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Origini familiari

Tiberio Claudio Nerone nacque il 16 novembre 42 a.C., a Roma, nella dimora dei Claudi, nei giorni convulsi in cui Ottaviano e Antonio sconfiggevano i tirannicidi a Filippi.

L’imperatore Tiberio

La gens Claudia era una delle antiche e più prestigiose della storia romana: Appio Claudio Cieco costruì l’Appia e il primo acquedotto, Tiberio Claudio Nerone console sconfisse Asdrubale che si stava ricongiungendo ad Annibale sul Metauro nel 207 a.C., il padre invece aveva guidato la flotta cesariana nella guerra alessandrina. Cinquantenne, mentre la madre Livia aveva solo quindici anni, era pretore mentre si combatteva a Filippi; seguì gli Antoniani durante il tentativo di rivolta di Fulvia e la guerra di Perugia, che però si risolse in un disastro e consegnò l’Italia a Ottaviano. Sostenitore di Antonio fino alla fine, scampò riparando in Grecia; fu solo quando Antonio e Ottaviano si riappacificarono che poté tornare in Italia.

«La gens Claudia patrizia (perché ce ne fu anche un’altra, plebea, non inferiore a quella né per potenza né per dignità) è originaria di Regillo, una cittadina della Sabina. Di là si trasferì a Roma, poco dopo la sua fondazione, con una gran massa di clienti, per volere di Tito Tazio, collega di Romolo, o come è più attestato, per iniziativa di Atta Claudio, il capo della gens, circa cinque anni dopo la cacciata dei re. Accolta tra le gentes patrizie […]. Poi, nel corso del tempo, conseguì ventotto consolati, cinque dittature, sette censure, sei trionfi e due ovazioni. Si distingueva, entro il proprio àmbito, con diversi prenomi e cognomi, ma di comune accordo ripudiò il prenome di Lucio, dopo che, di due di quella gens che portavano quel prenome, uno fu riconosciuto colpevole di brigantaggio, l’altro di assassinio. Tra i cognomi assunse anche quello di Nerone, che in lingua sabina significa forte e valoroso. Di molti Claudii si annoverano molte e straordinarie benemerenze, ma anche molte colpe commesse contro lo Stato. Per ricordare le principali: Appio Cieco dissuase il Senato dallo stringere alleanza con Pirro, in quanto essa era tutt’altro che vantaggiosa. Claudio Càudice, per primo, varcato con una flotta lo stretto di Messina, cacciò i Cartaginesi dalla Sicilia. Tiberio Nerone schiacciò Asdrubale, che giungeva dalla Spagna con un grosso esercito, prima che si congiungesse con il fratello Annibale. Viceversa, Claudio di Regillo, decemviro per la redazione delle leggi, spinto dalla libidine tentò di dichiarare sua schiava una giovane libera; e con ciò fu causa della seconda secessione della plebe dai patrizi. […] Ci sono pure, e ugualmente contrastanti, esempi di donne. Appartenevano alla medesima gens l’una e l’altra Claudia, sia quella che disincagliò dal fondo del Tevere la nave che portava il simulacro della Madre degli dèi proveniente dall’Ida, pregando pubblicamente che finalmente la nave la seguisse, se era vero ch’ella era pudica, sia quella che, per la prima volta trattandosi di una donna, affrontò dinanzi al popolo un processo di lesa maestà, perché, dato che la sua carrozza procedeva lentamente tra la folla troppo densa, apertamente espresse l’augurio che suo fratello Pulcro rivivesse e perdesse di nuovo una flotta, così che a Roma ci fosse meno gente. E stato inoltre ben notato che tutti i Claudii – tranne quel Publio Clodio, che, per far espellere da Roma Cicerone, si fece adottare da un plebeo, per giunta più giovane di lui – furono sempre tra gli ottimati e impareggiabili assertori della dignità e della potenza del patriziato; e contro la plebe furono tanto violenti ed arroganti, che nessuno di loro, neppure se imputato di delitto capitale, volle mutare abito davanti alla plebe o supplicarla; alcuni, addirittura, fra alterchi ed insulti, colpirono i tribuni della plebe. Anche una vergine Vestale, salita sul carro del fratello che celebrava un trionfo non autorizzato dal popolo, lo accompagnò fino in Campidoglio, perché nessun tribuno potesse impedirlo od opporre il suo veto. Da questo ceppo trae origine Tiberio Cesare, per di più da entrambi i lati: per parte di padre discende da Tiberio Nerone, per parte di madre da Appio Pulcro, che furono entrambi figli di Appio Cieco. Si inserì anche nella famiglia dei Livii, nella quale entrò per adozione il nonno materno. E questa famiglia, per quanto plebea, fu anch’essa molto fiorente, insignita di otto consolati, due censure, tre trionfi, e anche di una dittatura e un comando della cavalleria; fu illustre anche per uomini eccezionali, e soprattutto per Salinatore e per i Drusi. Salinatore, durante la sua censura, bollò di leggerezza tutte quante le tribù, poiché, mentre, dopo il primo consolato, lo avevano condannato irrogandogli una multa, poi lo avevano eletto console di nuovo e censore. Druso, per aver ucciso, scontrandosi con lui in battaglia, Drauso, il capo dei nemici, guadagnò il suo cognome per sé e per i suoi discendenti. Si racconta anche che, quando era propretore, riportò dalla Gallia, ormai provincia romana, l’oro consegnato a suo tempo, durante l’assedio del Campidoglio, ai Galli Senoni, e ad essi non ritolto – come invece ne è tradizione – da Camillo. [..]. Nerone, il padre di Tiberio, da questore fu al comando della flotta di Cesare durante la guerra Alessandrina, e contribuì moltissimo alla vittoria. Perciò fu fatto pontefice in sostituzione di Publio Scipione e fu inviato in Gallia per dedurre colonie, tra cui Narbona e Arelate. Tuttavia, dopo l’uccisione di Cesare, quando tutti, per timore di disordini, proponevano l’impunità per il fatto, egli sostenne persino che si dovessero mettere all’ordine del giorno dei premi per i tirannicidi. Poi, allo scadere della sua pretura, allorché alla fine dell’anno sorse un contrasto fra i triumviri, egli, conservando le sue insegne al di là del tempo legittimo, seguì a Perugia il console Lucio Antonio, fratello del triumviro, e quando gli altri si arresero, lui solo rimase fedele al suo partito, e scampò prima a Preneste, poi a Napoli; lì inutilmente tentò di sollevare gli schiavi col miraggio della libertà; allora si rifugiò in Sicilia. Ma considerando un’indegnità il fatto di non essere sùbito ammesso alla presenza di Sesto Pompeo e di sentirsi vietare l’uso dei fasci, passò in Acaia per unirsi a Marco Antonio. Ritornata presto la pace fra tutti, tornò con lui a Roma. E quando Augusto gli chiese per sé la moglie Livia Drusilla, allora incinta e dalla quale aveva avuto anche un figlio, gliela concesse. Non molto tempo dopo morì: gli sopravvivevano entrambi i figli, Tiberio Nerone e Druso Nerone.»

