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Vespasiano aveva due figli: Tito e Domiziano, divenuti entrambi imperatori. Il maggiore, Tito, seguì il padre durante la rivolta giudaica e terminò le operazioni quando questo partì in occidente, conquistando Gerusalemme nel 70 d.C. Poi partì anche lui per Roma, mentre le poche fortezze rimaste in mano ai ribelli venivano prese una a una, fino all’ultima, famosa, Masada.

Tito

La guerra giudaica

Tito accompagnò il padre Vespasiano nelle operazioni militari in Giudea. Per rafforzare le sue forze inviò il figlio ad Alessandria, dove raccolse la legio V Macedonica e la legio X Fretensis, oltre a coorti e ale ausiliarie. Inoltre si unirono ai romani Antioco IV di Commagene, Erode Agrippa II, Gaio Giulio Soaemo (re di Emesa) e Malco II (re dei Nabatei).

La prima importante fortezza da prendere era Iotapata, dove si era rintanato Giuseppe, uno dei comandanti della ribellione. L’assedio era particolarmente ostico e nonostante Vespasiano avesse bersagliato le mura con centinaia di macchine d’assedio e aperto delle brecce, queste venivano chiuse con qualsiasi oggetto a disposizione di notte. Fu infine un delatore a confessare che di notte, al cambio del turno, i giudei abbassavano la guardia, e fu proprio allora che Tito con un manipolo di uomini guidò un incursione notturna, che non solo fu un successo, ma permise ai romani di penetrare in città e conquistarla.

Giuseppe si sarebbe poi consegnato, sfuggito al suicidio di massa, predicendo a Vespasiano che sarebbe diventato imperatore: quando lo diventò realmente lo liberò e gli concesse la cittadinanza romana, prendendo il nome di Flavio. Grazie a lui abbiamo il resoconto di tutta la guerra, e specialmente dell’assedio di Gerusalemme, raccontato nei minimi dettagli.

«E poiché Gaio Licinio Muciano ed altri generali sollecitavano affinché [Vespasiano] esercitasse il potere come princeps, anche l’esercito lo incitava ad essere condotto a combattere qualunque rivale. Vespasiano, allora per prima cosa, rivolse la sua attenzione ad Alessandria, poiché sapeva che l’Egitto costituiva una delle regioni più importanti dell’impero per l’approvvigionamento del grano, credette che, assicuratosene il controllo, avrebbe costretto Vitellio ad arrendersi, poiché la popolazione di Roma avrebbe patito la fame. Mirava, inoltre, ad avere come sue alleate le due legioni presenti ad Alessandria, ed a fare di quella provincia un baluardo contro la cattiva sorte.»

(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.5.605-607)

Dopo un paio di anni di combattimenti, in cui Tito si mise in mostra, Vespasiano venne acclamato imperatore e si diresse ad Alessandria; avrebbe riconosciuto il suo potere con una lex de imperio. Mentre il padre era occupato a riconoscere il suo potere, Tito iniziò l’assedio di Gerusalemme. Propose la resa agli assediati, ma questi si rifiutarono. I combattimenti sarebbero durati alcuni mesi, con i difensori sempre più stremati, tra atti di eroismo come quello del centurione Giuliano:

«[…] grande esperto nell’uso delle armi, con una prestanza fisica ed una forza d’animo superiore a tutti quelli che io conobbi nel corso di questa guerra, egli, vedendo che i Romani stavano ormai cedendo e opponevano una resistenza sempre più debole, trovandosi sull’Antonia al seguito di Tito, saltò giù e da solo respinse i Giudei che stavano avendo la meglio fino all’angolo del piazzale interno. Davanti a lui tutti scappavano, poiché appariva come un uomo di forza e coraggio superiori. Egli […] mentre i nemici fuggivano in ogni direzione, uccideva tutti quelli che raggiungeva, sotto lo sguardo ammirato di Tito Cesare e il terrore dei Giudei. […] Egli come gli altri soldati aveva i sandali con sotto numerosi chiodi e, mentre correva, scivolò sul pavimento e cadde con un gran rumore dell’armatura, tanto che gli avversari ormai in fuga, si voltarono indietro a guardare. Si alzò dall’Antonia un urlo dei Romani, in ansia per la sua sorte, mentre i Giudei lo circondarono e lo colpirono da ogni parte con lance e spade. [Giuliano] riuscì a ripararsi da molti colpi con lo scudo e più volte cercò di rimettersi in piedi, ma non vi riuscì poiché gli assalitori erano troppo numerosi, e pur rimanendo disteso riuscì a ferirne molti con la sua spada. Ci volle non poco tempo per ucciderlo, poiché aveva tutti i punti vitali difesi da elmo, corazza e teneva il collo incassato fra le spalle. Alla fine con tutte le membra amputate, e senza che nessun [romano] provasse ad aiutarlo, morì.»

