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Durante i primi anni della seconda guerra punica, iniziata del 218 a.C., Annibale aveva inflitto ripetute sconfitte ai romani: sulla Trebbia, al Trasimeno, a Canne. Dopo tre anni di disfatte, culminate col disastro di Canne, i romani avevano assunto un atteggiamento attendista, evitando lo scontro diretto con Annibale. Ma, al tempo stesso, diversi alleati di Roma erano passati dalla parte dei cartaginesi, come Capua.

« Non vi fu un altro momento della guerra nel quale Cartaginesi e Romani […] si trovarono maggiormente in dubbio tra speranza e timore. Infatti, da parte dei Romani, nelle province, da un lato in seguito alle sconfitte in Spagna, dall’altro per l’esito delle operazioni in Sicilia (212-211 a.C.), vi fu un alternarsi di gioie e dolori. In Italia, la perdita di Taranto generò danno e paura, ma l’aver conservato il presidio nella fortezza contro ogni speranza, generò grande soddisfazione (212 a.C.). L’improvviso sgomento ed il terrore che Roma fosse assediata ed assalita, dopo pochi giorni svanì per far posto alla gioia per la resa di Capua (211 a.C.). Anche la guerra d’oltre mare era come in pari tra le parti […]: [se da una parte] Filippo divenne nemico di Roma in un momento tutt’altro che favorevole (215 a.C.), nuovi alleati erano accolti, come gli Etoli ed Attalo, re dell’Asia, quasi che la fortuna già promettesse ai Romani l’impero d’oriente. Anche da parte dei Cartaginesi si contrapponeva alla perdita di Capua, la presa di Taranto e, se era motivo per loro di gloria l’essere giunti fin sotto le mura di Roma senza che nessuno li fermasse, sentivano d’altro canto il rammarico dell’impresa vana e la vergogna che, mentre si trovavano sotto le mura di Roma, da un’altra porta un esercito romano si incamminava per la Spagna. La stessa Spagna, quando i Cartaginesi avevano sperato di portarvi a termine la guerra e cacciare i Romani dopo aver distrutto due grandi generali (Publio e Gneo Scipione) e i loro eserciti, […] la loro vittoria era stata resa inutile da un generale improvvisato, Lucio Marcio. E così, grazie all’azione equilibratrice della fortuna, da entrambe le parti restavano intatte le speranze ed il timore, come se da quel preciso momento dovesse incominciare per la prima volta l’intera guerra. »

T. Livio, Ab Urbe Condita Libri XXVI, 37

I romani, invece di attaccare direttamente Annibale, avevano da un lato marciato verso la Spagna per cacciare i cartaginesi dalla penisola iberica, dall’altra si dedicavano a sottomettere i ribelli in Italia e a stringere nuove alleanze. Psicologicamente per Annibale la situazione doveva essere devastante: avere la vittoria a portata di mano e non poterla cogliere, e al contempo continuare ad essere attaccato su tutti i fronti, tranne quello che desiderava maggiormente (la battaglia campale).

In questo contesto il console Marco Claudio Marcello, già conquistatore di Siracusa, e il proconsole Gneo Fulvio Centumalo, avevano marciato nel 210 a.C. a sud verso il Sannio, l’Apulia, la Lucania e la città di Erdonea, riprendendo diverse città controllate dai cartaginesi e placando ogni istinto di ribellione sannitica.

Esercito romano III-II secolo a.C.

Annibale assalì Gneo Fulvio, accampato nei pressi di Erdonea che assediava; i cartaginesi vinsero la battaglia, molti romani caddero, tra cui lo stesso proconsole, mentre i restanti fuggirono. Annibale, presa la città, trasferì gli abitanti a Metaponto e Turii, uccise i capi, minacciando di destinare la stessa sorte a chiunque si fosse schierato con Roma.

Marcello marciò dunque verso Annibale, ponendo il campo nella piana di Numistro, di fronte ad Annibale che invece si trovava su un colle. Per dimostrare di non temere il cartaginese Marcello condusse fuori dal campo l’esercito e Annibale diede battaglia: tuttavia l’esito fu un sostanziale pareggio.

Secondo Livio il combattimento iniziò di prima mattina. In prima linea per i romani c’era la I legione e l’ala sociorum destra. La III legione e l’ala sociorum sinistra diedero supporto durante la battaglia. I cartaginesi avevano elefanti, fanteria ispanica e frombolieri delle baleari. I due schieramenti combatterono tutto il giorno, finché non calò la notte.

Il giorno seguente non ci furono scontri; i romani seppellirono i morti. Durante la notte Annibale si allontanò, in silenzio, per distanziarsi dai romani. Marcello lo seguì e lo raggiunse presso Venosa. Romani e cartaginesi ebbero qualche scaramuccia, poi continuarono a inseguirsi, con il cartaginese che si muoveva di notte e i romani che inseguivano di giorno dopo aver sondato il terreno.

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