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Morto Giuliano, venne eletto imperatore il cristiano Gioviano, che stipulò una frettolosa pace con i persiani. Ma poco dopo, in circostanza poche chiare, trovò la morte. L’esercito decise allora di scegliere un tribuno degli scutari, Valentiniano. Si scelse un collega, che sarebbe stato il fratello Valente. Era il 364 d.C.:

«[…] senza che nessuno si opponesse, fu eletto, per ispirazione della divinità celeste, Valentiniano che era stato ritenuto adatto a ciò che si proponevano. Egli era a capo della seconda divisione degli Scutari ed era rimasto ad Ancyra [Ankara] pronto a seguire l’esercito in un secondo momento, come gli era stato comandato. Poiché nessuno si opponeva, questa decisione sembrò nell’interesse dello stato e fu invitato a venire quanto prima.»

(Ammiano Marcellino, Storie, XXVI, 1, 5)

«Intanto in Bitinia Valentiniano, proclamato, come s’è detto, imperatore, diede l’ordine di partenza per il giorno successivo e, convocati i capi dell’esercito come se fosse deciso a seguire consigli sicuri anziché graditi a lui stesso, chiedeva chi dovesse scegliersi come collega dell’impero. In mezzo al silenzio generale Dagalaifo, che allora comandava la cavalleria, rispose coraggiosamente: «Se ami i tuoi, ottimo imperatore, hai tuo fratello; se lo stato, cerca chi rivestire della porpora». Irritato per queste parole, ma senza rispondergli e nascondendo il suo pensiero, giunse a marce forzate a Nicomedia il I marzo e nominò gran scudiero, con il grado di tribuno, il fratello Valente. Allorché arrivò a Costantinopoli, meditando a lungo fra sé e considerando di non essere all’altezza di affrontare da solo i gravi ed urgenti impegni, ritenne di non dover perdere tempo ed il 28 marzo condusse Valente in un sobborgo dove, con l’approvazione di tutti, nessuno infatti osava opporsi, lo proclamò Augusto. Rivestitolo delle insegne imperiali e cintogli il capo con il diadema, lo riportò con sé in città sullo stesso cocchio, apparentemente come collega legittimo dell’impero, ma in realtà quale docile esecutore dei suoi ordini, come risulterà dalla successiva narrazione.»

(Ammiano Marcellino, Storie, XXVI, 4, 1-3)

Imperatore

Valentiniano, che era nato a Cibalae, in Pannonia, nel 321, prese per sé l’occidente (lasciando dunque al fratello l’oriente), minacciato dai barbari: alemanni in Germania, sassoni, pitti, scoti in Britannia, quadi e sarmati in Pannonia. I primi anni furono in Germania, dove, non senza difficoltà, respinse gli alemanni. Associò anche il figlio Graziano, nel 367, come Augusto. Nel frattempo Teodosio, padre del futuro imperatore, rimetteva ordine in Britannia:

