Privacy Policy La vendetta romana di Carre al Monte Gindaro | STORIE ROMANE

Il 9 giugno del 53 a.C. il triumviro Marco Licinio Crasso venne sconfitto dai parti a Carre, catturato con l’inganno e ucciso. L’oriente romano piombò nel caos e Pacoro I, figlio del re Orode II (il quale si narra che avesse trasformato la testa di Crasso, mozzata dal cadavere, in una coppa, dopo avergli fatto versare in bocca dell’oro fuso, in segno di sprezzo contro il suo essere l’uomo più ricco del mondo), lanciò un’offensiva verso la Siria romana, difesa solo grazie all’intervento di Cicerone che governava la vicina Cilicia e di Cassio, che difese la provincia romana e costrinse Pacoro a ritirarsi.

Nel 40 a.C. Pacoro invase nuovamente la Siria con l’aiuto di Quinto Labieno (figlio di Tito Labieno), che si era rifugiato da Orode dopo la sconfitta di Filippi nel 42 a.C. Il governatore romano Saxa venne sconfitto e si ritirò ad Antiochia, mentre i parti occupavano gran parte della Siria e della Palestina, che vennero saccheggiate. Fu solo grazie all’intervento di Publio Ventidio Basso che i romani riuscirono a ribaltare la situazione. Ventidio, originario di Ascoli nel Piceno, era ancora bambino quando durante la guerra sociale gli ascolani vennero sconfitti e lui portato a Roma tra gli sconfitti. Ebbe un’infanzia di stenti, dividendosi tra i lavori più umili, finché, conosciuto Cesare, combatté nella guerra gallica e nella guerra civile al suo fianco, divenendo infine anche console.

«Questo successo fu così inviso al popolo romano, memore del fatto che un tempo Ventidio Basso tirava avanti occupandosi di muli, che dappertutto per le strade della città si trovavano scritti questi versi:
Accorrete, àuguri tutti e aruspici!
È avvenuto proprio adesso un prodigio straordinario:
quello che strigliava i muli è stato eletto console!»

Aulo Gellio, Le notti attiche, XV 4

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La vendetta di Carre

«Che altro infatti, fuori della strage di Crasso, compensata dalla perdita di Pacoro, ci potrebbe contrapporre l’Oriente, piegato sotto i piedi di un Ventidio?»

Tacito, Germania, XXXVII, 4

Dopo la vittoria di Filippi Antonio conobbe (meglio) Cleopatra, cominciando a passare molto tempo con lei e trascurando in parte le sue occupazioni politiche. Nel 40 a.C. la moglie Fulvia sobillò il fratello di Marco, Lucio Antonio, per sollevarsi contro Ottaviano, reduce dalle confische effettuate per distribuire le terre ai veterani di Cesare. Ma Fulvia e Lucio furono troppo impulsivi, violando i limiti della legge e provocando una vera insurrezione armata. Ventidio e Asinio Pollione intervennero troppo tardi, ritirandosi rispettivamente a Rimini e Ravenna, mentre Lucio, che aveva raccolto le truppe a Preneste, ottenne dal senato l’imperium per ripristinare la repubblica e venne eletto console per il 41 a.C.

Tuttavia l’appoggio del senato e altri ostracismi gli resero impossibile rendere illegale il secondo triumvirato e Lucio, da paladino della legalità, si trovò a essere assediato a Perugia, dove venne sconfitto dalle truppe di Ottaviano, che sterminò l’aristocrazia locale e distrusse la città; i nobili locali vennero uccisi in massa lo stesso giorno delle idi di marzo. Fulvia fu esiliata a Sicione, Lucio venne inviato in Spagna come governatore, Ventidio Basso andò in Siria, nella sfera di influenza di Antonio (che aveva l’oriente).

I parti avevano approfittato della confusione tra Ottaviano e Antonio (quest’ultimo di fatto si era trovato invischiato in una guerra civile senza volerlo; la pace venne sancita a Brindisi poco dopo) per invadere nuovamente la Siria, dietro istigazione di Quinto Labieno, uno dei pochi sostenitori di Bruto e Cassio ancora in vita. Gli Arsacidi, guidati da Pacoro, ottennero inizialmente un netto successo, trovando i romani impreparati. Dedicio Saxa cercò di resistere ad Apamea e Antiochia, ma una parte delle sue forze defezionarono in favore di Labieno e Saxa dovette rifugiarsi in Cilicia, dove venne catturato e ucciso. Pacoro cominciò a saccheggiare la Siria e la Palestina; fu allora che Antonio inviò in difesa Publio Ventidio Basso in Siria, nel 39 a.C, con undici legioni.

Ventidio ottenne immediatamente dei successi, riuscendo a sconfiggere sia Quinto Labieno sia i parti; nella battaglia del Monte Amanus venne ucciso anche il generale partico Franapate, mentre l’esercito nemico ripiegava oltre l’Eufrate. Siria e Palestina erano libere ma la minaccia partica ancora incombeva. Nel 38 a.C. Pacoro I, che era succeduto al padre Orode II, attaccò nuovamente la Siria. Ventidio riuscì a rallentare il nemico mentre raggruppava le legioni sparse nei quartieri invernali e non attaccò i parti, ma attese il nemico, arroccandosi sul Monte Gindaro, non lontano da Antiochia, facendo credere ai nemici di essere timoroso e ordinando di costruire l’accampamento in cima. Pacoro, credendo che i romani fossero in difficoltà, marciò contro di loro e lanciò l’attacco: i romani attesero l’avvicinamento degli arcieri a cavallo, poi si precipitarono giù dal monte, con una tale forza e rapidità da travolgerli. I cavalieri fuggirono giù, creando scompiglio nelle proprie fila.

Secondo Cassio Dione i cavalieri catafratti, guidati da Pacoro in persona, attaccarono i romani che scendevano vittoriosi. I romani però non ripeterono l’errore di Carre: Ventidio ordinò di fermarsi e far arretrare le legioni, mentre i frombolieri cretesi e greci, cominciavano a tormentare i cavalieri parti, forti sia della gittata maggiore sia della pendenza a favore. I funditores causarono enormi perdite, anche psicologiche. Fu allora che Ventidio Basso ordinò nuovamente alle legioni di attaccare: nonostante la strenua resistenza i romani massacrarono la guardia del re, che venne ucciso in combattimento. Un centurione riuscì a prendere il corpo, attorno al quale si era accesa un’aspra battaglia, e a tagliarli la testa, mostrandola trionfante ai suoi compagni. Il morale dei parti subì il colpo decisivo e quanti ancora resistevano si diedero alla fuga, attaccati anche dalla cavalleria romana, che era tenuta di riserva: i cavalieri romani da una parte e l’Eufrate dall’altra furono la tomba dei superstiti. La vittoria fu talmente generosa da garantire la tranquillità al confine orientale a Ventidio il trionfo, nel novembre dello stesso 38 a.C.

«Il suo successo, che diventò uno dei più celebrati, diede ai Romani piena soddisfazione per il disastro subito con Crasso, e colpì i Parti ancora fino ai confini con la Media e la Mesopotamia, dopo averli sconfitti in tre successive battaglie. Ventidio decise comunque di non inseguire ulteriormente i Parti, perché temeva di suscitare la gelosia di Antonio; e così decise di attaccare e sottomettere le popolazioni che si erano ribellate a Roma, e di assediare Antioco I di Commagene nella città di Samosata […] Ventidio è l’unico generale romano che ad oggi abbia celebrato un trionfo sui Parti.»

Plutarco, Vite parallele – Marco Antonio, 34

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