Privacy Policy L’ascesa al potere di Settimio Severo | STORIE ROMANE

Settimio Severo era nato a Leptis Magna, in Tripolitania. Era il primo imperatore di origine africana; anche se i suoi antenati erano cavalieri e senatori romani, quindi probabilmente notabili del posto. Sembra che fin da piccolo giocasse a fare il giudice, cosa che amava molto. Aveva ricoperto varie cariche del cursus honorum ed era governatore della Pannonia Superiore, senza molta esperienza militare, quando fu acclamato imperatore durante l’anno dei cinque imperatori:

«Quando si diffuse la notizia che Commodo era stato ucciso, e che d’altro canto Giuliano si trovava ad esercitare il potere fra l’ostilità generale, il 13 di agosto [la data è errata, Didio Giuliano è morto il 1 giugno] nei pressi di Carnunto fu acclamato imperatore dalle legioni di Germania, tra le esortazioni di molti che cercavano di vincere la sua ritrosia. Allora egli giunse a distribuire ai soldati una somma di […] sesterzi, quanto nessun principe aveva mai fatto. Poi, consolidata la situazione delle province che lasciava dietro di sé, puntò la sua marcia verso Roma, senza incontrare alcuna resistenza dovunque ebbe a passare, giacché gli eserciti dell’Illirico e della Gallia, sotto la guida dei loro comandanti, avevano già abbracciato la sua causa; era infatti riguardato da tutti come il vendicatore di Pertinace. Nel frattempo su proposta di Giuliano Settimio Severo venne dal senato dichiarato nemico pubblico e furono mandati all’esercito per disposizione del senato dei messi a trasmettere ai soldati l’ordine di defezionare da lui, in nome di quanto il senato stesso aveva decretato. Dal canto suo Severo, quando seppe che i messaggeri erano stati inviati per disposizione unanime del senato, dapprima fu preso da timore, poi, corrotti gli inviati stessi, ottenne che parlassero all’esercito in suo favore e passassero dalla sua parte. Venuto a conoscenza di questi fatti, Giuliano fece promulgare un decreto senatorio per la spartizione dell’impero con Severo, ma non si sa bene se lo abbia fatto in buona fede o tramando un inganno, dal momento che in precedenza aveva già mandato certi individui che avevano fama di aver ucciso dei generali, a sopprimere Severo, così come aveva inviato sicari ad uccidere Pescennio Nigro, il quale pure, acclamato imperatore dagli eserciti di Siria, aveva assunto il potere in opposizione a lui. Ma Severo, sfuggito dalle mani dei sicari inviati da Giuliano ad ucciderlo, mandò ai pretoriani delle lettere con le quali ordinava loro di abbandonare Giuliano o di sopprimerlo, e subito fu ubbidito. Infatti Giuliano fu ucciso nel Palazzo, e Severo venne invitato ad entrare in Roma. E così – cosa che non era mai toccata ad alcuno – Severo si trovò vincitore in virtù di un semplice comando, e si diresse con le truppe verso Roma.»

Historia Augusta, Settimio Severo, 5, 1-11

Guerra civile

Settimio, dipinto dalle fonti come manipolatore, riuscì dunque a far uccidere Didio Giuliano e farsi riconoscere come imperatore dal senato, mentre dava a Clodio Albino, anche lui acclamato imperatore in Britannia, il titolo di Cesare, fingendo che lo avrebbe nominato suo successore. Arrivato a Roma, convocò i pretoriani, e con l’inganno li fece accerchiare e disarmare, mentre i suoi sequestravano le armi rimaste nei Castra Pretoria. Sciolse poi le coorti, per aver venduto il titolo all’asta (ma i 30.000 sesterzi a testa offerti da Didio Giuliano non erano molto lontano dai 20.000 dati da Marco Aurelio Lucio Vero alla loro elezione), riformandole con soldati pannonici a lui fedeli:

«Giunto a Roma, Severo ordinò che i pretoriani gli andassero incontro indossando solo la tunica. E così inermi li convocò presso il palco, dopo aver dislocato tutt’intorno soldati armati. Poi, entrato in Roma, sempre armato e scortato da soldati armati, salì al Campidoglio. Di là, con lo stesso apparato, si recò a Palazzo, preceduto dalle insegne che aveva tolto ai pretoriani, tenute con le punte non erette, ma rivolte verso il basso. Quindi, per tutta la città, i soldati si installarono nei templi, nei portici, nei palazzi del Palatino come se fossero alberghi, e l’ingresso di Severo risultò quindi odioso e spaventevole, ché i soldati facevano razzia di tutto senza pagare, minacciando di mettere a sacco l’intera città. Il giorno successivo si recò in senato, scortato non solo da soldati, ma anche da una schiera di amici armati. In quel consesso diede ragione della sua iniziativa di assumere il potere, e addusse a giustificazione il fatto che Giuliano aveva mandato per farlo uccidere dei sicari noti per aver già ucciso dei generali. Fece inoltre promulgare un decreto senatorio in base al quale non fosse consentito all’imperatore mettere a morte un senatore, senza aver consultato il senato stesso. Ma mentre si trovava ancora nella curia, i soldati tumultuando richiesero al senato diecimila sesterzi a testa, appellandosi all’esempio di quelli che avevano scortato in Roma Ottaviano Augusto, e avevano ricevuto appunto tale somma. E, dopo aver tentato di metterli a tacere senza riuscirvi, Severo poté tuttavia farli ritirare placandoli con la concessione di un donativo. Poi rese all’immagine di Pertinace onori funebri di rango censorio, e lo consacrò dio, decretandogli un flamine e una confraternita di sacerdoti Elviani – quelli che prima erano stati i Marciani. Volle pur egli essere chiamato Pertinace, anche se in seguito decise di deporre questo nome, considerandolo di cattivo augurio. Quindi pagò tutti i debiti degli amici.»

Historia Augusta, Settimio Severo, 6,11 -7,9

Mentre il nuovo prefetto al pretorio Plauziano teneva la città di Roma, e Clodio Albino credeva nella promessa fatta, Settimio Severo si recava in oriente per affrontare Pescennio Nigro, acclamato in Siria e appoggiato anche dai parti. Sembra che Nigro e Severo fossero stati grandi amici quando quest’ultimo era governatore della Gallia Lugdunense, ma ciò non frenò l’imperatore nativo della Tripolitania, che affrontò nuovamente Nigro a Isso, nello stesso luogo dove Alessandro aveva vinto i persiani, che venne sconfitto e morì poco dopo, nel maggio del 194, ad Antiochia:

«Nigro, informato dell’accaduto, avanzò in gran fretta con l’esercito che aveva riunito: numeroso, ma non allenato alle fatiche e al combattimento. Grande massa di uomini, fra cui tutta la gioventú di Antiochia, si era infatti votata a combattere e a rischiare la vita per lui. L’entusiasmo delle truppe, dunque, non gli faceva difetto, ma quanto a vigore e a esperienza l’esercito illirico era di gran lunga superiore. I due eserciti si scontrarono nella pianura bagnata dal golfo d’Isso, che è di grandissima estensione; la circonda una catena di colline a forma di anfiteatro, e dalla parte del mare si estende una larga spiaggia: quasi che la natura abbia voluto preparare uno stadio adatto per un combattimento. Ivi, come si racconta, Dario affrontò Alessandro nell’ultima e piú importante battaglia; fu sconfitto, e preso prigioniero. Cosí anche allora gli uomini venuti dal nord ebbero la meglio sui popoli dell’Oriente. Esiste ancora una città, chiamata Alessandria, elevata sul colle, quasi trofeo destinato a ricordare quella vittoria; ivi è una statua di bronzo, dell’eroe da cui la città prende nome. E non soltanto gli eserciti di Nigro e di Severo si scontrarono nel medesimo luogo; ma la battaglia ebbe anche la medesima conclusione. Infatti essendosi schierati gli uni contro gli altri a tarda sera, passarono tutta la notte vegliando, in preda all’ansia e al timore; all’alba si affrontarono senza indugio, guidati dai condottieri dei due partiti. Considerando quella battaglia come l’ultima e la decisiva, in base alla quale il fato avrebbe scelto l’imperatore, tutti si impegnarono a fondo. Il combattimento fu lungo, e il massacro tanto grande che le correnti dei fiumi, attraversando la pianura, portavano al mare piú sangue che acqua: infine gli orientali piegarono. Gli Illiri, incalzandoli, spinsero in mare, a colpi di spada, una parte dei nemici; inseguirono gli altri fino alle colline, e lí ne fecero strage. Sterminarono anche una grande moltitudine di altri uomini che erano accorsi dalle città e dalle campagne circostanti, per assistere alla battaglia da un luogo ritenuto sicuro. Nigro, montato un cavallo molto veloce, fuggí con pochi uomini, e giunse ad Antiochia. Là incontrò altri superstiti che vi si erano rifugiati, e trovò la città funestata dal lutto di coloro che piangevano i figli e i fratelli. Perduta ogni speranza, lasciò Antiochia, e si nascose in un sobborgo. Scoperto colà dai cavalieri mandati a inseguirlo, fu preso e decapitato.»

Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, III, 4,1 -4,6

Severo ritornò in occidente, accusò Clodio Albino di congiurare contro di lui e affrontò anche lui in battaglia. Pare che Settimio Severo avesse deciso di liberarsi dello scomodo co-imperatore. Inviò delle lettere ad Albino, in cui allegava delle istruzioni per l’impero. Ma i legati avevano il compito di dire che in privato avrebbero detto il resto, con lo scopo segreto di assassinarlo. Albino fiutò il tranello e decise di torturarli, scoprendo il piano di Severo. Albino passò in Gallia e incontrò l’esercito più numeroso di Severo non lontano dalle Alpi. Dopo un durissimo scontro quest’ultimo lo vinse a Lugdunum. Lo scontro finale vide ben 150.000 uomini secondo le fonti, 90.000 per Severo e 60.000 per Albino:⠀

«Da entrambe le parti c’erano centocinquantamila soldati ed erano presenti allo scontro ambedue i comandanti. Albino era superiore per nobiltà e per la formazione ricevuta, mentre il suo rivale prevaleva nella scienza militare e nell’arte di condurre un esercito.»⠀⠀

Cassio Dione, Storia Romana, LXXVI, 6

Dopo due giorni di aspri combattimenti a Lugdunum tra Settimio Severo e Clodio Albino, il 21 febbraio del 197 d.C. il primo ebbe la meglio. Severo, rimasto unico imperatore dopo essersi sbarazzato in precedenza anche di Didio Giuliano e Pescennio Nigro, fece decapitare il corpo di Albino, che si era tolto la vita, passò a cavallo sul suo cadavere e lo fece gettare nel Rodano. La testa venne invece inviata in senato come monito ai senatori che avevano simpatie per Albino. Racconta l’Historia Augusta che Severo fu implacabile coi senatori, facendone uccidere a decine, oltre a Giulio Leto, che aveva guidato parte delle forze di Severo in battaglia e di cui l’imperatore era geloso. Rimasto ormai unico imperatore, decise di attaccare i parti, che avevano appoggiato il suo rivale Pescennio Nigro:

“Quindi, dopo aver dato uno spettacolo gladiatorio e aver distribuito un donativo al popolo, partì per la guerra Partica. Nel frattempo aveva continuato a mettere a morte molte persone, per motivi reali o inventati. I più venivano condannati solo per aver scherzato, altri per aver taciuto, altri per aver pronunciato molti giochi di parole, come: «Ecco un imperatore veramente degno del suo nome, davvero Pertinace, davvero Severo».”

«Quando dunque l’estate volgeva ormai alla fine, invase la Partia, scacciandone il re e giungendo sino a Ctesifonte, che fu da lui presa al principio dell’inverno – ché in quei paesi la stagione invernale è la più adatta per condurre campagne militari – quantunque i soldati, costretti a nutrirsi di radici di erbe, finissero per contrarre varie malattie e disturbi. Per cui, sebbene sia per la resistenza dei Parti sia per le dannose conseguenze dei disturbi intestinali di cui soffrivano i soldati per non essere assuefatti a quel tipo di cibo, non fosse in grado di avanzare ulteriormente, nondimeno persistette nell’impresa, espugnò la città, costrinse il re alla fuga, uccise un gran numero di nemici, guadagnandosi così il titolo di Partico. In seguito a questi fatti i soldati proclamarono il figlio dodicenne Bassiano Antonino – cui in precedenza era già stato conferito il titolo di Cesare – suo collega nell’impero. Diedero il titolo di Cesare anche al figlio minore Geta, attribuendogli, secondo quanto afferma la maggioranza delle fonti, il nome di Antonino.»

Historia Augusta, Settimio Severo, 14,11-13; 16, 1-4

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