(Svetonio, vita di Tiberio, 1-4)

Discendente di Augusto

Ritornato a Roma, il padre di Tiberio ricevette da Ottaviano la richiesta di avere in moglie Livia Drusilla, allora diciannovenne e incinta di sei mesi. Il marito fu felice di darla al futuro imperatore, per riappacificarsi con lui. Quest’ultimo aveva già spostato la tredicenne Claudia, figliastra di Antonio, da cui aveva divorziato per sposare Scribonia, imparentata con Sesto Pompeo, sperando di tenerlo a bada in Sicilia. Ma nel frattempo Pompeo era già passato dalla parte di Antonio. Tuttavia Scribonia gli aveva dato l’unica figlia, Giulia, che nasceva nello stesso giorno del divorzio.

Livia Drusilla

Molti maliziosi sostennero già in antichità che Druso, il figlio che Livia portava in grembo, fosse figlio illegittimo di Ottaviano, ma in realtà i due non si incontrarono prima del concepimento. Ma, mentre Druso venne cresciuto in casa di Ottaviano, Tiberio rimase con il padre, che morì quando aveva nove anni; fu il giovanissimo Tiberio a pronunciare la sua laudatio funebris dai rostri. Solo allora seguì il fratello nella casa di Ottaviano. Pochi anni dopo, guidò insieme a Marco Claudio Marcello – nipote di Ottaviano – il carro che precedeva quello del trionfo del nipote di Cesare

La carriera politica

Nel 25 a.C. Ottaviano, che aveva appena ricevuto il titolo onorifico di Augusto, inviò in Spagna (che fu pacificata solo in quegli anni) i sedicenni Tiberio e Marcello come tribuni militari; seguì il cursus honorum come questore, poi comandando nell’inverno del 21-20 a.C. un esercito in Armenia, regione in bilico tra romani e parti, riuscendo a far incoronare Tigrane III come re cliente:

«Pur potendo fare dell’Armenia maggiore una provincia dopo l’uccisione del suo re Artasse, preferii, sull’esempio dei nostri antenati, affidare quel regno a Tigrane, figlio del re Artavaside e nipote di re Tigrane, per mezzo di Tiberio Nerone, che allora era mio figliastro.»

