Privacy Policy La lotta tra patrizi e plebei | STORIE ROMANE

Essere romani non significava essere abitanti di Roma. O del Lazio. O dell’Italia. Anzi, per i romani, chiunque (o quasi) poteva diventare un cittadino. Un concetto apparentemente semplice, ma rivoluzionario per l’epoca. E certamente un punto fondamentale della forza di Roma. Fin dalla sua fondazione, Roma è stata aperta agli stranieri. Romolo fondò un asylum per accogliere chi veniva da fuori e renderlo romano. Tre dei sette re di Roma sono etruschi diventati romani. In ogni livello della società, in ogni epoca, ci sono stranieri che diventano cittadini romani e spesso ricoprono posti di comando. L’atteggiamento dei romani era estremamente pragmatico: accogliere gli stranieri e renderli romani, a partire dalle élite, uniformando gradualmente i costumi ma mantenendo intatte le usanze e lingue locali , portando i vinti a trasformarsi volontariamente in romani (che era pur sempre un privilegio giuridico e fiscale).

Una lotta secolare

Tarquinio il Superbo, cacciato da Roma, cercò subito di riprendersi il trono scontrandosi coi romani alla Selva Arsia e assediando la città. L’eroica difesa del primo console Lucio Giunio Bruto, morto in battaglia, di Orazio Coclite, che da solo respinse i nemici sul ponte Sublicio mentre i romani lo abbattevano e di Gaio Muzio Scevola, il quale dimostrò la determinazione romana, resero possibile la nascita della repubblica e della famosa sigla SPQR. Tuttavia la città manifestò, subito dopo la vittoria del lago Regillo sui latini nel 496, il risentimento della plebe nei confronti dei patrizi: quest’ultimi detenevano totalmente il potere politico e i plebei erano costretti a fare la guerra per loro. Nel 494 a.C. Meneio Agrippa ottenne, dopo una prima secessione del popolo sull’Aventino (secondo Floro sarebbero state nel 494-493; 451-449; 445; 376-371), che la plebe si potesse riunire in una sua assemblea, il concilium plebis, e che potesse eleggere due tribuni della plebe (alla fine della repubblica saranno dieci).

Le decisioni dell’assemblea del popolo erano chiamati plebisciti e non avevano potere vincolante né per i comizi né per il senato, ma i tribuni, sacri e inviolabili, possedevano anche il diritto di veto e potevano dunque ostacolare azioni del senato considerate ostili alla plebe. Successivamente per compensare l’impossibilità di eleggere magistrati tra i plebei e in particolare consoli, vennero creati i tribuni militum consulari potestate, che tra il 444 a.C. e il 367 a.C., in numero da due a sei, sostituivano i consoli qualora i comizi volessero almeno un plebeo al comando.

A Roma la schiavitù per debiti perdurò a lungo e ciò influenzò pesantemente la storia sociale della città. Le XII Tavole furono compilate dai decemviri legibus scribundis consulari imperio nel 451-450 a.C. (cioè nello stesso anno in cui Pericle chiuse l’accesso alla cittadinanza ateniese), su pressione dei tribuni della plebe, in seguito all’aspra lotta tra patrizi e plebei sviluppatasi negli anni precedenti. Quello che è più interessante riguardo la cittadinanza è che i figli venduti e poi riacquistati dal padre potevano tornare liberi, infatti si legge nella Tavola IV:

“Si pater filium ter venum duit, filius a patre liber esto”

“Se un padre vende un figlio per tre volte consecutive, il figlio è libero dal padre”

Subito dopo la redazione delle XII tavole, nel 449 a.C., la plebe si rafforzò ulteriormente grazie alle Leges Valeriae Horatiae, che concedevano il diritto di veto ai tribuni della plebe. Nel 445 a.C. il tribuno della plebe Canuleio riuscì a far approvare un plebiscito che divenne la lex Canuleia, la quale aboliva il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei. Nel 367 a.C. vennero infine approvate le Leges Liciniae Sextiae, proposte dai tribuni della plebe Gaio Licinio e Lucio Sestio Laterano. Oltre a limitare (nella teoria) il possesso delle terre in modo che tutti ne avessero abbastanza per vivere, si concedeva alla plebe l’accesso al consolato. Tale affermazione risulta ancora più importante se si considera che potevano appartenere alla plebe anche stranieri che avevano ottenuto la cittadinanza.

