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Appena eletto imperatore, Valentiniano aveva deciso di associare come suo collega il fratello Valente. Fratello minore, era anch’egli di Cibalae, ed era nato attorno al 328. Mentre Valentiniano prendeva per sè l’occidente, a Valente toccò l’oriente. Inoltre i due fratelli avevano fedi differenti: Valentiniano era niceno, Valente era ariano.

«Era eccessivamente lento nel conferire e nel togliere le cariche; giustissimo protettore delle province, ognuna della quale era da lui custodita indenne come se fosse la sua casa, cercava di alleviare l’onere dei tributi con un impegno veramente singolare. Non permetteva alcun aumento delle tasse, né era esoso nella stima dei debiti arretrati. Era aspro e violento nemico dei magistrati ladri e colti in flagrante peculato. L’Oriente non ricorda d’essere stato trattato meglio in faccende di questo genere sotto un altro sovrano. […] Fu intemperante nel desiderare grandi ricchezze; intollerante delle fatiche, s’atteggiava ad austero più di quanto in realtà lo fosse. Era piuttosto incline alla crudeltà; aveva l’animo alquanto rozzo e non era istruito né nell’arte della guerra né negli studi liberali. Volentieri cercava di trarre vantaggi e guadagni dalle altrui sofferenze ed era particolarmente insopportabile quando, interpretando i delitti che venivano commessi come atti di disprezzo o offese alla maestà imperiale, infieriva contro il sangue ed i patrimoni dei ricchi. Era anche insopportabile il fatto che, pur volendo apparire rispettoso delle leggi in tutti i processi e nelle inchieste e sebbene affidasse l’esame delle cause a giudici ordinari in quanto adatti a queste funzioni, non tollerava che alcuna decisione fosse presa contro il suo arbitrio. In altri casi era ingiusto ed iracondo e, senza distinguere il vero dal falso, prestava assai volentieri ascolto agli accusatori, vizio che dev’essere assolutamente evitato anche nei nostri rapporti privati e quotidiani. Era procrastinatore e pigro. Era di colorito scuro e aveva ostruita la pupilla d’un occhio, ma in modo che da lontano non appariva. Aveva membra proporzionate, la statura né troppo alta, né bassa, le gambe curve ed il ventre alquanto prominente.»

(Ammiano Marcellino, Storie, XXXI, 14, 2; 5-7)

L’imperatore dovette far fronte subito al tentativo di usurpazione di Procopio, che si proclamò Augusto d’oriente il 28 settembre 365; fu sconfitto e ucciso nel maggio successivo. Pare che Valente abbia utilizzato i blocchi di Calcedonia, rea di averlo appoggiato, per costruire l’acquedotto di Costantinopoli.

Mentre Valentiniano portava avanti i suoi processi romani, tra il 369 e il 371, nello stesso anno Valente reprimeva il tentato colpo di stato di Teodoro ad Antiochia, che portava alla morte molti altri. Infatti il notaio Teodoro, facendo uso di arti magiche (con un pendolino e delle lettere su un tavolo) aveva predetto che il successore di Valente si sarebbe chiamato Theod. (Teodosio!), e Valente, in questo non meno sanguinario del fratello, aveva messo a morte tutti i partecipanti alla “congiura”:

