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Morto Domiziano, il senato diede il titolo imperiale ad un anziano senatore, Nerva, che già nel 97 adottò uno dei più importanti comandanti militari del tempo, il governatore della Germania Superiore (forse anche per calmare l’esercito), Marco Ulpio Traiano. Discendente di un’antica famiglia italica, era nato in Baetica, nel sud della Spagna, a Italica, colonia fondata ai tempi di Scipione; il padre si era distinto nella guerra giudaica come legato di Vespasiano.

La scelta di Nerva non sarebbe potuta essere più felice: con Traiano si instaurava il principio dell’adozione, che per circa un secolo garantirà pace e prosperità:

«Per la buona sorte del senato, del popolo romano e di me stesso adotto Marco Ulpio Nerva Traiano!»

(Cassio Dione, Storia Romana, 68, 3)

L’imperatore ispanico

Traiano era nato a Italica, il 18 settembre del 53 d.C. Dopo aver seguito il padre governatore di Siria, divenne console nel 91. Governatore della Germania Superiore quando Nerva lo adottò, gli successe già il 28 gennaio del 98. Il passaggio di potere non fu traumatico e avvenne senza problemi.

Traiano decise però subito di espandere il corpo dei frumentarii, che da addetti al rifornimento del grano, divennero delle spie; introdusse anche una nuova guardia armata a cavallo, gli equites singulares, che sostituivano i germani corporis custodes usati dai Giulio-Claudi; tuttavia la provenienza etnica di queste truppe, per quanto regolamentate, era pur sempre germanica e pannonica in larga parte, reclutati fra le migliori truppe ausiliarie.

Politica e amministrazione

Traiano aumentò le distribuzioni di frumento al popolo; inoltre perfezionò il sistema degli alimenta, creato da Nerva: si trattava di prestiti perpetui al 5% concessi dal fisco imperiale ai proprietari italici; i proventi, riscossi dalle amministrazioni cittadine, erano usati per i bambini poveri. In tal modo si cercava sia di favorire la piccola proprietà italica sia di aumentare la quantità di italici “recrutabili”. Traiano inoltre obbligò i senatori a possedere un terzo delle loro proprietà sul suolo italico, che mantiene ancora un primato politico invidiabile (lo ius italicum era l’apice per un cittadino romano).

L’imperatore ispanico fu anche un costruttore: edificò le sue terme, create da Apollodoro di Damasco (nel 109), sopra la domus aurea, interrata, e diede finalmente a Roma un nuovo enorme porto esagonale, a Porto, a nord di Ostia, superando la soluzione di Claudio, il cui porto si era rapidamente insabbiato. Inoltre Traiano fece costruire un nuovo acquedotto, l’Aqua Traiana e, grazie anche al bottino della guerra dacica, realizzò un nuovo foro, con la Basilica Ulpia, i Mercati Traianei e la famosa Colonna, oltre a due biblioteche, una greca e una latina.

Sotto Traiano si cominciano a palesare anche i primi problemi di convivenza con i cristiani. Plinio il giovane, legato di Bitinia, si ritrovò ad aver a che fare con loro. Scrisse a Traiano per chiedere cosa fare, e l’imperatore rispose con un rescritto imperiale che mostrava moderazione ed equilibrio:

«Mio caro Plinio, nell’istruttoria dei processi di coloro che ti sono stati denunciati come Cristiani, hai seguito la procedura alla quale dovevi attenerti. Non può essere stabilita infatti una regola generale che abbia, per così dire, un carattere rigido. Non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi messi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi.»

(Plinio il Giovane, Epistularum libri decem, X, 97)

Traiano viene anche ricordato come uomo buono: rispettò gli altri e non si comportò come tiranno. Pare che a chi gli domandasse perché tenesse aperte le porte del palazzo imperiale, rivendo chiunque, avesse esclamato di voler trattare gli altri semplicemente come si sarebbe aspettato di essere trattato se fosse stato al loro posto.

Si narra che in partenza per la campagna dacica una donna si gettò ai suoi piedi chiedendo giustizia per il figlio ucciso: Traiano rispose che se ne sarebbe occupato al ritorno, la donna che potrebbe non tornare, allora l’imperatore dice che se occuperà l’erede, al che la donna gli fece presente che non aveva eredi. In quel momento Traiano smontò da cavallo e cercò l’assassino, e solo dopo averlo trovato e assicurato alla giustizia ripartì per la sua spedizione.

Guerre e conquiste

«Dopo aver trascorso del tempo a Roma, [Traiano] mosse contro i Daci, avendo riflettuto sui loro recenti comportamenti, poiché era contrariato a causa del tributo a loro versato annualmente ed aveva notato che era aumentata non solo la loro forza militare, ma anche la loro insolenza.»

(Cassio Dione, LVIII, 6, 1)

«Decebalo, venuto a sapere dell’arrivo di Traiano, ebbe paura, poiché egli sapeva che in precedenza aveva sconfitto non i Romani ma Domiziano, mentre ora si sarebbe trovato a combattere sia contro i Romani, sia contro Traiano.»

(Cassio Dione, LVIII, 6, 2)


«Mentre Traiano era giunto, nel corso della campagna militare contro i Daci, nei pressi di Tapae, dove si erano accampati i barbari, gli venne portato un grosso fungo sul quale era stato inciso in latino, che i Buri e gli altri alleati invitavano Traiano a tornare indietro e rimanere in pace.»