Nel 326 a.C. (o nel 313 a.C.) venne definitivamente abolito il nexum, ossia la schiavitù per debiti, con la Lex Poetelia Papiria. In seguito ad ulteriori scontri tra plebei e patrizi, da cui scaturì nel 287 a.C. la Lex Hortensia, che equiparava i plebiscita alle leges comitiales, nel 286 a.C. fu approvato un plebiscito, la Lex Aquilia, che superò la legislazione delle XII tavole. Essa era composta da tre capitoli:

  1. I capitolo riguardante il damnum derivante dalla perdita di oggetti materiali, compresi gli schiavi.
  2. II capitolo riguardo l’inadempienza dell’adstipulator, ad esempio nel caso in cui riscuota il debito e trattenga per sé la cifra riscossa.
  3. III capitolo sul damnum di azioni come uccidere o rompere, sia di soggetti liberi che di oggetti, schiavi compresi.

I Gracchi

Poiché con le conquiste romane nel Mediterraneo la situazione stava sfuggendo di mano e molti senatori e cavalieri stavano cominciando a creare enormi latifondi (grazie ai terreni rimasti incolti o in rovina che venivano acquistati a prezzi bassi), che restringevano ulteriormente il bacino di reclutamento, il tribuno della plebe Tiberio Sempronio Gracco decise di riformare la distribuzione di terre. Tiberio Gracco, nipote di Scipione (sua madre Cornelia ne era la figlia), ricevette un’eccellente educazione, grazie a migliori insegnanti greci. Combatté in Spagna come questore di Ostilio Mancino, dove cominciò a rendersi conto della situazione di profondo disagio dei legionari. D’altra parte le enormi ricchezze che venivano raccolte dalle continue spedizioni militari non venivano neanche ridistribuiti equamente, andando ad arricchire spesso i comandanti, già più ricchi, che ne traevano ulteriormente vantaggio a scapito dei poveri.

Di fatto poi i nuovi terreni dell’ager publicus, sebbene di dominio pubblico, venivano nella realtà occupati abusivamente dai comandanti, che coincidevano spesso con la categoria dei latifondisti, rendendo vana ogni speranza di nuove terre per i più poveri. Inoltre l’enorme apporto di schiavi che seguiva queste conquiste permetteva ai latifondisti di appropriarsi di manodopera a bassissimo prezzo, rendendo vane anche le speranze di tornare a lavorare come affittuari per i contadini.

Le riforme di Tiberio Gracco

Tiberio venne eletto tribuno della plebe nel 133 a.C. Subito cercò di promulgare una lex agraria da far votare ai comizi, con l’appoggio del pontefice Publio Licinio Crasso Dive Muciano e del console Publio Muzio Scevola. La legge stabiliva che nessuno potesse occupare più di 500 iugeri di ager publicus (circa 125 ettari), più 250 per ogni figlio, per un massimo totale di 1.000. I terreni confiscati sarebbero stati distribuiti in modo che ognuno avesse almeno 30 iugeri.

La legge, non rivoluzionaria, in quanto non poneva limiti all’accumulo e all’estensione della proprietà privata, preveniva più che altro l’occupazione indebita di suolo pubblico. Tuttavia le critiche furono durissime fin da subito: da un lato i grandi proprietari terrieri, dall’altro i coloni italici, che richiedevano di ottenere la cittadinanza romana per beneficiare delle distribuzioni. Gli oppositori cercarono sostegno nel tribuno della plebe Marco Ottavio, che pose il veto sulla questione, facendo revocare perfino Tiberio in quanto secondo lui non agiva nell’interesse della plebe. Tiberio per tutta risposta scrisse una legge ancora più restrittiva, lanciando una lotta dialettica tra i due; Tiberio riuscì a far passare una norma che prevedeva che il senato non avesse potuto discutere altro fino all’approvazione della lex agraria.

Nel clima torrido che si creò, il giorno della votazione si rischiò lo scontro armato; il giorno dopo l’approvazione della legge il concilio della plebe approvò la destituzione di Ottavio, che per poco non venne scannato. In quello stesso anno Attalo III morì e donò il regno di Pergamo a Roma; si ripropose il problema della distribuzione di terre, con Tiberio che chiese la distribuzione tra la plebe. Poiché il suo mandato come tribuno era quasi terminato, ma non il suo progetto politico, Tiberio pensò di ricandidarsi (andando contro la lex Villia del 180 a.C. che lo proibiva esplicitamente) e propose nuove leggi che andavano a minare il potere dei senatori come il diritto di appello contro tutti i magistrati e l’ingresso di cavalieri in senato.

