Privacy Policy repubblica | STORIE ROMANE

Il passaggio dalla repubblica all’impero

Il passaggio dalla repubblica all’impero

«Sebbene il popolo gli offrisse con grande insistenza la dittatura, egli, piegato in ginocchio, tiratasi giù dalle spalle la toga e denudatosi il petto, supplicò di non addossargliela. Respinse sempre con orrore, come un insulto infamante, l’appellativo di padrone. Una volta, mentre egli assisteva allo spettacolo, poiché in un mimo era stata recitata l’espressione: O giusto e buon padrone! tutti quanti, come se fossero pienamente d’accordo che il verso si riferisse a lui, applaudirono esultanti; Augusto prima frenò quelle indecorose adulazioni con la mano e con il volto, poi, l’indomani, le redarguì con un durissimo comunicato. Da allora non tollerò di essere chiamato padrone nemmeno dai suoi figli o nipoti, né sul serio né per gioco, e vietò simili piaggerìe anche tra loro stessi.»

Gli ultimi dittatori

Gli ultimi dittatori

Sul finire della repubblica le crescenti difficoltà a conciliare l’espansione romana e l’accentramento di ricchezze in mano a pochi cercò di essere limitata da Tiberio Gracco, ma infine prevalse la linea di Gaio Mario di arruolare tutti i proletari, fornendo loro armi, equipaggiamento e stipendio. Legati ai comandanti più che alla repubblica, sorsero le prime lotte civili. Silla si fece nominare dittatore a vita per riformarla, poi accadde a Cesare, ma venne ucciso. Infine Ottaviano decise di formare il principato, una collaborazione tra senato e principe, mantenendo formalmente intatta la repubblica, ma di fatto accentrando in sè il potere. Infine, per apparire come un restauratore, rifiutò e abolì la dittatura.

La dittatura di Cincinnato

La dittatura di Cincinnato

«Durante il seguente anno, a causa del blocco di un esercito romano sul monte Algido a circa dodici miglia dalla città, Lucio Quinzio Cincinnato, che possedeva soltanto quattro acri di terra e lo coltivava con le proprie mani, venne nominato dittatore. Egli trovandosi al lavoro impegnato nell’aratura, si deterse il sudore, indossò la toga praetexta, accettò la carica, sconfisse i nemici e liberò l’esercito.» (EUTROPIO, BREVIARIUM AB URBE CONDITA LIB. I,17)

Scipione Africano: dall’apogeo al declino

Scipione Africano: dall’apogeo al declino

Finita la guerra annibalica con la vittoria di Zama, Scipione nel 199 diventò censore, princeps senatus e di nuovo console nel 194. Insolitamente per l’epoca si ritirò a vita privata, ma nel 190 accettò di andare come legato del fratello Lucio e Gaio Lelio, entrambi consoli, in Grecia, ad affrontare Antioco III, re dei Seleucidi. Dopo la vittoria a Magnesia del fratello Scipione Asiatico si ritirò a vita privata, rispedendo indietro le accuse mosse da Catone il Censore che lo accusava di peculato in seguito alla pace di Apamea. Sarebbe morto a Literno, dove la sua tomba lanciava una pesante invettiva allo stato romano, che non gli era stato riconoscente:

«Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes»
«Patria ingrata, non avrai mai le mia ossia»

VALERIO MASSIMO, V, 3, 2

Non auro sed ferro patria recuperanda est

Non auro sed ferro patria recuperanda est

Durante l’assedio di Roma i romani decisero di pagare i galli per lasciare la città, ma Brenno truccò la bilancia pronunciando la frase “vae victis”, “guai ai vinti”. Fu allora che arrivò Marco Furio Camillo, nominato dittatore in assenza e pronunciò la frase “non auro sed ferro patria recuperanda est”.

Le guerre macedoniche

Le guerre macedoniche

Nel corso di tre guerre i romani distrussero il regno di Macedonia, mostrando per la prima volta la vincibilità della falange macedone. Narra Livio che dopo la battaglia di Cinocefale:

«Quando [i macedoni] videro i corpi smembrati con la spada ispanica, le braccia staccate dalle spalle, le teste mozzate dal tronco, le viscere esposte ed altre orribili ferite […] un tremito di orrore corse tra i ranghi.»

Poco dopo Tito Quinzio Flaminino avrebbe annunciato solennemente a Corinto che la Grecia era tornata libera. Alla fine della terza guerra la Macedonia era distrutta, ma la cultura greca aveva conquistato Roma: Graecia capta ferum victorem cepit.

Giulio Cesare: un dittatore democratico

Giulio Cesare: un dittatore democratico

Quel che è certo è che Cesare ritenesse la repubblica superata, secondo quanto riporta Svetonio: “nihil esse rem publicam, appellationem modo sine corpore ac specie” – “la repubblica non è nient’altro che un nome senza corpo né anima”. E la storia gli diede ragione.

La gioventù di Cesare

La gioventù di Cesare

Durante la questura in Spagna nel 69 a.C. Cesare, a Gades, scoppiò in lacrime davanti la statua di Alessandro Magno; il macedone infatti alla sua età aveva già conquistato il suo impero, mentre Cesare non aveva fatto ancora nulla.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: