Privacy Policy La battaglia di Argentoratum | STORIE ROMANE

Attorno al 350 d.C. la frontiera gallica venne messa in serio pericolo dall’usurpatore Magnenzio che, affrontato da Costanzo II, fece perdere ad entrambe le parti diverse decine di migliaia di soldati romani. Gli alemanni e i franchi ne approfittarono, e ricacciati con fatica, Costanzo II decise di affidare la frontiera al cugino ventitreenne, un certo Giuliano, unico sopravvissuto alla purga seguita la morte di Costantino, forse perché ritenuto innocuo poiché si era sempre dedicato ai suoi amati studi di filosofia ad Atene.

La campagna contro gli alemanni

Il giovane Giuliano, fino ad allora inesperto di cose militari, si ritrovò una frontiera quasi sguarnita da difendere. Alcune città come Colonia e Mogontiacum erano state saccheggiate, e le strade interne del nord-est della Gallia erano infestate da briganti e barbari che assaltavano chiunque. Giuliano poteva contare su solo circa 13.000 soldati, ossia un terzo di quanto disponesse Magnenzio nella battaglia di Mursa Maggiore contro Costanzo II (nella quale persero la vita circa 50.000 uomini tra i due schieramenti).

Giuliano intraprese subito le azioni per contrastare i barbari che imperversavano per la Gallia. La tattica era di intrappolare gli alemanni, spintisi fino a Lugdunum, tra il suo esercito e quello del magister peditum di Costanzo, Barbazione, il quale tuttavia dopo alcune imboscate vittoriose dei romani rifiutò la battaglia e si ritirò negli accampamenti invernali, lasciando Giuliano solo con i suoi soli 13.000 uomini. I due non andavano d’accordo e il comandante di Costanzo aveva cercato il primo pretesto utile per defilarsi.

«Ma il Cesare, dopo aver passato un inverno inquieto a Senones, essendo l’Augusto console per la nona volta ed egli per la seconda, preoccupato per le minacce dei Germani che rumoreggiavano tutt’attorno e spinto da auspici favorevoli, partì in fretta e pieno di coraggio verso Remi. Era ben contento che Severo avesse il comando dell’esercito, soldato né litigioso né arrogante, ma a lui ben noto per la frugalità dimostrata in lunghi anni di servizio militare. Mentre quello avanzava in linea retta, egli lo seguiva come un soldato obbediente segue il comandante. Da un’altra parte Barbazione, che dopo la fine di Silvano era stato promosso alla carica di comandante della fanteria, per ordine di Costanzo giunse dall’Italia a Rauraci con venticinquemila soldati. Si studiò un piano, che fu predisposto in tutti i particolari, per distruggere gli Alamanni, che infierivano più del solito e vagavano in una zona abbastanza ampia, chiudendoli in una morsa per mezzo delle nostre forze combinate e disposte a tenaglia. Ma, mentre si accelerava la realizzazione di questi piani predisposti secondo tutte le regole dell’arte militare, i Leti, popolazione barbara esperta nel compiere scorrerie stagionali, passarono di nascosto attraverso gli accampamenti dei due eserciti ed attaccarono inaspettatamente Lugdunus. Approfittando della sorpresa l’avrebbero saccheggiata ed anche incendiata, se, chiuse le porte, non fossero stati respinti, per cui devastarono quanto si poteva trovare fuori delle mura. Alla notizia di questo disastro il Cesare mandò in fretta tre forti squadroni di cavalleria armati alla leggera e tenne sotto controllo tre strade poiché sapeva che di lì i briganti sarebbero usciti. Né il suo agguato fu inutile. Infatti tutti coloro che uscirono per quei sentieri, furono fatti a pezzi e fu ricuperato intatto l’intero bottino. Riuscirono a salvarsi senza alcun danno soltanto quelli che passarono, senza essere molestati, attraverso le linee di Barbazione, Costoro poterono allontanarsi poiché il tribuno Bainobaude e Valentiniano, il futuro imperatore, assieme agli squadroni di cavalleria ai loro ordini, pur avendone ricevuto l’ordine, furono impediti di sorvegliare la strada, per la quale avevano appreso che i Germani sarebbero ritornati, dal tribuno degli Scutari Cella. Questi prendeva parte alla spedizione come collega di Barbazione. Non contento di questo risultato, il comandante della fanteria, vile e tenace denigratore della gloria di Giuliano, sapendo d’aver agito a danno dello stato romano, — quando ne fu accusato, Cella lo ammise, — ingannò con il suo rapporto Costanzo poiché affermò che questi stessi tribuni erano venuti, con il pretesto di un incarico pubblico, a sobillare i soldati da lui guidati. Per tale ragione furono privati del grado e se ne tornarono a casa come semplici cittadini.»