(Augusto, Res Gestae Divi Augusti, 27)

Seguì la carriera politica ottenendo infine la pretura e seguendo Augusto in Gallia (16-13 a.C.), per aiutarlo nell’organizzazione della nuova provincia, per poi fare insieme una campagna punitiva oltre il Reno. Nel 15 a.C. Tiberio, insieme al fratello Druso, condusse i romani contro i reti, spingendo la frontiera romana fino al Danubio. Dal 12 al 9 a.C., subito dopo la morte di Agrippa, Tiberio condusse i romani contro i ribelli dalmato-illirici. La campagna, durissima, fu infine un successo, e gli venne concessa da Augusto un’ovazione e la processione per la via Sacra con le insegne trionfali, sebbene non fosse formalmente un trionfo. Poco dopo, nel 9 a.C., il fratello Druso morì, dopo una caduta da cavallo, mentre si trovava in Germania. Tiberio lo raggiunse rapidamente, appena in tempo per vederlo morire. Fu lui stesso a riportare il corpo a Roma e pronunciarne l’elogio funebre. Successivamente, nell’ 8-7 a.C., venne inviato di nuovo in Germania da Augusto, rafforzando il confine.

Interruzione della carriera politica

Augusto aveva avuto una predilizione fin dall’inizio per Marcello (figlio di Ottavia, sua sorella), coetaneo di Tiberio, a cui aveva dato in sposa la figlia Giulia avuta con Scribonia. Ma Marcello morì nel 23 a.C., e Agrippa nel 12 a.C. (che aveva sposato Giulia subito dopo).

Alla morte di Agrippa Augusto decise di dare la figlia Giulia in sposa all’unico discendente possibile: il figliastro Tiberio, che nel 12 a.C. la sposò, costringendolo a ripudiare Vipsania Agrippina, figlia di Marco Vipsanio Agrippa, e da cui aveva avuto un figlio, Druso minore.

I caratteri di Giulia e Tiberio erano però opposti: tanto licenziosa lei, quanto riservato lui; il rapporto si guastò quasi subito, quando morì loro figlio ancora infante. Nonostante questo Augusto decise di concedergli nel 6 a.C. la tribunicia potestas, il potere che conferiva la vera e propria dignità imperiale (si diventava in questo modo intoccabili e si aveva diritto di veto su qualsiasi decisione del senato). Ma Tiberio si ritirò in esilio volontario a Rodi:

«[…] è dubbio se per disgusto di sua moglie, che non osava né ripudiare né incriminare, ma che non poteva sopportare più oltre, o se, invece, per affermare o anche accrescere, con la lontananza, la sua autorità, nel caso che lo stato avesse bisogno di lui, evitando di stancare con la sua continua presenza. Certi stimano che, essendo allora adulti i figli di Augusto, cedette loro il passo spontaneamente, come se il secondo rango fosse stato un patrimonio a lungo usurpato, seguendo così l’esempio di Marco Agrippa che, quando aveva visto Marco Marcello chiamato a incarichi pubblici, si era ritirato a Mitilene per non sembrare, con la sua presenza in Roma, atteggiarsi a suo concorrente o a suo censore. Questa è, del resto, la versione che diede egli stesso, ma solo più tardi. In quell’epoca egli chiese un congedo motivandolo con il fatto che era sazio di onori e che voleva trovare riposo […]»

(Svetonio, Vite dei Cesari, Tiberio, 10)


