Privacy Policy Io, Saturnalia | STORIE ROMANE

Una delle più importante feste romane erano i Saturnali, dedicati al dio Saturno, fautore di un’antica epoca di ricchezza e dell’oro, motivo per cui abbondavano in questo periodo banchetti, doni (al saluto di “Io, Saturnalia!”) e perfino orge e munera gladiatori (solitamente piuttosto rari nel corso dell’anno). Gli schiavi erano anche temporaneamente liberi e potevano dedicarsi a licenze inusuali per la loro condizione. Sostanzialmente il periodo freddo e prossimo al solstizio d’inverno avrebbe visto nell’intervento di Saturno un agente propiziatore per l’arrivo del nuovo anno e della primavera. In seguito a questo periodo dell’anno sarà accostata anche la figura del Sol Invictus, proveniente dalla Siria e la nascita di Cristo, entrambe fissate al 25 dicembre.

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Io, Saturnalia

Tra il 17 e il 23 dicembre i romani usavano dunque celebrare i Saturnalia: la festa in onore di Saturno; la festa, celebrata attorno al solstizio d’inverno (che oggi cade il 21 o 22 dicembre, mentre 2000 anni fa, per via della precessione degli equinozi, doveva cadere proprio nel giorno centrale della settimana di feste), faceva parte della tradizione romana da sempre. Il saluto che ci si scambiava era “Io, Saturnalia!”, che potrebbe essere l’abbreviazione di “ego tibi optimis Saturnalia auspico” (“io ti auguro di trascorrere lieti Saturnali” oppure un’invocazione “Io sono i Saturnalia“, interpretazione che però sembra difficile da accettare vista la grande convivialità che la caratterizzava. La frase “io Saturnalia” è attestata nel Satyricon di Petronio (58) e Marziale (Epigrammi, XI, 2):

O rigido sopracciglio e corrugata fronte dell’austero Catone, o figlia dell’aratore Fabrizio, o maschere di sussiego, o regole morali e tutto ciò che non appartiene alla nostra vita privata andate via! Ecco, i miei versi gridano: «Evviva i Saturnali!» [Io, Saturnalia]: ciò è lecito e arreca piacere sotto il tuo governo, o Nerva. O severi lettori, imparate a memoria le pesanti opere di Santra: io non ho nulla da spartire con voi: questo libro è interamente mio.

Marziale, Epigrammi, XI, 2

In questo periodo festivo, che dava il via alla rinascita primaverile, i romani usavano banchettare, scambiarsi regali e andare a vedere spettacoli gladiatori e corse di quadrighe: insomma era un periodo di rilassatezza . L’ordine sociale veniva sovvertito in quanto tutti gli uomini erano considerati uguali e perfino gli schiavi potevano beffarsi dei padroni. Era un periodo di licenze sotto ogni aspetto, con cibo, vino e sesso sfrenato, in cui cadeva anche l’uso della legge poiché si tornava a un’ancestrale età dell’Oro. Catullo definiva questa festa come “optimo dierum” (“il migliore dei giorni”). Alcune somiglianze sembrano essere evidenti col nostro Natale: i banchetti ripetuti (un convivium publicum dopo il sacrificio nel tempio di Saturno e altri privati in seguito), i giochi tra amici (oltre ai gladiatori e le corse si giocava per esempio a dadi e altri giochi usualmente proibiti), lo scambio di regali.

Il princeps della festa era in genere vestito con una maschera buffa e colori accesi, specialmente il rosso, in quanto personificazione della divinità degli inferi, identificata con Saturno stesso o Plutone, addetta alla protezione delle anime dei morti ma anche delle campagne e delle messi, i cui frutti erano mangiati in lauti banchetti durante tutto il periodo festivo, arrivato alla fine di un lungo anno di lavoro nei campi. I romani erano convinti che questi dei, usciti dalle profondità del sottosuolo, vagassero in corteo durante questo periodo tra i vivi (in modo non dissimile a quanto avveniva col mundus patet), in quanto la terra riposa ed era incolta a causa delle condizioni atmosferiche. I vivi dunque avrebbero placato gli dei con doni e feste in loro onore, facendo in modo che questi tornassero negli inferi e permettessero un nuovo anno di raccolti. La festa poi si sarebbe tramutata in un evento per i vivi, che ne conservavano le usanze, come quelle di banchettare e scambiarsi doni.

Alla base della storia di Saturno c’era il titano Kρόνος, a cui era stato assimilato dai romani, padre di Zeus e divinità che controllava lo scorrere del tempo; in qualche modo era dunque una festa che stigmatizzava l’inverno e cercava un propizio nuovo anno caldo per avere raccolti abbondanti. Saturno sarebbe dunque divenuto il leggendario re dell’età dell’Oro, prima che venisse esiliato da Zeus e dall’Olimpo al termine della Titanomachia nelle Isole Beate e richiamato in occasione della festa dei Saturnali per “benedire l’arrivo della stagione calda, favorevole alla nascita del nuovo raccolto”. All’età dell’Oro (finita per il furto del fuoco da parte di Prometeo e la seguente apertura del vaso di Pandora) sarebbe seguita, secondo Esiodo, l’età dell’Argento, l’epoca del matriarcato (argento, acqua, luna, sono elementi femminili), che avrebbe rammollito gli uomini, sterminati da Zeus-Giove e portandoli in una spirale negativa all’età del Bronzo, degli Eroi e infine del Ferro, dove imperano le guerre.

La festa tuttavia divenne sempre più un’occasione di sfarzo, tanto che nel 161 a.C. il console Gaio Fannio Strabone fece approvare la Lex Fannia, che fissava la spesa massima per i pranzi dei Saturnali a 100 assi. Insomma, i Saturnali, nati come festa della rinascita delle messi, erano una festa dell’abbondanza che preparavano (e propiziavano) all’avvento del nuovo anno; lo stesso Saturno era accostato alla leggendaria età dell’oro, quando gli uomini vivevano felici e in abbondanza e uguaglianza.

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