Ammiano Marcellino, Storie, XVI, 11, 1-8

Lo scontro

La battaglia finale sarebbe giunta ad Argentoratum, l’antica Strasburgo, nel 357: i romani, inferiori di numero, vennero dapprima sopraffatti, ma Giuliano aveva predisposto una seconda linea fatta di truppe d’élite, come i primani, che tennero il campo e trasformarono la battaglia in una carneficina a danno degli alemanni, che non poterono nulla contro la migliore preparazione, armamento e disciplina romana.

«Poiché s’era diffusa la notizia del terrore che vergognosamente aveva colto i Romani, i re degli Alamanni Conodomario, Vestralpo, Urio ed Ursicino assieme a Serapione, Suomario ed Ortario congiunsero tutte le loro forze, ed al suono delle trombe di guerra vennero nei pressi di Argentoratus, ritenendo che il Cesare, per paura del gravissimo pericolo, si fosse ritirato. Egli invece era ancora preso dal pensiero di portare a termine le fortificazioni. La fiducia era accresciuta nei loro animi, già abbastanza presuntuosi, da uno Scutario disertore, il quale, temendo la punizione d’un delitto commesso, era passato dalla loro parte dopo la partenza del suo comandante messo in fuga. Costui li informò che con Giuliano erano rimasti solo tredicimila soldati — infatti tale era il numero dei soldati effettivi — mentre la ferocia dei barbari suscitava dappertutto la frenesia del combattimento. Poiché egli più volte ripeté insistentemente queste dichiarazioni, essi furono spinti a tentare baldanzosamente imprese di maggior importanza, per cui mandarono ambasciatori al Cesare imponendogli imperiosamente che se n’andasse dai territori che avevano occupato con il proprio valore e con le proprie armi. Egli, che ignorava che cosa fosse la paura, senza lasciarsi prendere dall’ira o dal dolore, derise la presunzione dei barbari e trattenne presso di sé gli ambasciatori sino al termine dei lavori di fortificazione né si scostò dalla linea di fermezza che aveva assunto. Sconvolgeva e metteva sottosopra ogni cosa, aggirandosi dappertutto senz’alcun freno, il re Conodomario, il quale era il primo nell’osare imprese pericolose e andava a testa alta reso superbo dai frequenti successi. Aveva vinto in battaglia campale Decenzio Cesare ed aveva distrutto e devastato molte e ricche città e, siccome nessuno per lungo tempo gli si opponeva, liberamente aveva fatto incursioni per le Gallie. Ad accrescerne la baldanza era sopravvenuta di recente anche la fuga di Barbazione, superiore per forze e numero di soldati. Infatti gli Alamanni, osservando i fregi degli scudi, comprendevano che avevano ceduto a pochi briganti, appartenenti alla loro stirpe, proprio quei soldati per il cui timore più volte essi erano fuggiti disperdendosi con notevoli perdite prima ancora di venire a battaglia. Questa situazione era motivo di preoccupazione e perplessità per Giuliano, poiché, spinto dalla necessità, sebbene si fosse allontanato chi avrebbe dovuto condividere con lui il pericolo, era costretto ad affrontare con pochi soldati, per quanto valorosi, popolazioni così numerose. Mentre splendevano ormai i raggi del sole, al suono delle trombe di guerra, le fanterie uscivano a lento passo dagli accampamenti ed ai loro fianchi si univano gli squadroni di cavalleria con i corazzieri e gli arcieri, i quali costituivano una terribile specialità militare. Poiché dal punto di partenza dei reparti romani sino alla trincea dei barbari correvano quattordici leghe, corrispondenti a ventun miglia, il Cesare, per tutelare la sicurezza e gli interessi dei suoi, richiamò i soldati d’avanguardia che già s’erano spinti avanti e, dopo aver ordinato il silenzio con i comandi usuali, parlò alle truppe, schierate tutt’attorno in forma di cuneo, con l’innata mitezza di linguaggio: «La necessità di provvedere alla comune salvezza, per dirla in breve, costringe me, Cesare, che sono tutt’altro che pusillanime, ad esortarvi ed a pregarvi, miei commilitoni, di scegliere, fiduciosi nel vostro maturo e vigoroso valore, una via più sicura, anziché quella più pronta, ma anche più incerta, onde far fronte o respingere i pericoli incombenti. […] Ormai s’avvicina mezzogiorno e siamo stanchi della marcia; ci aspettano sentieri sassosi ed insidiosi, una notte non illuminata dalle stelle e con la luna calante, paesi bruciati dal caldo e privi del ristoro dell’acqua. […] Alle prime luci, sia detto con buona pace di Dio, muoveremo le aquile e le insegne vittoriose per portarle al trionfo». Senza neanche aspettare la fine del discorso, digrignando i denti ed esprimendo il loro desiderio di combattere percuotendo gli scudi con le lance, supplicavano che si permettesse loro di attaccare il nemico ormai in vista, poiché erano fiduciosi nell’aiuto della divinità, nelle proprie forze e nel valore già provato di un comandante fortunato. E, come dimostrò l’esito del combattimento, un genio benefico, nei limiti in cui li poté aiutare, li spingeva con la propria presenza a combattere. […] Nei nostri inoltre la fiducia si accrebbe per una duplice considerazione. Ricordavano che nell’anno da poco trascorso i Romani, durante le loro scorrerie al di là del Reno, non avevano incontrato nessuno che difendesse le proprie case né osasse opporsi a loro, poiché i barbari, bloccando da ogni parte i sentieri con numerose barricate d’alberi, nel cuore dell’inverno s’erano allontanati ed avevano condotto un’esistenza miserrima. Ricordavano pure che, quando l’imperatore era penetrato nelle loro regioni, non avevano osato resistere né farsi vivi, ma supplicando avevano ottenuto la pace. […] Immediatamente anche il popolo di Vadomario, contro la sua volontà, com’egli dichiarava, si unì alle schiere dei barbari che volevano la guerra. Poiché dunque tutti erano d’accordo, dal semplice soldato ai più alti ufficiali, sull’opportunità di attaccare subito battaglia, mentre gli animi rimanevano tesi, improvvisamente un alfiere esclamò: «Va’, Cesare, tu che sei il più felice dei mortali, dove la sorte favorevole ti conduce; finalmente per merito tuo sentiamo presenti nell’esercito il valore e la prudenza. Aprendo la marcia come un comandante fortunato e forte, vedrai ciò che con le loro forze, alfine risvegliate, i soldati compiranno al cospetto d’un bellicoso generale e di un testimonio diretto delle loro imprese, purché gli dèi ci assistano». A queste parole senz’alcun indugio l’esercito avanzò e giunse nei pressi di un colle poco elevato, coperto di messi ormai mature e non molto distante dalle rive del Reno. Dalla sua sommità sbucarono tre esploratori nemici a cavallo e di corsa si diressero verso i loro compagni per annunziare immediatamente l’arrivo dei Romani. Uno però, che era a piedi e non li aveva potuti seguire, fu preso grazie all’agilità dei nostri e rivelò che i Germani avevano passato il fiume per tre giorni e tre notti consecutive. Allorché i nostri capi li videro schierati a forma di cunei, si fermarono costituendo una solida linea simile ad un muro indistruttibile, composta dagli antepilani, dagli astati e dagli ordinum primi. Pure i nemici si fermarono con uguale prudenza conservando lo schieramento a cuneo. Poiché i nostri videro che, secondo le indicazioni del predetto disertore, tutta la cavalleria s’era schierata di fronte a loro a destra, concentrarono sul fianco sinistro, in file serrate, tutto ciò che rappresentava la loro superiorità in fatto di truppe a cavallo. Vi aggiunsero in ordine sparso, certamente per motivi di sicurezza, volteggiatori e fanti armati alla