Privacy Policy Vitellio | STORIE ROMANE

«L’imperatore Aulo Vitellio, figlio di Lucio, nacque il 25 settembre – o, come altri sostengono, il 25 agosto – sotto il consolato di Druso Cesare e Norbano Fiacco. Il suo oroscopo, così com’era stato formulato dagli astrologi, suscitò un tale terrore nei suoi genitori che suo padre si adoperò sempre in ogni modo per evitare che, lui vivo, fosse assegnato al figlio il governo di una provincia, e la madre, quando Vitellio fu inviato presso le legioni e acclamato imperatore, ne pianse come per una sventura. Trascorse la fanciullezza e la prima giovinezza tra le amanti di Tiberio, anche lui bollato per sempre con il soprannome di invertito; e si ritenne anzi che l’aver prostituito il suo corpo fosse origine e causa dei successi del padre. Anche nel periodo seguente, ormai coinvolto in ogni vizio più deplorevole, tenne a corte un posto di primo piano. A Gaio fu vicino nella passione di guidare il carro, a Claudio in quella dei dadi, e ancora più gradito a Nerone non solo per questi stessi passatempi, ma anche per un merito particolare. Una volta presiedeva appunto i Ludi Neroniani. Il principe aveva una gran voglia di cimentarsi in gara coi suonatori di cetra, ma – benché tutti insistessero – non osava promettere di esibirsi, e anzi era uscito dal teatro. Vitellio lo aveva richiamato indietro, e – come facendosi interprete delle insistenze del pubblico – lo aveva presentato al proscenio perché si facesse pregare.»

(Svetonio, Vitellio, 3-4)

Aulo Vitellio nacque nel settembre del 15 d.C.; figlio di Lucio, che fece una brillante carriera sotto Claudio (occupando insieme a lui la censura), era di famiglia di estrazione incerta. Secondo i suoi partigiani erano discendenti del dio Fauno e della dea Vitellia, mentre Cassio Severo sosteneva che i Vitelli discendessero da un liberto che di mestiere faceva il ciabattino:

«Sull’origine dei Vitellî ci sono varie tradizioni, tra loro anche assai discordanti. Alcuni la considerano antica e nobile, altri invece recente, oscura e volgare. Penserei che tali contraddizioni siano da metter sul conto di adulatori e denigratori dell’imperatore Vitellio; se non che già da prima esistevano contrastanti pareri sulla condizione della famiglia. Ci resta un opuscolo di Quinto Elogio, dedicato a Quinto Vitellio questore del divo Augusto, in cui si sostiene che i Vitelli, discesi da Fauno, re degli Aborigeni, e da Vitellia, venerata in molti luoghi come una divinità, avrebbero dominato su tutto il Lazio; che un loro ultimo ramo si sarebbe trasferito dalla Sabina a Roma e sarebbe stato accolto nel rango senatorio; che, testimonianza della stirpe, sarebbero rimaste a lungo una via Vitellia, dal Gianicolo fino al mare, e una colonia dello stesso nome: colonia che una volta la gens avrebbe chiesto di difendere, con le sue sole forze, contro gli Equi; che infine, al tempo delle guerre sannitiche, alcuni dei Vitellî, mandati a presidiare l’Apulia, si sarebbero fermati a Nocera, da dove la loro progenie, dopo lungo intervallo, sarebbe tornata a Roma reintegrandosi nella dignità senatoria. Di contro, molti invece hanno sostenuto che il capostipite della famiglia sarebbe stato uno schiavo affrancato. Anzi Cassio Severo e altri analogamente hanno precisato che costui era un ciabattino; il cui figlio, trovato il modo di arricchire con i proventi di aste ed esazioni, da una prostituta, figlia di tale Antioco fornaio, ebbe un discendente che fu cavaliere romano. Ma resti pure in sospeso ciò che è controverso.»

(Svetonio, Vitellio, 1-2)

Imperatore

«Tutto egli aveva conseguito non per alcun suo merito, ma per la gloria del nome paterno. Gli fu conferito il principato da chi non lo conosceva; le simpatie dell’esercito, che raramente si guadagnano con le buone qualità, egli ottenne con l’indolenza. Aveva tuttavia una certa franchezza e generosità; doti che, se fuor di misura, portano alla rovina. Si accaparrò amicizie, ma non ne ebbe realmente, perché credeva che si possano mantenere con la larghezza dei favori, non con la fermezza del carattere.»

(Tacito, Historiae, III, 86)

«Arrivato dunque all’accampamento, non oppose rifiuto a nessuna petizione. Anzi, di sua iniziativa, tolse le note di demerito ai degradati, le vesti di lutto ai colpevoli, le pene ai condannati. Perciò, trascorso nemmeno un mese, all’improvviso, senza badare né al giorno né all’ora – si era appunto all’imbrunire – fu tratto fuori dai soldati, così com’era, in veste da camera. E, salutato imperatore, fu portato in giro tra i vicoli più affollati: teneva stretta nella mano la spada del divo Giulio, che un ammiratore, felicitandosi con lui tra i primi, gli aveva recata.»