«[Augusto] poiché volle in qualche modo frenare le intemperanze di Lucio e di Gaio, conferì a Tiberio la potestà tribunizia per cinque anni, e gli assegnò l’Armenia, che dopo la morte di Tigrane era diventata ostile. Gli toccò però entrare inutilmente in urto sia con i nipoti che con Tiberio, con i primi perché ritennero di essere stati declassati, con il secondo perché iniziò a temere il risentimento di loro. In ogni caso Tiberio fu mandato a Rodi con la scusa di aver bisogno di un periodo di insegnamento, […] affinché fosse lontano da Lucio e da Gaio, sia dalla loro vista sia dalla loro portata. […] Questa è la ragione più vera del suo allontanamento, anche se c’è una versione in base alla quale fu anche la moglie Giulia il motivo per cui aveva fatto ciò, dato che non riusciva più a sopportarla. […] Altri dissero che Tiberio era indispettito per il fatto che non aveva ricevuto anche il titolo di Cesare, mentre secondo altri ancora era stato cacciato da Augusto stesso sulla base del fatto che stava ordendo un complotto contro i suoi figli [Gaio e Lucio].»

(Cassio Dione, Storia romana, LV, 9, 4-5 e 7)




Tiberio erede di Augusto

«[…] ancora molto giovani fece partecipare [Lucio e Gaio Cesare] all’amministrazione della Res publica e quando furono designati consoli li inviò nelle province e presso gli eserciti.»

(Svetonio, Augusto, 64)

Infine anche i figli di Agrippa, Gaio e Lucio Cesare, morirono entrambi prematuramente; Lucio nel 2 d.C., ammalatosi, morì a Marsiglia, a soli 19 anni. Gaio due anni più tardi, nel 4 d.C., a 24 anni, per le ferite riportate durante la guerra in Armenia (Tigrane IV era stato ucciso e molti nobili armeni rifiutavano di riconoscere il re filoromano Ariobarzane), che gli avevano teso un’imboscata durante l’assedio di una fortezza.

Gaio Cesare

Il 26 giugno del 4 d.C. Augusto decise infine di adottare Tiberio (che nell’1 d.C. era tornato a Roma) come suo successore, a a patto che adottasse il nipote Germanico, figlio di Druso Maggiore, sebbene Tiberio avesse avuto già un figlio, Druso minore, avuto dalla prima moglie Vipsania. Contemporaneamente, per festeggiare, venne fatto un largo donativo all’esercito.

Negli anni seguenti Tiberio combatté con notevoli successi in Germania, che i romani stavano ormai conquistando (almeno la parte a ovest dell’Elba), poi nell’Illirico, ancora in rivolta, e di nuovo in Germania, dopo il disastro di Varo che aveva perso tre legioni nella selva di Teutoburgo, nel 9 d.C. Pare che Augusto vagasse per il palazzo sbattendo la testa contro le porte e urlando: “Varo, rendimi le mie legioni!”, temendo un’invasione germanica fino in Italia.

L’imperatore che non voleva essere imperatore?

«[…] E non ignoro nemmeno che, secondo alcuni, […] acconsentì ad adottarlo solo per le preghiere di sua moglie, e anche spinto dal desiderio di farsi maggiormente rimpiangere, dandosi un simile successore. Non posso però credere che quel principe tanto circospetto e prudente abbia agito alla leggera in un caso di così grande importanza; credo piuttosto che abbia accuratamente pesato le virtù e i vizi di Tiberio e trovato maggiori le virtù, soprattutto tenendo conto che aveva giurato in assemblea di adottarlo nell’interesse dello stato, e che in molte sue lettere lo celebrò come un grande comandante militare e l’unico sostegno del popolo romano. […]»

(Svetonio, Tiberio, 21)


Nel 12 d.C. Tiberio celebrò il suo trionfo per la guerra illirica; nel 13 ottenne di nuovo la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius. Mentre Tiberio si recava in Illirico per riorganizzare la provincia, nell’estate del 14, venne richiamato urgentemente perché Augusto stava morendo a Nola. Il 19 agosto l’imperatore morì; il 17 settembre Tiberio convocò il senato per leggerne il testamento, in cui lasciava come eredi il figlio adottivo e la moglie. Pare che Tiberio venne supplicato dai senatori di prendere il titolo del padre adottivo e che lui inizialmente rifiutò; non sappiamo se per modestia, o per altri motivi, ma infine accettò, non volendo lasciare la res publica priva di un capo.