(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, VI, 1.8.83-88)

I combattimenti seguirono, mentre i romani avanzavano di cinta muraria in cinta muraria, finché non si giunse alla zona del tempio; la lotta divampò, finché, negli scontri, il tempio prese fuoco. Non fu possibile spegnerlo subito poiché i combattimenti continuavano; quando i romani ebbero la meglio, riuscirono solo a portare fuori le suppellettili e alcuni oggetti sacri. Infine, presa la città, iniziarono i festeggiamenti:

«[Tito] diede ordine a chi era preposto a farlo, di leggere i nomi di tutti quelli che avevano compiuto particolari gesti di valore durante la guerra. E quando questi si facevano avanti, egli, chiamandoli per nome, li elogiava, si congratulava con loro delle imprese compiute quasi fossero le proprie, li incoronava con corone d’oro, distribuiva poi collane d’oro e piccole lance d’oro e vessilli d’argento. A ciascuno poi concesse di essere promosso al grado superiore. Distribuì anche dal bottino una grande quantità di argento, oro, vesti e altri oggetti. Quando tutti furono ricompensati […] Tito scese tra grandi acclamazioni e si recò a compiere i classici e rituali sacrifici per la vittoria. Presso gli altari vi era un gran numero di buoi ed egli, dopo averli sacrificati, li distribuì all’esercito affinché banchettasse. Passò poi con i suoi generali a festeggiare per tre giorni.»

(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, VII, 1.3.13-17.)

Tito Cesare

Il padre non negò mai di volerlo associare a sé come successore, sia per rafforzare il suo potere, sia per dare un messaggio chiaro al senato, dove alcuni rimpiangevano ancora i Giulio-Claudi e la repubblica. Nel 71 gli diede la tribunicia potestas e condivise il consolato (nel 70) e la censura (73-74) con il padre. Tito diventò infine anche prefetto al pretorio, unico caso della storia romana in cui un figlio ricopriva tale carica, tra l’altro solitamente riservata al ceto equestre.

Il comportamento di Tito, che da Cesare sembrava un nuovo Nerone, poi mutò, diventando più temperando, allontanando da sé i sospetti di dissolutezza e tirannia:

«A parte la sua crudeltà, destava sospetto anche la sua intemperanza, dato che protraeva le sue baldorie fino a notte fonda in compagnia degli amici più dissoluti. Né destava meno scandalo la sua lussuria, a causa delle congreghe di eunuchi e di debosciati di cui si circondava; per non dire della notoria passione verso la regina Berenice, alla quale si diceva avesse promesso persino il matrimonio. Sospetto sollevava anche la sua rapacità: perché era noto come usasse speculare sulle cause trattate in presenza del padre e trarne profitto. E, in definitiva, tutti pensavano e andavano anche apertamente dicendo che si profilava un altro Nerone. Ora, al contrario, quella cattiva fama gli si convertì in un bene e si mutò in un coro di lodi quando in lui non si trovò nessun vizio e si videro, viceversa, mille virtù.»

(Svetonio, Tito, 7)

Imperatore

«Tito, che portava lo stesso cognome del padre, fu chiamato amore e delizia del genere umano: tali doni aveva avuto, di intelligenza, capacità e fortuna, da guadagnarsi la simpatia generale; e ciò anche come principe, cosa che è più difficile; mentre, da privato cittadino, e ancora durante il principato di suo padre, non gli erano mancati né le inimicizie né, tanto meno, la riprovazione pubblica. Era nato il 30 dicembre dell’anno che rimase segnato dall’assassinio di Gaio (Caligola, il 41 d.C.; ma poi si corregge con il 39 d.C.), in una squallida abitazione nei pressi del Settizonio, in una stanzuccia angusta e senza luce che ancora si conserva e viene mostrata ai visitatori. Fu educato a corte assieme a Britannico e istruito con lui nelle stesse discipline e dagli stessi maestri.»

(Svetonio, Tito, 1-2)

Sebbene inizialmente molti temessero che si sarebbe comportato in modo non dissimile da Nerone, Tito fece ricredere tutti; divenne tanto amato da essere definito poi “amore e delizia del genere umano”. Completò anche la costruzione del Colosseo, iniziata dal padre, e lo inaugurò.

“Molto generoso per natura, laddove tutti gli altri Cesari finora – in base a una disposizione di Tiberio – non avevano considerate valide le concessioni fatte dai predecessori se non dopo una loro personale conferma, egli per primo volle con un unico editto ratificare tutti i privilegi concessi in passato senza pretendere che gli si sottoponessero nuove petizioni. E in tutte le altre richieste del pubblico tenne poi sempre come suo punto fermo di non congedare nessuno senza lasciargli qualche speranza. Anzi, mentre i suoi consiglieri gliene facevano un appunto, come se promettesse più di quanto poteva mantenere, rispose che «non era bene che qualcuno se ne andasse in mestizia dopo esser stato a colloquio col principe». E una volta, del resto, essendosi ricordato durante la cena di non aver accordato nessun favore ad alcuno in tutto quel giorno, pronunciò la frase memorabile e giustamente lodata: «Amici, ho perduto una giornata».”