leggera. Si rendevano conto che un combattente a cavallo, per quanto esperto, venuto a battaglia con un nostro corazziere non gli può arrecare danno, dato che quest’ultimo è completamente coperto di piastre di ferro, mentre egli deve reggere i freni e lo scudo e vibrare l’asta con una sola mano. Invece un fante, nel vortice del pericolo, allorché non si presta di solito attenzione se non a ciò che s’incontra, strisciando senza dar nell’occhio agli altri, può ferire il fianco di un cavallo, abbattere un cavaliere disattento ed ucciderlo poi con lieve fatica. Dopo aver schierato in tal modo le truppe, rafforzarono il fianco destro con ben celate insidie. Tutti quei popoli bellicosi e feroci erano agli ordini di Conodomario e di Serapione, i quali per autorità erano superiori agli altri re. Il primo, che scelleratamente aveva provocato tutta la tempesta, aveva sul capo una crocchia color fiamma e, audace e fiducioso nell’enorme forza delle braccia, comandava il fianco sinistro, dove si riteneva che la battaglia avrebbe divampato con particolare violenza. […] Il fianco destro era comandato invece da Serapione, giovane con le guance coperte ancora dalla prima peluria, ma superiore per energia alla sua età. Era figlio di Mederico, fratello di Conodomario, uomo sleale quant’altri mai nel corso di tutta la vita. Portava questo nome perché suo padre, tenuto in ostaggio per lunghi anni in Gallia ed iniziato a certi culti misterici dei Greci, gli aveva mutato in Serapione il nome originario di Agenarico. Costoro erano seguiti da cinque re, che godevano di un’autorità di poco inferiore alla loro, da dieci prìncipi di stirpe reale e da un gran numero di nobili. Avevano ai loro ordini trentacinquemila soldati appartenenti a varie stirpi, in parte mercenari, in parte arruolatisi in base ad accordi di reciproco aiuto. Ormai le trombe suonavano tremende melodie di guerra, quando il generale romano Severo, che comandava il fianco sinistro, si fermò impavido presso le trincee piene di soldati, dai cui nascondigli, secondo gli ordini, questi sarebbero dovuti balzare improvvisamente per provocare lo scompiglio tutt’attorno. Poiché sospettava che i nemici tendessero agguati, non osò né retrocedere né farsi avanti. A questa vista il Cesare, a cui non veniva meno il coraggio di fronte ai più grandi pericoli, circondato da duecento cavalieri, come richiedeva la gravità della situazione, esortava la fanteria a muoversi velocemente in ordine sparso. Siccome non poteva rivolgere la parola a tutti assieme a causa dell’ampia estensione dello schieramento e del gran numero di soldati raccolti (d’altra parte cercava di non attirarsi una maggiore invidia perché non sembrasse che si fosse attribuito quella che era una prerogativa del solo Augusto), muovendosi velocemente in mezzo ai dardi nemici senza preoccuparsi della propria sicurezza, esortava con queste parole e con altre analoghe sia quelli che conosceva che gli sconosciuti. «È ormai giunto, — diceva — o compagni, il momento adatto per combattere, da tempo desiderato sia da me che da voi e che voi invocavate poc’anzi quando chiedevate tumultuosamente le armi». Così pure, allorché giunse ad altri soldati schierati dietro le insegne nelle retroguardie: «Eccovi, — disse — o commilitoni, il giorno da lungo atteso, che ci spinge a lavare le antiche macchie per ridare alla maestà romana la gloria che le è propria. Eccovi i barbari che la rabbia ed uno sfrenato furore spinse ad andare incontro alla propria rovina, gente che noi dobbiamo schiacciare con le nostre forze». Rinfrancava poi quelli che, abili per lunga esperienza militare, venivano da lui schierati in modo più adatto, con quest’esortazione: «Orsù, soldati valorosi, respingiamo con il debito coraggio le ingiurie lanciate contro di noi, a causa delle quali, sia pur contro voglia, ho assunto il titolo di Cesare». A quanti poi chiedevano temerariamente il segnale per ingaggiare il combattimento, e che, secondo le sue previsioni, avrebbero disobbedito agli ordini per indisciplina, diceva: «Non diminuite la gloria della futura vittoria inseguendo con troppo ardore i nemici che debbono essere volti in fuga, e non cedete terreno se non costretti dall’estrema necessità. Giacché certamente abbandonerò quelli che fuggiranno, mentre invece, senz’essere visto, sarò vicino a coloro i quali colpiranno alle spalle i nemici, purché lo facciano con prudenza e con misura». Con questi discorsi ed altri analoghi, che spesso ripeteva, schierò gran parte dell’esercito di fronte alla prima linea dei barbari. Improvvisamente da parte della fanteria alamanna si levò un vocìo confuso misto a grida di sdegno. Gridavano ad una voce che i prìncipi dovevano scendere dai cavalli e schierarsi con loro affinché, in caso di sconfitta, non avessero la possibilità di fuggire facilmente abbandonando la disgraziata massa dei combattenti. Conodomario, informato di ciò, balzò subito da cavallo e gli altri capi senz’alcun indugio lo imitarono. Infatti nessuno fra loro nutriva il minimo dubbio sulla vittoria. Diedero dunque entrambe le parti il segnale tradizionale di battaglia con le trombe di bronzo e gli schieramenti opposti si scontrarono con violenza. Per un po’ di tempo si gettarono giavellotti ed i Germani si lanciarono con più rapidità che prudenza contro gli squadroni della nostra cavalleria, scagliando dardi con le destre. Inferociti più del solito digrignavano spaventosamente i denti e le chiome sciolte si drizzavano loro sul capo, mentre negli occhi lampeggiava uno strano furore. Però li terrorizzava la fermezza dei nostri soldati che si proteggevano la testa con gli scudi e sguainavano le spade o brandivano dardi apportatori di morte. Allorché nel momento più critico della battaglia la cavalleria serrò energicamente le sue file e la fanteria consolidò i fianchi, formando nello stesso tempo un muro di scudi sulla prima linea, si levarono dense nuvole di polvere. Seguirono vari movimenti ed i nostri alle volte resistevano ed alle volte cedevano. Alcuni espertissimi soldati barbari, appoggiandosi sulle ginocchia, cercavano di respingere il nemico, ma con estrema risolutezza le destre si scontravano fra loro e le sporgenze degli scudi cozzavano mentre il cielo risuonava delle grida di gioia e delle urla dei caduti. Mentre il fianco sinistro, che avanzava a file compatte, aveva respinto energicamente parecchie schiere di Germani all’attacco e marciava gridando contro i barbari, la nostra cavalleria, schierata sul lato destro, si ritirò inaspettatamente in disordine. I cavalieri delle prime file cozzavano in fuga contro quelli delle ultime, finché, trovata protezione in mezzo alle legioni, si fermarono e rinnovarono il combattimento. Tutto ciò accadde perché, mentre si riordinava lo schieramento, i corazzieri, alla vista del loro comandante lievemente ferito e di un commilitone che penzolava sul collo del cavallo, sebbene si muovessero con difficoltà per l’armatura pesante, si sbandarono in varie direzioni. Anzi calpestando i fanti avrebbero portato lo scompiglio dappertutto, se questi con le loro formazioni chiuse e compatte non fossero rimasti fermi sulle loro posizioni. Perciò il Cesare, accortosi da lontano che i cavalieri non cercavano che una fuga sicura, a briglie sciolte si precipitò verso di loro e li arrestò come una diga. Allorché lo riconobbe dallo stendardo di porpora che garriva sulla sommità di un’asta più alta delle solite e su cui era rappresentato un drago che mostrava, per