Amici, ho perduto una giornata».”

Svetonio, Tito, 8

Tuttavia non fu un principato fortunato; appena diventato imperatore, nel 79 d.C., avvenne l’eruzione del Vesuvio, che spazzò via le città di Pompei, Stabia e Ercolano, e in cui trovò la morte Plinio il Vecchio, comandante della flotta di Miseno:

«Sotto il suo principato si verificarono varie sciagure e calamità naturali: l’eruzione del Vesuvio in Campania, un incendio che devastò Roma per tre giorni e per tre notti, una pestilenza di gravità mai vista. In tante e così dolorose avversità egli seppe mostrare non solo la sollecitudine propria di un principe ma anche l’amore sincero di un padre, ora consolando con i suoi editti, ora soccorrendo materialmente fin dove lo permettevano le sue risorse. Costituì mediante sorteggio una commissione di ex consoli per provvedere alla ricostruzione della Campania: i beni delle vittime del Vesuvio, morte senza lasciare eredi, furono utilizzati per il ricupero delle città devastate dal sisma. Quanto all’incendio di Roma, dopo aver fatto proclamare che nessun bene pubblico era perduto, destinò al restauro dei monumenti e dei templi tutte le decorazioni dei suoi palazzi e incaricò una schiera di sorveglianti tratti dall’ordine equestre perché i lavori fossero portati a termine con la massima celerità. Nella cura dei malati e nell’alleviare le sofferenze causate dall’epidemia non tralasciò nessun aiuto che potesse venirgli dagli uomini e dagli dei, affidandosi a ogni genere di rimedi e di sacrifici.»

SVETONIO, TITO, 8

Tito inviò subito aiuti e visitò le rovine, ma ormai non c’era molto da fare. Inoltre fu talmente buono da eliminare i processi per lesa maestà e non emise nessuna condanna a morte. Ma, dopo appena due anni di principato, morì; avrebbe confidato in punto di morte che “non c’era alcuna sua azione di cui dovesse pentirsi, eccettuata forse una sola”. Si riferiva forse al fratello Domiziano, che avrebbe dovuto allontanare e invece tenne vicino a sé? E fu forse lui la causa della sua morte, forse invidioso o forse perché escluso da Tito nel principato, come invece lo avrebbe voluto il padre Vespasiano?

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