(Svetonio, Tito, 8)

Tuttavia non fu un principato fortunato; appena diventato imperatore, nel 79 d.C., avvenne l’eruzione del Vesuvio, che spazzò via le città di Pompei, Stabia e Ercolano, e in cui trovò la morte Plinio il Vecchio, comandante della flotta di Miseno:

«Sotto il suo principato si verificarono varie sciagure e calamità naturali: l’eruzione del Vesuvio in Campania, un incendio che devastò Roma per tre giorni e per tre notti, una pestilenza di gravità mai vista. In tante e così dolorose avversità egli seppe mostrare non solo la sollecitudine propria di un principe ma anche l’amore sincero di un padre, ora consolando con i suoi editti, ora soccorrendo materialmente fin dove lo permettevano le sue risorse. Costituì mediante sorteggio una commissione di ex consoli per provvedere alla ricostruzione della Campania: i beni delle vittime del Vesuvio, morte senza lasciare eredi, furono utilizzati per il ricupero delle città devastate dal sisma. Quanto all’incendio di Roma, dopo aver fatto proclamare che nessun bene pubblico era perduto, destinò al restauro dei monumenti e dei templi tutte le decorazioni dei suoi palazzi e incaricò una schiera di sorveglianti tratti dall’ordine equestre perché i lavori fossero portati a termine con la massima celerità. Nella cura dei malati e nell’alleviare le sofferenze causate dall’epidemia non tralasciò nessun aiuto che potesse venirgli dagli uomini e dagli dei, affidandosi a ogni genere di rimedi e di sacrifici.»

(Svetonio, Tito, 8)

Tito inviò subito aiuti e visitò le rovine, ma ormai non c’era molto da fare. Inoltre fu talmente buono da eliminare i processi per lesa maestà e non emise nessuna condanna a morte. Ma, dopo appena due anni di principato, morì; avrebbe confidato in punto di morte che “non c’era alcuna sua azione di cui dovesse pentirsi, eccettuata forse una sola”. Si riferiva forse al fratello Domiziano, che avrebbe dovuto allontanare e invece tenne vicino a sé? E fu forse lui la causa della sua morte, forse invidioso o forse perché escluso da Tito nel principato, come invece lo avrebbe voluto il padre Vespasiano?

«Suo fratello intanto non cessava di tramare contro di lui e di aizzare l’esercito, ormai quasi apertamente, alla ribellione, e già meditava la possibilità di una fuga: Tito non se la sentì né di decretarne la morte né di farlo relegare. Nemmeno lo volle sminuito nella dignità: continuò, come dal primo giorno in cui aveva assunto l’impero, a dichiararlo partecipe del principato e suo successore. Solo in privato lo pregava talora, ma con le lacrime agli occhi, «di voler mostrare, una buona volta, verso di lui un sentimento analogo al suo».. Immerso in questi assilli, lo prevenne la morte: più che per lui fu un danno per l’umanità. Ultimati gli spettacoli, aveva pianto copiosamente alla presenza del popolo. Si diresse allora verso la Sabina. Appariva abbattuto: durante un sacrificio la vittima gli era sfuggita e a cielo sereno si era udito il tuono. Alla prima sosta del viaggio fu preso dalla febbre. Allora, mentre di là lo trasportavano in lettiga, si dice che, scostate le cortine, avesse rivolto lo sguardo al cielo lamentandosi molto «per essere strappato alla vita, così innocente: perché non c’era alcuna sua azione di cui dovesse pentirsi, eccettuata forse una sola». Ma quale fosse, né lui lo fece allora intendere né sarebbe facile indovinarlo. Pensano alcuni che volesse alludere a una relazione avuta con la moglie di suo fratello. Ma, quanto a Domizia, lei giurava per tutti gli dei che tale relazione non c’era mai stata; e, se qualche cosa ci fosse stata, non l’avrebbe taciuto, ma anzi se ne sarebbe vantata, dispostissima com’era sempre a confessare ogni sua infedeltà. Morì nella stessa villa in cui era morto suo padre, il 13 settembre 27, dopo due anni, due mesi e venti giorni da quando gli era succeduto, nel quarantaduesimo anno di età. Quando si diffuse la notizia della sua fine, il popolo intero se ne addolorò come per un lutto familiare. I senatori corsero alla Curia, prima ancora di esservi convocati per editto, e si dovettero spalancare le porte che erano ancora chiuse. E allora egli ebbe, da morto, un tale tributo di lodi e di ringraziamenti quale mai aveva avuto quando era lì, vivo e presente.»

(Svetonio, Tito, 10-11)

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