così dire, le spoglie della vecchiezza, il tribuno d’uno squadrone si fermò e, pallido per la paura, ritornò a riprendere il combattimento. Come suole accadere nei momenti d’incertezza, il Cesare li rimproverò con un tono benevolo: «Dove ci ritiriamo, — disse — soldati valorosissimi? Non sapete forse che la fuga, per mezzo della quale mai nessuno si è salvato, è prova della stoltezza di un vano tentativo? Ritorniamo dai nostri per essere almeno partecipi della gloria, se li abbiamo abbandonati imprudentemente mentre essi combattono per la patria». Con queste parole piene di tatto li riportò tutti al combattimento, imitando, con le debite differenze, l’antico Silla. Costui, sfinito dalla violenza della battaglia in campo aperto contro Archelao, generale di Mitridate, ed abbandonato da tutti i soldati, accorse in prima linea e, preso un vessillo, lo gettò fra i nemici dicendo: «Andatevene, voi che ho scelto come compagni dei pericoli, ed a coloro che vi chiederanno dove è rimasto il vostro comandante, rispondete senza mentire: “A combattere solo in Beozia ed a versare il proprio sangue per tutti noi”». Quindi gli Alamanni, dopo aver respinto e disperso la nostra cavalleria, attaccarono la prima linea dei fanti, decisi a metterli in fuga senza che tentassero di resistere. Ma, allorché si cominciò a lottare corpo a corpo, per lungo tempo l’impegno fu pari da entrambe le parti. Infatti i Cornuti ed i Bracchiati, resi esperti da continui combattimenti, oltre a spaventare gli avversari con il loro comportamento, lanciarono anche un altissimo grido di guerra. È da principio un tenue mormorio che si leva nell’ardore del combattimento, ma prende a poco a poco maggior consistenza e s’innalza come i flutti che s’infrangono sulle scogliere. Di poi, per il gran numero di dardi i quali volavano sibilando da tutte le parti, si sollevò una nube di polvere che, muovendosi continuamente, toglieva la vista e faceva urtare vicendevolmente le armi e i corpi. Ma i barbari, in preda al disordine per l’ira e la violenza, arsero come fiamme e con continui colpi di spada tentavano di spezzare la muraglia di scudi che, come una testuggine, proteggeva i nostri. A questa notizia i Batavi assieme ai Reges vennero di corsa in aiuto ai loro commilitoni. Era questa una schiera che incuteva terrore, destinata a liberare, purché la sorte fosse stata propizia, dall’estremo pericolo quanti fossero circondati. Mentre le trombe facevano sentire il loro cupo suono di guerra, si combatteva con tutte le forze. Ma gli Alamanni, che iniziano le guerre con entusiasmo, facevano ogni sforzo, come spinti dal furore, per distruggere tutto ciò che a loro si opponeva. Tuttavia continuavano a volare dardi e giavellotti, si lanciavano frecce dalla punta di ferro, sebbene nella lotta corpo a corpo anche le spade si urtassero e le corazze venissero squarciate; anche i feriti, prima di versare l’ultima goccia di sangue, si sollevavano coraggiosamente da terra per compiere atti d’audacia. In certo qual modo si scontrarono soldati pari di forze, da un lato gli Alamanni robusti e più alti di statura, dall’altro i nostri soldati resi disciplinati dal lungo servizio militare; gli uni feroci ed impetuosi, gli altri calmi e prudenti; questi riponevano fiducia nel coraggio, quelli nella forza dei loro corpi. Tuttavia i Romani, pur costretti alcune volte a ritirarsi per l’incalzare delle forze nemiche, si riprendevano, mentre i barbari, rilassando le ginocchia e poi facendovi forza, si accovacciavano piegando il garetto sinistro ed in questa posizione continuavano a provocare il nemico, il che è prova d’estrema ostinazione. E così improvvisamente balzò, fuor di sé dal furore, un gruppo di nobili alamanni, fra i quali si notavano anche