Privacy Policy Dal Principato al Dominato | STORIE ROMANE

«Sebbene il popolo gli offrisse con grande insistenza la dittatura, egli, piegato in ginocchio, tiratasi giù dalle spalle la toga e denudatosi il petto, supplicò di non addossargliela. Respinse sempre con orrore, come un insulto infamante, l’appellativo di padrone. Una volta, mentre egli assisteva allo spettacolo, poiché in un mimo era stata recitata l’espressione: O giusto e buon padrone! tutti quanti, come se fossero pienamente d’accordo che il verso si riferisse a lui, applaudirono esultanti; Augusto prima frenò quelle indecorose adulazioni con la mano e con il volto, poi, l’indomani, le redarguì con un durissimo comunicato. Da allora non tollerò di essere chiamato padrone nemmeno dai suoi figli o nipoti, né sul serio né per gioco, e vietò simili piaggerìe anche tra loro stessi.»

SVETONIO, AUGUSTO, 52-53

Rimasto solo, Ottaviano rimise tutti i poteri, ritornando formalmente ad essere un privato cittadino. Dal 30 al 23 a.C. ricoprì ininterrottamente il consolato, motivo per cui i senatori decisero, dopo il suo rifiuto a prendere il consolato o la dittatura perpetua, di trovare una soluzione. Nel 27 a.C. il senato gli attribuì il titolo di Augustus. Sommati a una serie di poteri straordinari (l’imperium proconsulare maius, ossia il comando militare assoluto, il titolo di princeps senatus, la possibilità di parlare per primo in senato), ottenne sostanzialmente il potere assoluto sebbene da privato cittadino (anche se gli veniva dato quasi annualmente il consolato). Nel 23 a.C. ricevette l’ultimo potere che legittimava la sua “superiorità”: una tribunicia potestas a vita, che gli permetteva di essere sacro e inviolabile come i tribuni della plebe e gli concedeva la possibilità di porre il veto a qualunque azione del senato. Inoltre, alla morte di Lepido assunse il titolo di pontefice massimo, in modo da essere la massima autorità religiosa. Infine nel 2 a.C. ottenne il titolo di pater patriae.

“Due volte Augusto pensò di restaurare la repubblica: una prima volta sùbito dopo fiaccato Antonio, ricordando che da questo gli era stato ripetutamente rinfacciato che dipendeva proprio da lui il fatto che essa non fosse restaurata; poi, di nuovo, perché stanco di una lunga malattia. In questa occasione, anzi, convocate le autorità e il Senato in casa sua, consegnò loro un rendiconto finanziario dell’impero. Ma, considerando che come privato cittadino egli sarebbe stato sempre in pericolo, e che era rischioso affidare lo Stato all’arbitrio di più persone, continuò a tenerlo in pugno lui. Non si sa se con migliore risultato o con migliore intenzione. Questa intenzione egli non solo la sbandierò di tanto in tanto, ma una volta giunse a proclamarla in un comunicato ufficiale: «Vorrei proprio che mi fosse possibile rimettere al suo posto sana ed indenne la repubblica, e godere il frutto che io cerco di questa restaurazione, di essere detto cioè fondatore di un ottimo Stato, e di portare con me, morendo, la speranza che rimangano salde le fondamenta dello Stato, quali io avrò gettato». Ed egli stesso fu realizzatore del suo voto, sforzandosi in ogni modo a che nessuno avesse a dolersi della nuova situazione. La città non era adorna in proporzione della sua maestà, ed era esposta a inondazioni e ad incendi: ebbene, egli la abbellì a tal punto che giustamente si potè gloriare di lasciarla di marmo, mentre l’aveva ricevuta di mattoni. E, per quanto una mente umana poteva prevedere, la rese sicura anche per l’avvenire.”