«Partito dunque da Ambiani, mentre si dirigeva in fretta a Treviri, Valentiniano fu colpito da una grave notizia, che cioè la Britannia era devastata e ridotta in uno stato di miseria spaventosa da una congiura di barbari. Fu informato inoltre che Nectarido, comes della regione marittima, era stato ucciso e che il generale Fullofaude era stato sopraffatto dalle insidie dei nemici. A queste notizie, apprese con un senso di vivo orrore, mandò Severo, allora comes delle truppe della guardia, a rimediare a quei disastri, se la sorte avesse offerto l’occasione favorevole. Ma, essendo stato richiamato costui poco dopo, Giovino [lacuna] partito per gli stessi luoghi, gli permise di ritornare in fretta per cercare aiuti con i quali costituire un saldo esercito. Infatti egli affermava che ciò era urgentemente richiesto dalla gravità della situazione. Infine, a causa delle numerose e terribili notizie che continuamente giungevano da quell’isola, venne scelto e ricevette l’ordine di recarvisi in fretta Teodosio, favorevolmente noto per le sue imprese belliche. Egli, arruolate legioni e coorti di giovani coraggiosi, vi si diresse preceduto da buone speranze. Poiché, quando narravo le imprese dell’imperatore Costante, ho esposto, nei limiti delle mie forze, i flussi ed i riflussi dell’Oceano e la posizione della Britannia, ritengo inutile spiegare nuovamente ciò di cui ho già trattato, come l’Ulisse omerico fra i Feaci che evita, per l’eccessiva difficoltà, di ripetere la narrazione delle sue avventure. Basterà soltanto dire che in quel tempo i Pitti, divisi in due tribù, i Dicalidoni ed i Verturioni, e così pure gli Attacotti, popolazione bellicosa, e gli Scotti vagavano per diverse zone e provocavano gravi devastazioni. Nel frattempo i Franchi ed i loro vicini Sassoni, dovunque potessero irrompere, sia per terra che per mare, devastavano le regioni delle Gallie con crudeli saccheggi, incendi e con l’uccisione di tutti i prigionieri. Per porre fine a siffatte imprese, se la fortuna più favorevole gli avesse offerto la possibilità, quel valentissimo generale si diresse verso le estreme regioni del mondo. Giunto sulla costa di Bononia, che è separata dalle ampie regioni poste di fronte per mezzo di un breve tratto di mare che rifluisce ed è solito sollevarsi con terribili ondate e di nuovo, senza alcun danno per i naviganti, spianarsi assumendo l’aspetto di campi distesi, Teodosio passò tranquillamente lo stretto e sbarcò a Rutupiae, il quieto porto sulla costa di fronte. Allorché lo raggiunsero i Batavi, gli Eruli, i Iovii ed i Victores, reparti fiduciosi nelle loro forze, si mosse in direzione di Londra, antica città, successivamente chiamata Augusta. Diviso l’esercito in più parti, attaccò le schiere dei nemici che, rese impacciate dal peso della preda, vagavano per saccheggiare, e, dopo averle prontamente sbaragliate mentre trascinavano uomini in catene e greggi, tolse loro il bottino che i miseri tributari di Roma avevano perduto. A costoro fu restituita tutta la preda, ad eccezione di una minima parte destinata ai soldati sfiniti, ed il generale entrò lietissimo, quasi in atteggiamento da trionfatore, nella città che sino allora era immersa in gravissime difficoltà, ma s’era risollevata prima che si potesse sperare la salvezza. Quivi egli, sebbene il risultato favorevole lo incoraggiasse ad osare imprese più importanti, indugiava esaminando piani sicuri di operazioni ed era in preda all’incertezza riguardo al futuro. Ben sapeva, in base alle dichiarazioni dei prigionieri ed alle notizie dei disertori, che una moltitudine di vari popoli, sparsa per ampie distese e e terribilmente feroce, non poteva essere vinta se non con segreti inganni e con improvvisi attacchi. Infine con la pubblicazione di bandi e con la promessa dell’impunità invitò i disertori a ritornare in servizio e così pure molti altri che, postisi di propria iniziativa in congedo, s’erano dispersi in varie direzioni. In séguito a questo invito la maggior parte, adescata dall’offerta, ritornò, per cui, sollevato dalle preoccupazioni, richiese che gli fossero inviati Civile, uomo di acuto ingegno, ma tenace nella giustizia e nella rettitudine, perché reggesse la Britannia come proprefetto, e così pure Dulcizio, comandante insigne per la conoscenza dell’arte militare.»

(Ammiano Marcellino, Storie, XXVII, 8, 1-9)

Ammiano Marcellino descrive Valentiniano come un uomo abbastanza crudele, nonostante un editto di tolleranza universale promulgato nel 371; infatti tra il 369 e il 371 mise a morte diversi esponenti dell’aristocrazia senatoria pagana di Roma, in contrasto con l’imperatore cristiano, accusando i rivali di magia, crimini sessuali e insulti contro il sovrano (invectiva in principem):

«Siccome la causa veniva esaminata in vari modi, come se si trattasse di un preludio, ed alcuni, in mezzo alle torture, fecero i nomi di alcuni nobili che sarebbero ricorsi a pratiche illecite al fine di nuocere servendosi di clienti e di altri individui appartenenti all’umile popolo, noti come delinquenti e delatori, quel tartareo inquisitore, «andando oltre la pianta», come dice il proverbio, con un rapporto malvagio informò il sovrano che solo con pene più severe si potevano investigare e punire i funesti delitti che erano stati commessi a Roma da parecchie persone. L’imperatore, fuori di sé dall’ira per questa notizia, poiché era nemico più violento che severo dei vizi, con un solo decreto stabilì che in cause di questo genere, che arbitrariamente includeva fra i delitti di lesa maestà, fossero sottoposti alla tortura, se lo richiedessero le circostanze, tutti coloro che la giustizia delle antiche leggi e le disposizioni degli imperatori deificati avessero dichiarato esenti da istruttorie cruente. E perché si ordissero maggiori sciagure con una duplice e più elevata autorità, a Massimino, che ebbe l’incarico di agire a Roma come proprefetto, associò nell’indagine, che s’istruiva per la rovina di molti, il notaio Leone, il quale successivamente fu capo della cancelleria imperiale, un gladiatore da funerali e brigante della Pannonia, dalla cui bocca ferina emanava la crudeltà e che non era meno avido di sangue umano che Massimino. Accrebbero l’ostinata inclinazione di quest’ultimo a far del male l’arrivo di un simile collega ed il piacere per la lettera che gli conferiva l’ampio potere. Perciò per la gioia volgeva qua e là i suoi passi e sembrava danzasse, non camminasse, mentre cercava di imitare i Bramini i quali, a quanto si dice, procedono fra gli altari sollevandosi dal suolo. Mentre ormai risuonavano le trombe delle stragi interne e tutti rimanevano paralizzati di fronte all’atrocità dei misfatti, in mezzo a molti episodi crudeli e dolorosi, di cui non si può esporre né il numero né la varietà, richiamò particolarmente l’attenzione la fine dell’avvocato Marino. Costui fu condannato a morte, senza che si esaminasse a fondo la consistenza delle accuse, perché avrebbe osato aspirare con arti proibite al matrimonio di una certa Ispanilla.»