dei re, e, seguiti da una moltitudine di soldati, attaccarono i nostri. Si aprirono la strada sino alla legione dei Primani, sita nel centro dello schieramento, — questo ordinamento si chiama campo pretorio — dove i soldati in schiere più fitte e più numerosi, saldi come torri, rinnovarono il combattimento con maggior coraggio. Intenti a difendersi dai colpi degli avversari, si proteggevano come i mirmilloni e ferivano con le spade sguainate i fianchi che i nemici, in preda al furore, lasciavano scoperti. Ma costoro, che a gara sacrificavano la vita per conseguire la vittoria, cercavano di spezzare la saldezza delle nostre linee. Tuttavia, a causa delle continue perdite inflitte loro dai Romani, i quali avevano ormai ripreso coraggio, forze fresche dei barbari prendevano il posto dei caduti, ma in séguito ai loro continui lamenti rimanevano come istupidite per la paura. Infine, stanchi per tante sciagure, l’un dopo l’altro desideravano unicamente fuggire e s’allontanavano in diverse direzioni. Così i marinai ed i viaggiatori anelano a metter piede sulla terraferma lungi dai flutti del mare in tempesta, dove il vento li ha trascinati. Chiunque abbia assistito ad un simile frangente, ammetterà che si tratta più d’un desiderio che d’una speranza. Era dalla nostra parte il favore della divinità a noi propizia ed i soldati, che colpivano le spalle dei nemici in fuga, poiché alle volte s’erano curvate le spade, rimanevano privi delle armi, per cui le strappavano ai barbari e le immergevano nelle loro viscere. Né alcuno degli inseguitori saziò la propria ira con il sangue, né stancò la destra con un’immensa strage, né si ritirò preso da pietà per i supplici. Così moltissimi giacevano colpiti a morte ed invocavano come rimedio una rapida fine. Altri invece, ormai vicini alla morte e sentendosi venir meno, cercavano con gli occhi, che si spegnevano, la luce. Ad alcuni le teste, tagliate da dardi grossi come travi, penzolavano attaccate alla gola; altri infine scivolavano sul fangoso e lubrico terreno nel sangue dei propri compagni, e, sebbene non avessero ricevuto alcuna ferita, finivano sepolti sotto i cumuli di quanti cadevano sopra di loro. Poiché la battaglia si concludeva con tanto successo e le nostre truppe vittoriose incalzavano i nemici con maggior impeto, a causa dei colpi incessanti si spuntavano le spade, ed elmi splendenti e scudi rotolavano per terra. Infine i barbari, sotto l’incalzare dell’estremo pericolo, poiché non potevano fuggire a causa degli alti cumuli di cadaveri, cercarono l’estrema via di scampo nel fiume che sfiorava ormai le loro spalle. Siccome i nostri instancabili soldati, correndo velocemente sebbene completamente armati, non davan tregua ai fuggitivi, alcuni fra questi, nella speranza di poter loro sfuggire grazie all’abilità nel nuoto, affidarono la vita ai flutti. Perciò il Cesare, che prevedeva con prontezza d’intuito quanto stava per accadere, assieme ai tribuni ed agli altri comandanti, con la minaccia di punizioni proibiva ai soldati, che inseguivano il nemico con troppo accanimento, di gettarsi nei vortici del fiume. Si notò quindi che, fermatisi sulle rive, trafiggevano i Germani con dardi di vario genere. Quelli fra costoro che, nuotando velocemente, riuscivano ad evitar la morte, erano trascinati sotto la spinta stessa del corpo nel fondo del fiume. E come sulla scena di un teatro, sui cui sipari si vedono molte e meravigliose immagini, così anche allora si potevano senz’alcun timore vedere alcuni i quali non sapevano nuotare e si aggrappavano a quelli che ne erano pratici. Altri, abbandonati dai più esperti, galleggiavano come tronchi, altri infine, come se anche l’impeto del fiume lottasse, soverchiati dalla corrente venivano