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Arminio era figlio di un capo cherusco, Segimero. Nato nel 18 o 17 a.C., venne consegnato come ostaggio ai romani insieme al fratello Flavo (era prassi, come aveva fatto già Giulio Cesare, di prendere come ostaggi i figli dei capi tribù per evitare rivolte). Arminio servì nell’esercito romano e ottenne anche la cittadinanza, scalando i ranghi e divenendo perfino cavaliere. E’ probabile dunque che, acquisendo la cittadinanza, abbia preso il nome dell’imperatore e si chiamasse Gaio Giulio Arminio. Insomma aveva raggiunto a meno di trent’anni il massimo che potesse ottenere un barbaro a quell’epoca.

La campagna germanica

Augusto aveva lanciato una serie di offensive per annettere la Germania fino al fiume Elba; i romani ormai si trovavano stabilmente oltre il Reno e le operazioni erano affidate a Publio Quintilio Varo, esperto senatore già governatore della Siria, ma che tuttavia si trovava ad amministrare la provincia forse con eccessiva durezza, considerando i germani pienamente sottomessi quando ancora non lo erano del tutto.

In questo contesto Arminio era secondo in comando e affiancava Varo: nessuno nè tantomeno Varo dubitava della sua lealtà a Roma, essendo cresciuto lontano dalla Germania ed essendo cavaliere romano, anzi il comandante romano si fidava ciecamente di lui e lo considerava prezioso per la conoscenza del luogo e delle genti.

In seguito a una serie di ribellioni in Pannonia tuttavia i romani erano stati costretti a spostare molte delle loro forze verso il Danubio: a Varo restavano solo tre legioni, mentre altre due si trovavano di riserva a Mogontiacum, sul Reno.

Nel 9 d.C., non sappiamo per quale motivo, Arminio decise di tradire Varo e di cacciare i romani, ergendosi a capo delle tribù germaniche. Forse Arminio credeva nella libertà del suo popolo, forse voleva solo ottenere il potere (che non avrebbe mai ottenuto a Roma nella sua misura maggiore non potendo diventare senatore e quindi non potendo neanche comandare forze legionarie), fatto sta che segretamente organizzò una sollevazione di tribù germaniche.

Alla notizia della ribellione, mentre Varo si preparava a ritirarsi nei quartieri invernali sopraggiungendo la fine dell’estate, Arminio convinse Varo a muoversi immediatamente con le sue tre legioni a reprimere la rivolta, di cui tuttavia forniva informazioni errate. Riuscì infine a persuadere Varo a intraprendere una strada estremamente pericolosa, all’interno delle foreste germaniche, per attaccare i ribelli. Non sappiamo perchè Varo accettò sempre le parole di Arminio come vere, ma sicuramente si fidava di lui senza esitazioni.

Teutoburgo

Varo e Arminio si diressero dunque verso i rivoltosi, finchè giunti nella selva di Teutoburgo, identificata oggi con l’odierna Kalkriese, Arminio si staccò dall’esercito romano per raggiungere i germani pronti all’imboscata. Varo era stato avvisato della ribellione, ma non gli diede credito:

« […] Segeste, un uomo di quel popolo [i Cherusci] rimasto fedele ai Romani, insisteva che i congiurati venissero incatenati. Ma il fato aveva preso il sopravvento ed aveva offuscato l’intelligenza di Varo […] egli riteneva che tale manifestazione di fedeltà nei suoi riguardi [da parte di Arminio] fosse una prova delle sue qualità […] »

(Velleio Patercolo, Storia romana, II, 118)

 

« [Varo] pose la sua fiducia su entrambi [Arminio ed il padre Sigimero], e poiché non si aspettava nessuna aggressione, non solo non credette a tutti quelli che sospettavano del tradimento e che lo invitavano a guardarsi alle spalle, anzi li rimproverò per aver creato un inutile clima di tensione e di aver calunniato i Germani […] »

(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 19)

 

« […] il piano procedeva come stabilito. [Arminio e i suoi Germani scortarono Varo] […] e dopo aver ottenuto il permesso di fermarsi ad organizzare le forze alleate per poi andargli in aiuto, presero il comando delle truppe [quelle nascoste nella selva di Teutoburgo], le quali erano già pronte sul luogo stabilito [per l’agguato] […] dopo di ciò le singole tribù uccisero i soldati che erano stati lasciati a presidio dei loro territori […] e poi assalirono Varo che si trovava nel mezzo di una foresta da cui era difficile uscire […] e là […] si rivelarono nemici […] »

(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 19)

La colonna romana, distesa su molti chilometri e formata da tre legioni e diversi reparti ausiliari, venne attaccata puntualmente e ripetutamente, senza che i romani potessero opporre una vera e propria resistenza, non potendosi schierare a battaglia.

« […] i barbari, grazie alla loro ottima conoscenza dei sentieri, d’improvviso circondarono i Romani con un’azione preordinata, muovendosi all’interno della foresta ed in un primo momento li colpirono da lontano [evidentemente con un continuo lancio di giavellotti, aste e frecce] ma successivamente, poiché nessuno si difendeva e molti erano stati feriti, li assalirono. I Romani, infatti, avanzavano in modo disordinato nel loro schieramento, con i carri e soprattutto con gli uomini che non avevano indossato l’armamento necessario, e poiché non potevano raggrupparsi [a causa del terreno sconnesso e degli spazi ridotti del sentiero che seguivano] oltre ad essere numericamente inferiori rispetto ai Germani che si gettavano nella mischia contro di loro, subivano molte perdite senza riuscire ad infliggerne altrettante […] »

(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 20, 4-5)

Tuttavia, nonostante questo, i romani resistettero per tre giorni. Alla fine del primo giorno, sebbene le perdite fossero numerose, Varo riuscì ad accamparsi su un’altura.