«Quando tutta l’inchiesta fu attentamente portata a compimento, l’imperatore, in risposta ad una richiesta dei giudici, ordinò con una sola sentenza che tutti fossero uccisi. In presenza di una folla immensa, che a stento riusciva ad assistere alla scena funesta senza provare orrore e riempiva il cielo di lamenti, poiché i mali dei singoli erano considerati comuni a tutti, gli accusati furono condotti via in mezzo alle lacrime e vennero strozzati, ad eccezione del solo Simonide, che il feroce legislatore, imbestialito per la severa costanza di cui aveva dato prova, aveva ordinato che fosse bruciato. Egli, fuggendo la vita come una furiosa tiranna e ridendo degli improvvisi crolli dei casi umani, bruciò immobile imitando quel celebre filosofo Peregrino, che aveva il soprannome di Proteo, il quale, deciso di lasciare questo mondo, salì sul rogo da lui stesso costruito ad Olimpia in occasione delle feste quinquennali ed alla presenza di tutta la Grecia fu consumato dalle fiamme. Dopo di lui nei giorni seguenti una moltitudine di persone appartenenti a quasi tutte le classi sociali e di cui è difficile ricordare i singoli nomi, presa nelle reti delle calunnie, affaticò le destre dei carnefici dopo essere stata precedentemente stremata dalle torture, dal piombo e dalle percosse. Alcuni furono condotti al patibolo senza che si desse loro il tempo di respirare e senza indugio, mentre ancora s’indagava se meritassero quella pena. Dappertutto sembrava di assistere ad una carneficina di greggi. Furono quindi raccolti innumerevoli libri e masse di volumi, tratte fuori perché illegali da varie case, furono bruciate sotto gli occhi dei giudici, per placare lo sdegno provocato da tante uccisioni. Ma per la maggior parte erano trattati sulle varie arti liberali e testi di diritto. Non molto tempo dopo il celebre filosofo Massimo, uomo di grande fama per la sua dottrina, dai cui discorsi, ricchissimi d’idee, Giuliano trasse profitto per la sua ampia cultura, fu accusato di aver udito i versi del suddetto oracolo. Egli ammise d’esserne stato a conoscenza, ma aggiunse di non aver divulgato i segreti per riguardo ai suoi princìpi filosofici e di aver anzi predetto che quanti l’avevano consultato, sarebbero finiti sul patibolo. Condotto ad Efeso, sua città natale, vi fu decapitato e per ammaestramento dell’estremo pericolo comprese che l’iniquità del giudice è il più grave delitto. Nei lacci dell’empia menzogna fu inviluppato anche Diogene, discendente da nobile stirpe, uomo insigne per ingegno, coraggiosa eloquenza e fascino. Non molto tempo prima era stato governatore della Bitinia e, per poter saccheggiare il suo ricco patrimonio, fu messo a morte. Ecco poi Alipio, già vicario della Britannia, uomo di mite ed amabile carattere, dopo una vita tranquilla e ritirata (a tal punto l’ingiustizia aveva steso le mani), fu fatto rotolare nel fango: fu accusato di veneficio assieme al figlio Ierocle, giovane di nobile carattere, dietro denuncia di un certo Diogene, individuo abietto e senza amici, il quale era stato torturato in tutti i modi perché parlasse come piaceva al sovrano o piuttosto all’accusatore. Ma poiché non gli bastavano più le membra per essere torturato, fu bruciato vivo; Alipio invece ebbe confiscato il patrimonio e fu mandato in esilio, ma riebbe però il figlio che, mentre veniva miserabilmente condotto a morte, era stato fortunatamente graziato.»

(Ammiano Marcellino, Storie, XXIX, 1, 38-44)

Dopo aver festeggiato i decennalia nel 374 ed essere diventato primo Augusto alla morte del fratello l’anno seguente, attaccò i persiani, senza ottenere grandi risultati, nel 376. Era ancora ad Antiochia quando giunse la notizia che l’intero popolo dei goti aveva chiesto di passare il Danubio, pressato da una nuova popolazione: gli unni.

«Siccome si diffondeva fra gli altri Goti la notizia che una gente, prima di allora mai vista, era sorta di recente da un angolo nascosto della terra e, come un turbine nevoso sulle alte montagne, sradicava e distruggeva tutto ciò che le si trovava vicino, la maggior parte del popolo che, per la sempre più grave mancanza dei mezzi di vita, aveva abbandonato Atanarico, cercava una sede dove non potesse giungere notizia dei barbari e, dopo aver a lungo discusso sulla regione da scegliere, ritenne che convenisse cercar rifugio in Tracia per due ragioni, perché è assai fertile e perché le ampie correnti del Danubio la dividono dai campi ormai aperti ai fulmini di un Marte straniero. Questa stessa idea venne anche agli altri come se pensassero con una sola mente.»

(Ammiano Marcellino, Storie, XXXI, 3, 8)

Erano talmente terrorizzati da questi uomini da chiedere di entrare nell’impero romano, alle condizioni scelte dall’imperatore. E Valente, desideroso di avere nuove reclute per combattere i persiani, accettò.

Adrianopoli

I romani cominciarono a far entrare i goti ammassati sul Danubio, traghettandoli (l’ultimo ad aver costruito un ponte era Costantino, ma all’epoca non esisteva più). La situazione era tuttavia degenerata rapidamente: funzionari romani corrotti avevano permesso che i goti attraversassero il confine in modo disordinato, senza confiscare le armi e prendere in ostaggio i giovani, come ordinato dall’imperatore. Sempre più “immigrati” volevano passare il confine. Ormai si era sparsa la voce che l’entrata era aperta e molti attraversarono il fiume senza incontrare resistenza. Infatti i romani si erano spostati in blocco verso sud per scortare i goti, poiché erano tantissimi. Si era creato un vero e proprio enorme “campo profughi”.

Il dux Massimino e il comes Lupicino avevano fiutato il guadagno e cominciarono a lucrare sulle razioni, spingendo i goti perfino a vendere come schiavi i figli. Alla fine però capirono che bisognava spostare queste persone. Dopo diverse difficoltà i goti giunsero a Marcianopoli, accampandosi fuori le mura, esausti. Molti pensavano che sarebbero stati accolti in città ma non era il piano dei romani. Vuoi per disorganizzazione, vuoi per incompetenza, vuoi per latrocinio, Lupicino, che era a capo delle operazioni, si chiuse a banchettare con i capi goti in città mentre fuori i goti si ribellavano e sterminavano i soldati romani che li accompagnavano. L’obiettivo, già prima della sollevazione, era di assassinare i capi goti, che tuttavia ressero l’alcool meglio dei romani. L’inetto Lupicino allora, credette alle false promesse dei capi (in primis un tale Fritigerno, che aveva assunto il comando, se così si può dire, dei barbari) che solo loro potevano calmare i goti e li lasciò incautamente andare.