(Cassio Dione, LVIII, 8, 1)



Traiano è ricordato però principalmente come conquistatore: nel corso di due guerre, nel 101-102 e 105-106 sottomise i daci di Decebalo, vendicando le sconfitte subite ai tempi di Domiziano. Le gesta di Traiano sono raccontate sulla famosa Colonna, sulla cui cima era presente una statua dell’imperatore. Dopo duri combattimenti i romani sottomisero totalmente la Dacia, trasformandola in provincia. Era ricchissima d’oro, che affluirà nelle casse romane e garantirà cinquant’anni di prosperità economica.

Qualche anno dopo Traiano, dopo aver annesso anche l’Arabia e l’Armenia, nel 114, ricevendo il titolo dal senato di optimus princeps, attaccò i parti, conquistando Ctesifonte nel 115:

«[Traiano] Marciava a piedi insieme alle truppe del suo esercito, e si curava dello schieramento e la disposizione delle truppe durante tutta la campagna, conducendoli a volte in un solo ordine e a volte in un altro; ed attraversò tutti i fiumi che loro attraversavano. A volte anche fece anche sì che i suoi esploratori mettessero in circolazione notizie false, in modo che i soldati potessero fare pratica allo stesso tempo di manovre militari e diventare coraggiosi e pronti ad ogni eventuale pericolo. Dopo che aveva catturato Nisibis e Batnae gli fu conferito il nome di Parthicus; ma era molto più orgoglioso del titolo di Optimus rispetto a tutto il resto, in quanto esso si riferiva più al suo carattere rispetto alle sue armi.»

(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXVIII, 23, 1-2)

La vittoria era totale e i romani erano arrivati fino al Golfo; i parti, ormai disperati, fomentarono una sollevazione ebraica nell’oriente romano: gli ebrei in Cirenaica, Egitto, Palestina, si ribellarono ai romani.

Morte e successione

«Mentre l’imperatore Traiano si trovava a soggiornare in Antiochia, un terribile terremoto colpì la città. Molte città subirono dei danni, ma Antiochia fu quella più sfortunata di tutti. Qui Traiano stava trascorrendo l’inverno (del 115) e molti soldati e civili erano accorsi qui da tutte le parti, in relazione con la campagna militare, vi erano poi ambascerie, affari e visite turistiche; non vi fu pertanto alcun popolo che rimase illeso, e quindi ad Antiochia il mondo intero sotto dominio romano, subì il disastro. C’erano stati molti temporali e vento portentoso, ma nessuno si sarebbe mai aspettato tanti mali tutti insieme. Per prima cosa si sentì improvvisamente un grande boato, seguito da un tremito della terra tremendo. Tutta la terra si alzava, molti edifici crollarono, altri si alzavano da terra per poi crollare e rompersi in pazzi al suolo, mentre altri erano sballottati qua e là, come se si trattasse di un’onda del mare, e poi rovesciati, e la distruzione colpì fino all’aperta campagna. Il crollo dei palazzi e la rottura di travi di legno insieme con piastrelle e pietre fu terribile, e una quantità inimmaginabile di polvere si levò, tanto che era impossibile per uno vedere qualcosa o parlare o sentire una parola. Per quanto riguarda le persone, molte che erano fuori casa, furono gettate violentemente verso l’alto e poi a terra, come se fossero caduti da un’alta rupe; altri furono uccisi e mutilati. Anche gli alberi in alcuni casi, sobbalzarono, con le radici e tutto il resto. Il numero di coloro che rimasero intrappolati nelle case e morirono aumentarono, molti furono uccisi dalla forza stessa della caduta di detriti, e un gran numero furono soffocati sotto le rovine. Coloro che giacevano con una parte del loro corpo sepolto sotto le pietre o le travi di legno, patirono una morte terribile, non essendo in grado di vivere troppo a lungo, ma neppure di trovare una morte immediata.»

(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXVIII, 24, 1-6)


«Così grande era la calamità che travolse Antiochia in questo momento. Traiano si fece strada attraverso una finestra della stanza in cui era alloggiato. Qualcuno più grande della statura umana, sembra sia venuto da lui a prenderlo, per portarlo via, in modo che riuscì a fuggire con solo alcune lievi ferite, e sebbene la situazione perdurasse per diversi giorni, visse fuori di casa nell’ippodromo. Anche il monte Casio subì pesanti scosse di terremoto, tanto che le sue stesse vette sembravano chinarsi e rompersi, pronti a gettarsi sulla stessa città. Molte colline si assestarono, molta acqua non precedentemente visibile venne alla luce, mentre molti corsi d’acqua scomparvero.»

(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXVIII, 25, 5-6)


Non solo la sollevazione ebraica, cui Traiano faceva fatica a far fronte, ma si salvò anche miracolosamente a un violento terremoto che colpì Antiochia, dove soggiornava. L’imperatore morirà poco tempo dopo, a Selinunte di Cilicia (che sarà poi rinominata Traianopoli in età Severiana), l’8 agosto del 117 d.C.

In punto di morte l’imperatrice Plotina pare convinse, o costrinse, l’imperatore ispanico ad adottare un parente di Traiano, Adriano
(la nonna era la zia di Traiano), firmando anche una lettera, in cui l’imperatore adottava in punto di morte il cugino, che sarà acclamato imperatore solo l’11 di agosto.

Traiano sarà ricordato come il modello del principe ideale, tanto apprezzato sia in vita che in morte, che Dante lo pose nel Paradiso, sebbene fosse pagano. L’optimus princeps sarebbe stato tanto importante per la storia di Roma che ai suoi successori sarà augurato di essere “felicior Augusto, melior Traiano”, ossia “più felice di Augusto, migliore di Traiano”.

«Sarei certamente arrivato fino in India, se fossi ancora giovane»

(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXVIII, 29)

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