(Svetonio, Vitellio, 8)

Quando Galba divenne imperatore, affidò a Vitellio il compito di reprimere la rivolta in Germania, ma lì fu acclamato imperatore. Alla notizia della morte di Galba, su invito di Fabio Valente e Aulo Cecina Alieno, ed essere stato chiamato “Germanico”, titolo che apprezzava più di “Augusto”, marciò in Italia contro Otone, i cui soldati sconfisse a Bedriaco, nei pressi di Cremona:

«Quando visitò i campi dove si era combattuto, mentre non pochi inorridivano al lezzo dei cadaveri in decomposizione, egli ebbe l’ardire di rincuorarli con questa battuta spregevole: «Ha sempre un buonissimo odore il nemico ucciso, meglio ancora se è un concittadino». Però, per l’orribile fetore, bevve davanti a tutti una gran sorsata di vino, e vino fece distribuire agli astanti.»

(Svetonio, Vitellio, 10)

Otone, saputo della sconfitta, nonostante stessero arrivando rinforzi dal Danubio, si tolse la vita, il 16 aprile, forse per evitare ulteriori sofferenze allo stato. Fu così che Vitellio, scortato dai soldati germanici, tra cui i temibili batavi, entrò a Roma:

«Infine fece il suo ingresso in Roma al suono delle trombe paludato da generale e con la spada al fianco. Tra insegne e vessilli lo seguivano i suoi compagni con il mantello militare e i suoi soldati con le armi sguainate. Poi, di giorno in giorno sempre più spregiando ogni legge umana e divina, nell’anniversario dell’Allia assunse il pontificato massimo, dispose le elezioni per i prossimi dieci anni e prese per sé il consolato a vita. E perché nessuno avesse dubbi sul modello che egli sceglieva per reggere le sorti dello Stato, in mezzo al Campo di Marte con gran concorso di pubblici sacerdoti celebrò i riti funebri in onore di Nerone. Inoltre, in un convito solenne, invitò alla presenza di tutti un famoso citaredo a intonare qualche brano del Dominico, e, mentre quello attaccava un cantico di Nerone, applaudì per primo con entusiasmo.»

(Svetonio, Vitellio, 11)

Di Vitellio era proverbiale l’amore per il cibo; pare che ingurgitasse i pasti fino allo sfinimento e poi si provocasse il vomito per ricominciare a mangiare. Amava molto i piaceri della vita, e non è un caso che anche lui si accostasse alla figura di Nerone:

«Era incline soprattutto alla crapula e alla crudeltà. I pasti li divideva sempre in tre o talvolta in quattro momenti: colazione, pranzo, cena e baldoria; e tutti quanti riusciva a sostenere per l’abitudine a vomitare. Si invitava da sé, ora da uno ora dall’altro, nello stesso giorno; e ogni imbandigione non costò mai a nessuno meno di quattrocentomila sesterzi. Famosissima fra tutte fu la cena di benvenuto offertagli per il suo arrivo dal fratello, durante la quale si dice che fossero serviti duemila pesci tra i più prelibati e settemila uccelli. Eppure lui superò anche questa con l’invenzione di un piatto che, per la sua smisurata grandezza, usava chiamare «scudo di Minerva protettrice della città». Vi aveva mescolato fegati di scaro, cervella di fagiano e di pavone, lingue di fenicotteri, latte di murena fatto venire fin dalla Partia e dallo stretto di Gibilterra con l’ausilio di triremi e dei loro capitani. Ma siccome era uomo di voracità non solo straordinaria, ma anche sordida e fuori luogo, non riusciva a trattenersi mai – nemmeno in viaggio o durante i riti sacri – dal mangiarsi lì per lì le viscere o il pane di farro quasi rubandoli al fuoco dell’altare o, nelle osterie lungo la via, le vivande ancora fumanti o persino del giorno prima e lasciate a metà. Era poi sempre pronto a mettere a morte o al supplizio chiunque e per qualunque motivo. Ricorrendo a ogni specie d’inganno, fece uccidere persone di rango, suoi condiscepoli e coetanei, dopo averli blanditi con ogni lusinga, fin quasi a promettere di associarli all’impero. A uno porse anzi il veleno di sua mano, sciogliendolo in un bicchiere d’acqua fresca che quello, febbricitante, gli aveva domandato.»