SVETONIO, AUGUSTO, 28

È innegabile che l’opera politica di Ottaviano si configuri come un tentativo, all’apparenza, di preservare le istituzioni e i mores repubblicani. Tuttavia nella pratica il princeps accettò e accentuò l’accentramento dei poteri (l’imperium proconsulare maius, la tribunicia potestas, il pontificato massimo etc.), rifiutando il consolato a vita e la dittatura ma di fatto tenendo i poteri di un dittatore. Tiberio, suo successore, accetterà malvolentieri il potere, nonostante quanto ci dicano gli storici filosenatori a lui avversi, ma nei fatti non poté fare altro che accettare la nuova forma statale, necessaria ad amministrare un impero sviluppato su tre continenti e che altrimenti avrebbe condotto – in quel periodo storico – a nuove guerre civili.⠀

Dal Princeps al Dominus

Dopo gli ultimi anni di Domiziano (81-96), in cui prevalse il suo assolutismo e despotismo, il senato – complice nell’assassinio del principe – decise di affidare l’impero a un anziano membro dell’assemblea, Marco Cocceio Nerva, instaurando un periodo d’oro per Roma, il II secolo d.C., caratterizzato dal principio dell’adozione e da cinque buoni imperatori, tra il 96 e 180 d.C. Quando Marco Aurelio morì, il 17 marzo del 180, Commodo aveva appena diciott’anni; nonostante l’Historia Augusta si mostri risoluta nel mostrarlo come un depravato dedito solo ai piaceri, Erodiano invece mostra come Marco Aurelio fosse titubante nel dare il potere al figlio, che semplicemente non era pronto per il suo compito. Il padre non se la sentì di non confermare il figlio come successore.

Commodo cominciò a passare sempre più tempo nel Colosseo, fino a voler scendere lui stesso nell’arena, azione considerata infamissima, in quanto chi vi partecipava era solitamente uno schiavo. Non solo, partecipava ai combattimenti travestito da Ercole, con una clava e una pelle di leone. L’imperatore era ormai impazzito e, racconta Cassio Dione, in un’occasione decapitò uno struzzo e procedette verso i senatori seduti con la sua testa in una mano e il gladio nell’altra, limitandosi a scuotere la testa e sghignazzare. Fu proprio la prontezza di Cassio Dione a salvare tutti; infatti prese una foglia dell’alloro che aveva in testa e prese a masticarla, facendo cenno agli altri di imitarlo, in modo da nascondere il riso (Cassio Dione, Storia Romana, 72, 21, 2).

Alla fine, dopo diverse congiure sventate, Commodo fu strangolato da Narciso, il gladiatore con cui si allenava, dopo un primo tentativo di avvelenarlo. La congiura era stata organizzata da Marcia, concubina dell’imperatore, e Emilio Leto, prefetto al pretorio. Pare che un ragazzino con cui giocava l’imperatore, ribattezzato da lui Filocommodo, trovò un foglietto di carta, e non sapendo leggere lo usava per giocare. Lo diede poi a Marcia, che lesse su quel foglio la lista di persone che l’imperatore voleva far uccidere, e c’era anche lei. La congiura fu organizzata rapidamente, ma riuscì (ce n’erano state diverse negli anni precedenti). Era il 31 dicembre 192 d.C. Il primo gennaio del 193 sarebbe diventato imperatore il prefetto dell’Urbe Pertinace, già comandante durante le guerre marcomanniche.

Pertinace durò ben poco, visto che i soldati non gradirono la sua disciplina. Nella guerra civile che seguì uscì vittorioso Settimio Severo, che arruolò tre nuove legioni partiche, e la II Parthica venne stanziata nei Castra Albana, vicino Roma; la pressione di truppe fedeli all’imperatore attorno l’Urbe non era mai stata così forte. Le altre due rimasero in oriente, in Osroene e Mesopotamia. Tutte e tre furono affidate a prefetti equestri; ormai il ceto equestre, cui faceva sempre più affidamento l’imperatore romano, stava prendendo sempre più funzioni e mansioni dell’amministrazione e dell’esercito, a discapito del senato. Inoltre l’imperatore aumentò la paga dell’esercito, mentre la moneta stava cominciando a svalutarsi. Diede anche all’esercito nuovi benefici, come la possibilità di sposarsi, mentre i centurioni primipili ottennero il rango equestre. Caracalla, suo figlio e successore, diede ancora più importanza all’esercito, concedendo un altro aumento di stipendio ed estendendo la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero. La fine della dinastia Severiana, nel 235, causò l’anarchia militare: il potere ottenuto dall’esercito venne mantenuto da quest’ultimo, che cominciò a nominare di volta in volta un imperatore di suo interesse. In meno di cinquant’anni si susseguirono più di 30 imperatori, quasi tutti scelti dalle legioni, finché non arrivò al potere un altro soldato, Diocleziano.