(Ammiano Marcellino, Storie, XXVIII, 1, 10-14)

Ma Valentiniano cercò anche di difendere gli humiliores, i più penalizzati dalla riforma monetaria di Costantino, cui diede in ogni città un difensor plebis, incaricata di difenderli nei casi di vessazione e maltrattamenti.

Morte

Dopo aver messo in sicurezza la Germania e la Britannia, Valentiniano passò alla frontiera danubiana, dove i quadi avevano compiuto numerose razzie. Valentiniano attraversò i territori nemici, bruciando e uccidendo senza pietà (stando però ad Ammiano – unica fonte e che era fortemente filopagano e filo-Giuliano). I quadi inviarono infine un’ambasceria per chiedere la pace, ma le richieste per l’imperatore erano talmente folli da fargli prendere un malore. Il colpo fu talmente forte che sarebbe morto di lì a poco, a soli cinquantacinque anni, il 17 novembre del 375:

«Giunsero quindi i legati dei Quadi per chiedere supplichevolmente che fosse loro concessa la pace ed il perdono del passato e, per ottenerla senza difficoltà, promettevano di inviare reclute e di compiere alcune prestazioni utili allo stato romano. Poiché sembrò opportuno riceverli e rimandarli in patria dopo aver loro concesso la tregua richiesta, dato che la mancanza di vettovaglie e la stagione sfavorevole impedivano di attaccarli più a lungo, su parere di Equizio furono introdotti in concistorio. Mentre tremanti e pieni di paura se ne stavano curvi, furono invitati ad esporre le loro richieste. Ricorrevano alle solite scuse, alle quali cercavano di dare una parvenza di realtà giurando che nessun delitto era stato commesso contro i nostri per comune consenso dei capi della loro stirpe, ma che quegli atti brutali erano stati compiuti da briganti stranieri, abitanti lungo il fiume. Aggiungevano pure, come se questa fosse una valida giustificazione del loro comportamento, che la costruzione ingiusta ed inopportuna della fortezza aveva spinto i loro animi selvaggi alla ferocia. A queste affermazioni l’imperatore, in preda a violenta ira e fuor di sé specie all’inizio della sua risposta, rinfacciò con parole di rimprovero a tutta la nazione d’essere ingrata ed immemore dei benefici. A poco a poco si placò sembrando più incline alla mitezza e, come se fosse stato colpito da un fulmine, ostruitisi il respiro e la circolazione, apparve di un color rosso fuoco. Poiché gli si era arrestata improvvisamente la circolazione ed era bagnato di sudore letale, per evitare che cadesse in presenza di molte persone e di bassa condizione, fu condotto in una stanza interna dalla servitù a lui addetta. Qui, posto sul letto, traeva gli ultimi respiri e, conservando intatto il vigore dell’intelletto, riconosceva tutti i presenti che erano stati convocati in fretta dai ciambellani perché non si sospettasse che fosse stato ucciso. Siccome l’interno dell’organismo era in preda ad una febbre ardente, bisognava eseguire un salasso, ma non si poté trovare un medico, perché Valentiniano li aveva inviati in varie parti con l’incarico di curare i soldati colpiti da un’epidemia. Finalmente fu trovato uno, il quale, sebbene pungesse più volte una vena, non riuscì ad estrarne una goccia di sangue, poiché l’organismo interno era bruciato da eccessivo calore, oppure, come alcuni ritenevano, poiché le membra s’erano inaridite in quanto alcuni passaggi, che ora chiamiamo haemorrhoidae, s’erano chiusi incrostandosi per effetto della temperatura freddissima. Si rese conto, oppresso com’era dall’immensa violenza del male, che erano giunti i momenti estremi fissatigli dal fato e tentò di parlare o di dare qualche disposizione, come risultava dal singulto che gli scuoteva i fianchi, dallo stridore dei denti e dal movimento delle braccia che sembravano lottare con i cesti. Ma, ormai vinto dal male e cosparso di macchie livide, spirò dopo una lunga lotta con la morte all’età di cinquantacinque anni, dopo aver regnato per dodici anni meno cento giorni.»

(Ammiano Marcellino, Storie, XXX, 6, 1-6)

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