(Svetonio, Vitellio, 13-14)

La fine

Il primo luglio tuttavia le armate orientali avevano acclamato imperatore Tito Flavio Vespasiano, che inviò le legioni in occidente, mentre affidava la guerra giudaica al figlio Tito e si posizionava ad Alessandria, bloccando i rifornimenti a Roma. Anche alcune legioni di Moesia e Pannonia si unirono a Vespasiano, defezionando (infatti inizialmente avevano supportato Otone). Lo scontro, tra i vitelliani, privi di un capo (Aulo Cecina fu imprigionato dai suoi stessi soldati), e Antonio Primo, vide quest’ultimo trionfare, nella seconda battaglia di Bedriaco. Marciò poi su Roma, e Vitellio, abbandonato da tutti, fu scannato, il 22 dicembre del 69:

«Ma, sconfitto dovunque o sul campo o per tradimento, venne a patti col fratello di Vespasiano, Flavio Sabino, per aver salva la vita e un appannaggio di cento milioni di sesterzi. Subito dopo, sui gradini del palazzo, davanti a una folla di soldati dichiarò di voler abbandonare quel potere che aveva assunto suo malgrado. Ma, di fronte alle generali proteste, differì la questione e, fatta passare una notte, si ripresentò ai Rostri alle prime luci del giorno: in veste dimessa e tra i singhiozzi ripetè le stesse dichiarazioni, questa volta leggendole da un testo scritto. Ma, poiché soldati e popolo lo interrompevano e lo esortavano a non cedere promettendogli a gara tutto il loro impegno, di nuovo riprese animo. Con un improvviso colpo di mano sospinse sul Campidoglio Sabino e gli altri Flaviani che se ne stavano senza più timori e, appiccato il fuoco al tempio di Giove Ottimo Massimo, li annientò. Intanto lui banchettando assisteva alla battaglia e all’incendio dal palazzo di Tiberio. Ma di lì a poco, pentitosi di quel che aveva fatto e cercando di addossarne ad altri la colpa, convocò l’assemblea e giurò – e volle che tutti quanti giurassero – che niente avrebbe avuto più a cuore della pubblica pace. Quindi, toltosi il pugnale dal fianco, lo porse dapprima al console, poi, siccome quello lo rifiutava, agli altri magistrati e, infine, ai singoli senatori. Poiché nessuno voleva accettarlo, fece per allontanarsi con l’intenzione di deporlo nel tempio della Concordia. Ma alcuni gridarono che «era lui la Concordia». Tornò allora sui suoi passi e affermò che non solo voleva conservare quella lama, ma che anzi accettava per sé il soprannome di Concordia. Convinse il Senato a mandare una delegazione accompagnata dalle vergini Vestali a chiedere la pace o almeno un po’ di tempo per prendere una decisione. L’indomani, mentre aspettava una risposta, da qualcuno mandato in avanscoperta gli fu riferito che i nemici si avvicinavano. Allora subito, nascosto in una portantina con due soli compagni, un pasticciere e un cuoco, si diresse segretamente sull’Aventino alla casa patema. Da qui pensava di rifugiarsi in Campania. Ma dopo un po’, credendo in base a una voce vaga e incerta che la pace fosse stata accordata, acconsentì a farsi riportare a Palazzo. Vi trovò ogni cosa in abbandono, perché anche quelli del suo seguito si stavano dileguando. Si cinse allora ai fianchi una fascia piena di monete d’oro e si rifugiò nella guardiola del portiere, dopo aver legato il cane davanti alla porta ed essersi barricato col letto e un materasso. Avevano già fatto irruzione i primi drappelli dell’esercito nemico e, non trovando nessun ostacolo sul proprio cammino, frugavano – come avviene – dappertutto. Lo trascinarono fuori dal suo nascondiglio e, senza riconoscerlo, gli domandarono chi fosse e se sapesse dov’era Vitellio. Tentò di ingannarli con una menzogna; ma poi, vistosi scoperto, non la smetteva più di pregarli perché lo prendessero in custodia, e magari in prigione, con la scusa che doveva fare certe rivelazioni e che ne andava della vita stessa di Vespasiano. Alla fine, con le mani legate dietro la schiena e un laccio passato attorno al collo, seminudo, con la veste a brandelli, fu trascinato verso il foro, fatto segno, per quanto è lunga la Via Sacra, a gesti e parole di ludibrio. Gli torcevano il capo tirandolo per i capelli, come si fa con i criminali, con la punta di una spada premuta sotto il mento perché mostrasse il volto senza abbassarlo. C’era chi gli gettava sterco e fango e chi gli gridava incendiario e crapulone. La plebaglia gli rinfacciava anche i difetti fisici: e in realtà aveva una statura spropositata, una faccia rubizza da avvinazzato, il ventre obeso, una gamba malconcia per via di una botta che si era presa una volta nell’urto con la quadriga guidata da Caligola, mentre lui gli faceva da aiutante. Fu finito presso le Gemonie, dopo esser stato scarnificato da mille piccoli tagli; e da lì con un uncino fu trascinato nel Tevere. Morì, insieme con il fratello e il figlio, all’età di cinquantasette anni. Non era sbagliata la congettura di quanti nell’episodio di Vienne (del quale abbiamo già riferito) avevano colto questo presagio: che sarebbe finito in balìa di uno venuto dalla Gallia. In realtà fu sconfitto da Antonio Primo che guidava la fazione avversaria; e costui, nativo di Tolosa, nell’infanzia aveva avuto il soprannome di Becco, che equivale, appunto, a rostro di gallo.»

(Svetonio, Vitellio, 15-18)

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