Padrone e imperatore

Divenuto imperatore, Diocleziano riuscì finalmente a porre fine all’anarchia militare che da cinquant’anni era parte integrante dell’impero. Acclamato a Nicomedia nel 284, mosse contro Carino, vincendolo a Margus, nel settembre del 285; pare che Carino stesse vincendo lo scontro, quando le sue truppe decisero di ucciderlo. Circolavano voci secondo cui fosse stato un tribuno, per vendicarsi dell’imperatore che aveva sedotto sua moglie (l’Historia Augusta non fa altro che mettere in risalto i vizi dell’imperatore). Decise fin da subito di associare a sé un suo collega d’armi, un soldataccio di nome Massimiano, cui diede l’occidente. Il suo scopo era tenere a bada le rivolte e le infiltrazioni barbare, mentre in Britannia Carausio governa l’isola come usurpatore, seguito poi da Alletto. Sarà soltanto Costanzo Cloro a porre fine alla ribellione, nel 296, riportando infine l’impero alla sua unità e stabilità.

Nel 293 Diocleziano decise di suddividere ulteriormente l’impero, stabilendo una regola che secondo lui avrebbe garantito la sicurezza di successione, evitando guerre civili e proteggendo meglio i confini: la tetrarchia. Ogni Augusto avrebbe scelto un Cesare, a lui subordinato, che gli sarebbe subentrato nella carica, divenendo Augusto e scegliendo un nuovo Cesare e così via. I primi due Cesari sarebbero stati Galerio per Diocleziano e Costanzo Cloro per Massimiano, cui vennero affidate anche alcune regioni dei due Augusti, per “prepararli” all’amministrazione dell’impero.

Nel frattempo, già dal 287, Diocleziano Massimiano avevano assunto i soprannomi rispettivamente di Iovio ed Erculio, a denotare sia la superiorità del dalmata sul suo collega, sia il tentativo di instaurare un’aura di sacralità nell’imperatore romano. Il culto del sole, introdotto da poco da Aureliano, rimase diffuso, ma passò in secondo piano. Ed è proprio in questo periodo infatti che viene introdotto il rito orientale della proskynesis, ossia della prostrazione di fronte l’imperatore, seguendo un ordo salutationis. L’adoratio dell’imperatore seguiva infatti un rituale preciso; anche ciò che lo circondava divenne sacro: l’assemblea il sacrum concistorum e la camera da letto il sacrum cubiculum, con un addetto che era tra i massimi ministri dell’impero tardoantico, il praepositus sacri cubiculi, primo funzionario nella Notitia Dignitatum dopo i prefetti al pretorio e i magistri militum.

Tali aspetti assolutistici, già accennati dal III secolo e i cui prodromi si possono già intravedere in alcuni imperatori illirici, ma anche in Gallieno che aveva tolto ai senatori il comando dell’esercito, divennero parte integrante del cerimoniale imperiale nel IV secolo; in quest’ottica il cristianesimo si integrò e rafforzò ulteriormente. Infatti la religione scelta da Costantino serviva a cementare il potere dell’imperatore: così come c’era un solo imperatore, c’era un solo Dio, e ad entrambi si doveva obbedienza assoluta. Era finito il tempo della res publica, era iniziato quello del regno di Dio, in terra.

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