Il giorno della votazione Tiberio fu informato che i suoi detrattori volevano uccidere il console Muzio Scevola a lui favorevole e cominciò a scoppiare il panico, con i partigiani del tribuno che cominciarono a impugnare le armi, atto eversivo in quanto totalmente vietato all’interno di Roma. I nemici di Gracco non persero l’occasione e si precipitarono in senato invocando il tumultus, ossia la resistenza armata contro gli eversori: il pontefice massimo Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione, cugino di Tiberio, si fece portatore della tradizione e guidò la spedizione fino al Campidoglio, dove si trovava il tribuno, che venne ucciso a bastonate. Il suo cadavere fu poi gettato nel Tevere e i suoi sostenitori condannati a morte o esiliati senza processo, mentre la spartizione di terre avvenuta non venne ritirata.

Gaio Gracco

Nel 123 a.C. il fratello di Tiberio, Gaio Sempronio Gracco, venne eletto tribuno della plebe; il suo obiettivo era quello di perseguire gli intenti del defunto fratello. Gaio fu più drastico: le ridistribuzioni dell’ager publicus, nel suo progetto, erano inalienabili. Propose inoltre una riforma giudiziaria, che toglieva ai senatori il controllo dei tribunali, in cui i giudici diventavano per metà cavalieri. Inoltre tramite una lex frumentaria si sarebbe approvvigionato il popolo romano a basso costo.

Nel complesso la riforma di Gaio comprendeva una serie di leggi, leges Semproniae, tra cui la lex Sempronia agraria, la lex de viis muniendis (per i commerci), la lex de tribunis reficiendis (per la rielezione dei tribuni), la rogatio de abactis (si toglieva l’elettorato passivo al tribuno destituito), la lex de provocatione (che vietava di uccidere un cittadino senza processo), la lex frumentaria, la lex iudiciaria (per i processi di cui sopra), la lex de coloniis deducendis (per la deduzione di nuove colonie), la lex de provinciis consularibus (imponeva al senato di stabilire prima della elezioni quali province avrebbero avuto i consoli dopo il loro mandato), la lex militaris (equipaggiamento a carico dello stato), la lex Sempronia de capite civis (vietava la formazione di corti giudiziarie straordinarie), la lex Sempronia de provincia Asia (quest’ultima rendeva i suoi territori ager publicus e dava l’appalto delle tasse ai pubblicani di estrazione equestre). Successivamente Gaio propose di dare anche la cittadinanza agli italici.

L’opposizione fu però fortissima e Gaio non venne rieletto; anzi dovette difendersi dalle accuse di aver detto nuovamente una colonia a Cartagine, atto ritenuto infausto. Il giorno in cui si dovette presentarsi per difendersi scoppiò una rissa; il console Opimio represse la sedizione e Scipione Nasica si vantò pubblicamente di aver ucciso Tiberio, cosa che gli causò il malcontento del popolo, che lo costrinse a fuggire. Gaio si rifugiò sull’Aventino per una resistenza armata; Opimio allora promise l’immunità e Gaio, abbandonato da tutti, si fece uccidere dal suo schiavo Filocrate. Seguì una repressione che portò alla morte di molti partigiani graccani, la loro memoria fu maledetta e alla madre fu proibito di vestirsi a lutto.

La fine della repubblica

Alla fine della repubblica erano rimaste solo quattordici delle originarie 130 gentes. La lex Cassia nel 45-44 a.C. e la lex Sentia diedero rispettivamente a Cesare e Augusto la possibilità di elevare plebei al patriziato, facoltà poi espressa tramite la censura da Claudio, Vespasiano e Tito. Col venir meno della magistratura tale facoltà rimase agli imperatori. Per quanto riguardava le cariche sacerdotali col plebiscito Ogulnio del 300 a.C. i pontefici passarono da 4 a 8, di cui la metà plebei, gli auguri da 4 a 9, 5 dei quali plebei; ma rimasero patrizi il rex sacrorum, i tre principali flamines e salii, interreges, il princeps senatus (con l’impero è l’imperatore a ricoprire quest’ultima carica). Di conseguenza già dalla tarda repubblica i patrizi avevano perso il loro potere politico, ma non il loro prestigio.

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