Da allora, per quasi due anni, i goti non fecero altro che mettere a ferro e a fuoco la Tracia. Si potevano perfino vedere dalle mura di Costantinopoli; nel frattempo dal Danubio continuavano ad affluire nuovi profughi che ingrossavano le file barbare. Solo allora l’imperatore Valente decise di partire da Antiochia e intervenire, mentre da occidente Graziano, suo nipote, accorreva forse in ritardo dopo aver dovuto domare gli alemanni.

Valente incontrò le forze nemiche nei pressi di Adrianopoli, il 9 agosto del 378. Ma invece di attaccare, decise di trattare. Non sappiamo perché; in ogni caso l’imperatore aveva dimostrato contro i persiani di non essere un grande comandante. Mentre i goti trattavano, i due eserciti, schierati uno di fronte all’altro, cominciarono ad attaccarsi spontaneamente, e non si poté più fermare la battaglia. I romani, nonostante fossero in vantaggio, furono infine travolti sul fianco sinistro, che si era disunito, dai cavalieri barbari di ritorno. Lo scontro continuò, nel caos, e Valente probabilmente venne ucciso (o in un casolare poco dopo, dove aveva trovato rifugio). La sconfitta fu talmente grave da essere paragonata a quella di Canne; ma stavolta i romani non si sarebbero ripresi:

«Al primo scendere delle tenebre, l’imperatore — così almeno si poteva supporre in quanto nessuno dichiarò d’averlo visto o di essersi trovato presente — cadde fra i soldati colpito mortalmente da una freccia e subito spirò. Né poi fu visto in alcuna parte. Infatti, a causa di pochi nemici che per derubare i cadaveri s’aggirarono a lungo in quella zona, nessun fuggitivo o abitante delle vicinanze osò accostarvisi. È noto che con un destino simile Decio Cesare, mentre combatteva impetuosamente con i barbari, cadde dal cavallo che imbizzarrito era scivolato e che non riusciva a frenare e, gettato in una palude, non poté riemergere né più fu trovato. Altri dicono che Valente non sia morto subito, ma che, trasportato con alcune guardie del corpo e pochi eunuchi nei pressi di una casetta di campagna che aveva un secondo piano ben fortificato, mentre veniva curato da mani inesperte, sia stato circondato dai nemici, i quali ignoravano chi fosse, e sia sfuggito al disonore della prigionia. Infatti, poiché gli inseguitori avevano tentato di sfondare le porte che erano sbarrate, venivano attaccati dalla parte elevata della casa per cui, per non perdere l’occasione di saccheggiare a causa di un indugio da cui non avrebbero potuto liberarsi, raccolti fasci di paglia e legna, diedero loro fuoco e bruciarono l’edificio con quanti vi si trovavano. Una delle guardie del corpo, balzata dalla finestra, fu catturata dai barbari e narrò quant’era accaduto, il che li rattristò in quanto si videro privati di una grande gloria poiché non avevano preso vivo il capo dello stato romano. Questo stesso giovane, ritornato di nascosto dai nostri, narrò questi particolari. Con un destino analogo, dopo la riconquista della Spagna, il secondo degli Scipioni, essendo bruciata la torre in cui aveva trovato rifugio, perì nell’incendio provocato dai nemici. Comunque è fuori dubbio che né a Scipione né a Valente toccò in sorte la sepoltura, che è l’estremo onore concesso alla morte. In questa immensa strage di uomini illustri particolare impressione provocò la morte di Traiano e di Sebastiano, assieme ai quali perirono trentacinque tribuni, sia esenti da incarichi speciali che al comando di reparti; caddero pure Valeriano ed Equizio, di cui il primo era gran scudiero, l’altro amministratore del palazzo imperiale. Cadde pure nel primo fiore dell’età Potenzio, tribuno dei promoti, ammirato per le sue doti ed onorato da tutte le persone oneste per i meriti suoi e di suo padre Ursicino, un tempo comandante supremo. Risulta che si salvò appena un terzo dell’esercito. Gli annali non ricordano una disfatta simile a questa, ad eccezione della battaglia di Canne, sebbene i Romani, tratti in inganno alcune volte dalla Fortuna che spirava avversa, abbiano ceduto per qualche tempo all’avversità delle guerre e per quanto i leggendari canti funebri dei Greci abbiano pianto su molte battaglie.»

(Ammiano Marcellino, Storie, XXXI, 13, 12-19)

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