inghiottiti dai flutti. Alcuni, trasportati dagli scudi, evitando la massa impetuosa delle onde con frequenti cambiamenti di direzione, giunsero dopo molti rischi alla riva opposta. Infine il letto del fiume, che aveva cambiato colore e spumeggiava di sangue barbarico, si stupiva dell’insolito aumento dei flutti. Nel frattempo il re Conodomario, trovata una via di scampo, fuggì con pochi compagni tra le cataste di cadaveri e si diresse a gran velocità verso l’accampamento da lui posto coraggiosamente nei pressi delle fortezze romane di Tribunci e Concordia. Si proponeva di imbarcarsi sulle navi, che da tempo aveva fatto allestire per ogni evenienza, e di allontanarsi in luoghi nascosti. Poiché non poteva giungere nei suoi territori che attraversando il Reno, si coprì il volto per non essere riconosciuto e si ritirò lentamente. Era ormai vicino alle rive e, per attraversare il fiume, costeggiava tutt’attorno una palude di acque stagnanti, quando, a causa del terreno molle e vischioso, cadde da cavallo. Riuscì però subito, sebbene pesante nei movimenti a causa dell’obesità, a trovar rifugio su un colle vicino. Ma fu riconosciuto — né del resto, tradito dallo splendore della condizione precendente, avrebbe potuto sfuggire — da una coorte con un tribuno che subito l’inseguì correndo affannosamente. Circondarono l’altura boscosa e con prudenza l’assediavano, poiché non volevano aprirsi la via con la forza, per paura di cadere in qualche agguato teso in mezzo ai rami ombrosi. A questa vista il re, preso da terrore, si arrese spontaneamente ed uscì solo dal nascondiglio. I suoi compagni, in numero di duecento, e tre intimi amici, i quali ritenevano vergognoso sopravvivere al re o non morire per lui, se questo fosse il destino, si consegnarono prigionieri. Poiché per natura i barbari sono vili nelle avversità e ben diversi quando la fortuna è loro favorevole, Conodomario era trascinato come un servo della volontà altrui, pallido e muto, poiché la coscienza delle colpe gli serrava la bocca, né in lui si riconosceva per nulla quel re che, dopo aver sparso il terrore con la ferocia e le sciagure, aveva calpestato le ceneri delle Gallie e lanciato molte e crudeli minacce. Conclusa in tal modo la battaglia con il favore della divinità suprema, dato che la giornata volgeva ormai al termine, al suono delle trombe furono richiamati i soldati, che avrebbero voluto continuare il combattimento. Si accamparono lungo le rive del Reno e, cinti da molte file di scudi, mangiavano e dormivano. Caddero in questa battaglia duecentoquarantatré Romani e quattro alti ufficiali. Bainobaude, tribuno dei Cornuti, Laipsone ed Innocenzo, comandante dei corazzieri, ed un tribuno soprannumerario di cui non mi sovviene il nome. Degli Alamanni furono contati seimila cadaveri che giacevano sul campo di battaglia, mentre innumerevoli cataste di morti erano trasportate dalla corrente del fiume. Allora Giuliano, poiché era superiore alla carica che ricopriva e più potente per i meriti che per autorità, fu proclamato Augusto dalla volontà unanime dell’esercito. Egli però rimproverava i soldati per la sfrontatezza del loro comportamento e giurava di non sperare né di voler conseguire quella carica. Per accrescere la gioia del successo, presentò Conodomario all’assemblea dei soldati e poi comandò che fosse condotto alla sua presenza. Il re dapprima stette con il capo chino, quindi si prostrò in atteggiamento supplichevole e nella sua lingua natìa chiese venia. Gli fu risposto di star di buon animo. Pochi giorni dopo fu condotto alla corte imperiale e di lì mandato a Roma. Ivi nei Castra Peregrina, siti sul Celio, morì di vecchiezza.

Ammiano Marcellino, XVI, 1-66

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