Il secondo imperatore

Inizialmente il prestigio di Tiberio fu messo a dura prova dal nipote Germanico, che portò a termine diverse campagne a nord, recuperando due delle tre aquile di Teutoburgo e sconfiggendo Arminio ad Idistaviso. Germanico venne richiamato, non sappiamo se perchè Tiberio effettivamente temeva che la sua popolarità avrebbe messo a repentaglio il suo posto come imperatore, e inviato in oriente. A Germanico fu concesso un imperium proconsulare maius su tutto l’oriente da parte del senato, mentre Tiberio gli affiancava il burbero Gneo Calpurnio Pisone, nominato proconsole della Siria e suo ex collega nel consolato del 7 a.C. I due entrarono ben presto in conflitto e Germanico morì forse avvelenato dallo stesso Pisone già nel 19 d.C.

Morto Germanico, venne scelto come successore il figlio Druso minore. Al tempo stesso acquisiva potere il prefetto al pretorio Lucio Elio Seiano, dopo la decisione di Tiberio di stanziare le nove coorti pretorie, prima sparse in tutta Italia, nei castra pretoria al limite di Roma. Seiano sedusse la moglie di Druso, Claudia Livilla, e poco tempo dopo, nel 23, Druso morì avvelenato. Ancora una volta i sospetti ricaddero su Tiberio, che però probabilmente era ancora una volta estraneo al delitto, in cui era coinvolta Livilla.

Mentre Seiano spadroneggiava a Roma, Tiberio, rimasto senza eredi (Tiberio Gemello, figlio di Druso minore, era nato nel 19 d.C. e il suo gemello, Germanico Gemello, era morto nel 23; inoltre non si era certi della paternità e alcuni supponevano che il padre fosse Seiano) e più che sessantenne, decise di ritirarsi in Campania e specialmente a Capri.

Nel frattempo Seiano prese il potere a Roma, diventando in tutto e per tutto il capo dello stato. L’unione con Livilla credeva di aprirgli le porte per la successione, e nel 31 ottenne il consolato insieme all’imperatore. Ma fu proprio allora che Antonia minore, vedova di Druso maggiore e madre di Germanico e Claudio, inviò una lettera a Tiberio in cui paventava che Seiano fosse in procinto di effettuare un colpo di stato.

Tiberio nominò segretamente Macrone, a capo delle coorti urbane, prefetto al pretorio e informò anche le coorti di vigiles, di arrestare Seiano. Con l’inganno, Macrone, dopo avergli detto falsamente che gli era stata conferita la tribunicia potestas, si congedò. Entrato in senato, venne letta una lettera di Tiberio, in cui alla fine improvvisamente comandava di arrestare Seiano. Il console Mummio Regolo procedette all’arresto, e poco dopo Macrone si presentò nei castra pretoria come nuovo prefetto. Seiano, portato nel Carcere Mamertino, venne condannato a morte dopo un rapido processo e strangolato, insieme ai suoi figli.

Tiberio trascorse i suoi ultimi anni a Capri, nella villa Iovis. Quando dovette procedere al testamento, erano ormai rimasti solo due eredi: Tiberio Gemello, quindicenne, e di cui si dubitava della paternità, il nipote Claudio, fratello di Germanico e figlio di Druso maggiore, mai preso in considerazione poiché zoppo e balbuziente, e il nipote Caio, detto poi Caligola, figlio di Germanico, amatissimo dal popolo, che poco più che ventenne sembrava la scelta migliore.

Tiberio nel 37 lasciò Capri, forse per passare i suoi ultimi giorni a Roma, ma si fermò poco prima di entrare in città, forse titubante della reazione del popolo. Dopo un primo malore, fu portato a Miseno, dove fu creduto morto. Tacito riporta che venne infine soffocato:

«Il diciassettesimo giorno prima delle Calende di aprile, gli mancò il respiro e si credette che avesse cessato di vivere; già Caio Cesare, in mezzo a una folla di persone festanti, usciva a cogliere le primizie del potere, quando improvvisamente gli si riferì che Tiberio aveva recuperato la voce e la vista e chiamava qualcuno che gli portasse da mangiare per riprendersi dal deliquio. Si sparse il terrore e mentre gli altri si disperdevano qua e là, e chi si fingeva triste e chi mostrava di non saper nulla; Caio Cesare [Caligola] immobile, muto, caduto dal culmine delle speranze, si aspettava imminente chissà quale condanna. Macrone senza tremare ordinò di soffocare il vecchio sotto un cumulo di coperte e di allontanarsi dalla porta. Così finì Tiberio, a settantotto anni.»

(Tacito, Annali, VI, 50)

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