Ma i romani erano ormai accerchiati e nel mezzo della foresta: durante il secondo giorno Varo tentò di portare l’esercito fuori dalla selva, dopo aver abbandonato tutto meno che l’indispensabile e tentato di serrare i ranghi. I romani però non riuscivano a dispiegare i reparti nella foresta e finivano per darsi fastidio a vicenda mentre i germani li attaccavano.

Il terzo giorno fu la fine: ripreso a piovere copiosamente e decimati, i romani furono attaccati senza tregua. Varo si tolse la vita, mentre i sopravvissuti che erano in procinto di raggiungere l’uscita della foresta furono quasi del tutto massacrati dai germani.

« [… Quintilio Varo] si mostrò più coraggioso nell’uccidersi che nel combattere […] e si trafisse con la spada […] »

(Velleio Patercolo, Storia Romana, II, 119, 3)



La reazione di Augusto

Tre legioni (la XVII, XVIII e XIX) furono sterminate e mai più ricostruite. Quando la notizia giunse a Roma Augusto perse completamente la testa, sia per la rabbia sia per il timore di un’invasione germanica.

Narra Svetonio che Augusto prendesse a testate il muro gridando contro Varo:

« Quando giunse la notizia… dicono che Augusto si mostrasse così avvilito da lasciarsi crescere la barba ed i capelli, sbattendo, di tanto in tanto, la testa contro le porte e gridando: “Varo rendimi le mie legioni!”. Dicono anche che considerò l’anniversario di quella disfatta come un giorno di lutto e tristezza”. »

(Svetonio, Vite dei dodici Cesari II, 23)

 

« … Augusto quando seppe quello che era accaduto a Varo, stando alla testimonianza di alcuni, si strappò la veste e fu colto da grande disperazione non solo per coloro che erano morti, ma anche per il timore che provava per la Gallia e la Germania, ma soprattutto perché credeva che i Germani potessero marciare contro l’Italia e la stessa Roma. »

(Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 23, 1)

 

« … Augusto, poiché a Roma vi era un numero elevato di Galli e Germani… nella Guardia Pretoriana… temendo che potessero insorgere… li mandò in esilio in diverse isole, mentre a coloro che erano privi di armi ordinò di allontanarsi dalla città…. »

(Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 23, 4)

Germanico e la fine

Alla morte di Augusto, nel 14 d.C., l’imperatore Tiberio inviò il figliastro Germanico a recuperare le aquile e sconfiggere Arminio: Germanico recuperò due delle tre aquile e inflisse una sconfitta devastante ad Arminio, ad Idistaviso (un luogo che non sappiamo identificare con certezza). Il giorno prima della battaglia Arminio e il fratello Flavo, che militava nell’esercito di Germanico, per poco non vennero alle mani:

“[…] (Arminio) chiese al fratello l’origine di quello sfregio sul volto. Quest’ultimo gli riferì il luogo e la battaglia. Arminio chiese ancora quale compenso avesse ricevuto. Flavo rammentò lo stipendio accresciuto, la collana, la corona e gli altri doni militari, mentre Arminio irrideva la sua servitù a Romaper quegli insignificanti e vili compensi ricevuti […] continuarono a parlare, Flavo esaltando la grandezza di Roma, la potenza di Cesare, la severità contro i vinti, la clemenza verso coloro che si arrendevano, la generosità verso la moglie e il figlio dello stesso Arminio, trattati non come nemici. Arminio, dal canto suo, ricordando la religione della patria, l’antica libertà, gli dei della nazione germanica, la madre di entrambi, alleata a lui nelle preghiere […]. A poco a poco passati ad insultarsi, poco mancò che si gettassero l’uno contro l’altro”.

(Tacito, Annales II, 9-10)

Arminio tuttavia sopravvisse, ma morì un paio di anni dopo. Riguardo la sorte di Arminio abbiamo il racconto di Tacito:

« Apprendo dagli storici e dai senatori contemporanei agli eventi che in Senato fu letta una lettera di Adgandestrio, capo dei Catti, con la quale prometteva la morte di Arminio se gli fosse stato inviato un veleno adatto all’assassinio. Gli fu risposto che il popolo romano si vendicava dei suoi nemici non con la frode o con trame occulte, ma apertamente e con le armi […] del resto Arminio, aspirando al regno mentre i Romani si stavano ritirando a seguito della cacciata di Maroboduo, ebbe a suo sfavore l’amore per la libertà del suo popolo, e assalito con le armi mentre combatteva con esito incerto, cadde tradito dai suoi collaboratori. Indubbiamente fu il liberatore della Germania, uno che ingaggiò guerra non al popolo romano ai suoi inizi, come altri re e comandanti, ma ad un impero nel suo massimo splendore. Ebbe fortuna alterna in battaglia, ma non fu vinto in guerra. Visse trentasette anni e per dodici fu potente. Anche ora è cantato nelle saghe dei barbari, ignorato nelle storie dei Greci che ammirano solo le proprie imprese, da noi Romani non è celebrato ancora come si dovrebbe, noi che mentre esaltiamo l’antichità non badiamo ai fatti recenti. »

(Tacito, Annales II, 88)


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