Privacy Policy Galba e l’invenzione del principio dell’adozione | STORIE ROMANE

Servio Sulpicio Galba nacque il 24 dicembre del 3 a.C. a Terracina; fu console nel 33 d.C., prima dell’età legale e proconsole in Africa sotto Claudio, nel 45 d.C., vantando sempre un’austerità e disciplina notevole. Secondo una profezia «un giorno sarebbe nato dalla Spagna il principe e signore di tutte le cose» (Svetonio, Galba, 9); ma il principe probabilmente era Traiano, non Galba, che tra il 60 e 68 fu governatore della Spagna Tarraconense. Quando Giulio Vindice chiese il suo aiuto nella ribellione contro Nerone, fu considerato il candidato naturale come imperatore, anche se aveva più di settant’anni.:

«Diffusasi la notizia dell’uccisione di Gaio (Caligola), molti lo incitavano ad approfittare di quella opportunità. Ma egli preferì starsene tranquillo. Per questo motivo risultò assai gradito a Claudio, il quale lo accolse nella schiera dei suoi amici con tanto onore che, quando Galba fu colto da un improvviso malore, neppur troppo grave, si decise di differire la data della spedizione in Britannia. Senza che si ricorresse al sorteggio, ebbe per due anni il proconsolato in Africa, designato espressamente a riorganizzare quella provincia che era agitata sia da disordini interni che da scorrerie di barbari. Egli vi riportò la stabilità dando prova di un grande senso del rigore e della giustizia anche nelle cose di poco conto. Ad esempio, un soldato era sotto accusa per aver venduto – durante una spedizione in cui le vettovaglie s’erano ridotte all’osso – l’ultimo moggio di grano per cento denari. Galba impose che, quando costui fosse rimasto senza viveri, nessuno gli portasse soccorso; e il tale morì di fame.»

Svetonio, Galba, 7

Un imperatore d’altri tempi

Galba si proclamò comunque rappresentante e difensore del senato e del popolo romano. Ma quando Vindice fu sconfitto, temette per la sua vita; tuttavia Nerone era stato allontanato da Roma dal prefetto al pretorio Ninfidio Sabino e infine dichiarato hostis publicus. Poco dopo si suicidò e Galba poté arrivare a Roma come imperatore. Fin da subito tuttavia si alienò la simpatia dei soldati, cui rifiutò di dare il donativo, tentando di imporre un’austerità e disciplina ormai fuori tempo:

«Quando era ancora lontano da Roma, i comandanti avevano promesso alle truppe, all’atto del giuramento di fedeltà verso di lui, un donativo più cospicuo del solito: egli non solo non volle ratificarlo ma anzi, alla prima occasione, si vantò che i soldati lui li sceglieva, non li comprava, e in questo modo finì davvero per esasperarli tutti, dovunque fossero dislocati.»

«Alle sue parole non seguirono né doni né lusinghe. Tuttavia i tribuni, i centurioni e i soldati più vicini risposero acclamandolo. Gli altri, però, erano mesti e silenziosi perché avevano perso, con la guerra alle porte, dei donativi che si davano perfino in tempo di pace. Eppure quel vecchio troppo parsimonioso avrebbe potuto conciliarsi gli animi anche con una gratifica di minima entità. Gli fu fatale il severo rigore di stampo antico, che ormai male si concilia con la nostra epoca.»

Svetonio, Galba, 7; Tacito, Historiae, I, 18

Si scelse poi un successore, Lucio Calpurnio Pisone, scegliendolo in base alla migliore nascita e virtù, non le abilità, ignorando Otone, che i più volevano al suo posto, inaugurando un principio poi divenuto la norma nel II secolo d.C.:

Del resto suscitò preoccupazione e sdegno anche tra i pretoriani, perché ne rimosse subito una gran parte come sospetti di fedeltà a Ninfidio . Ma soprattutto fremeva l’armata della Germania superiore che si sentiva defraudata di un compenso per le operazioni diligentemente concluse contro i Galli e contro Vindice 47. Così furono proprio questi reparti che osarono per primi rompere l’obbedienza rifiutandosi, il primo di gennaio, di prestar giuramento se non in nome del Senato. E subito mandarono una delegazione presso i pretoriani con questo incarico: l’imperatore nominato in Spagna non era gradito: provvedessero loro a farne eleggere un altro che riscuotesse l’approvazione di tutti gli eserciti. Quando gli fu annunciato questo stato di cose, pensando di essere malvisto non tanto per la sua età quanto per essere privo di una discendenza, tutto d’un tratto in mezzo alla schiera di quanti gli porgevano il saluto prese per mano un distinto giovane della nobiltà, Pisone Frugi Liciniano, che egli già da tempo aveva coperto di onori e che aveva poi sempre indicato nel suo testamento come erede dei suoi beni e del suo nome: chiamandolo figlio lo condusse agli accampamenti e lo adottò davanti agli eserciti schierati. Non fece però nemmeno allora alcun cenno alla questione delle ricompense. Così porse a Marco Salvio Otone ancor più facile pretesto per concretare, nei cinque giorni successivi all’adozione, il suo disegno di rivolta.

Svetonio, galba, 16-17

Tuttavia l’estrema durezza con cui Galba perseguì la sua politica, rifiutando di dare un donativo ai soldati, come era ormai prassi e anzi punendo alcuni reparti a lui non fedeli, tipici più dell’ormai tramontato rigore repubblicano, condussero i soldati a ribellarsi e ad ucciderlo in un complotto orchestrato dallo stesso Otone. D’altra parte Galba gettava le basi per un nuovo principio di successione, basato più sulla scelta del migliore che non per discendenza o convenienza; metodo utopistico, ma che troverà realizzazione nei celebri cinque buoni imperatori, Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio, tutti adottati dal predecessore. L’errore di Galba fu però di scegliere non la persona più adatta a governare e benvoluta dai soldati, come farà Nerva con Traiano, ma la persona migliore per nascita, poiché Pisone discendeva da Crasso e Pompeo, mentre la gens Sulpicia di Galba portava con sé anche la gens Lutatia per via parentale. Ma la nobiltà di nascita non era sufficiente a placare i pretoriani:

«Otone, dopo aver amministrato con moderazione la Lusitania, fu il primo a passare, con grande prontezza, dalla parte di Galba e, finché durò la guerra, fu il più brillante dei suoi seguaci. Teneva ben stretta, e anzi di giorno in giorno più salda, la speranza, subito concepita, di essere adottato: la maggior parte dei soldati gli era favorevole ed erano favorevoli anche i cortigiani, che vedevano in lui un nuovo Nerone. Ma Galba, dopo la notizia della rivolta germanica, sebbene nulla fosse assodato per quanto riguardava Vitellio, si chiedeva, ansioso, verso quale direzione sarebbe esplosa la violenza degli eserciti. Non aveva fiducia nemmeno della guarnigione urbana e pensò che l’unica strada sicura era la convocazione dei comizi imperiali. Fece venire, oltre a Vinio e a Lacone, Mario Celso, console designato, e Ducenio Gemino, prefetto urbano. Disse poche parole attorno alla sua vecchiezza e comandò di far arrivare Pisone Liciniano forse di sua iniziativa o, forse, come pensaqualcuno, per le insistenze di Lacone che aveva stretto amicizia con Pisone grazie alla comune frequentazione della casa di Rubellio Plauto; astutamente, Lacone cercava di favorirlo, fingendo di non conoscerlo; così le buone cose che si dicevano su Pisone avevano finito col dar peso al suo consiglio. Pisone (figlio di M. Crasso e di Scribonia e dunque nobile per duplice ascendenza) aveva aspetto e portamento all’antica: era, a detta di buoni giudici, austero ma, secondo alcuni detrattori, piuttosto duro. Proprio questo duplice aspetto del suo carattere piaceva all’adottante e dispiaceva invece a chi non ne condivideva i progetti. Si dice che Galba, allora, abbia preso la mano di Pisone e che gli abbia rivolto queste parole: «Se io, privato cittadino, ti accogliessi in adozione, secondo la prassi, seguendo la legge curiata e davanti ai pontefici, sarebbe motivo di gloria per me accogliere nella mia casa la discendenza di Cn. Pompeo e di M. Crasso. E avresti gloria anche tu dall’aver aggiunto alla tua nobiltà il lustro della gente Sulpicia e Lutazia. Ma è stata la tua nobile indole, congiunta all’amore di patria, a spingere me, chiamato al potere dal consenso degli dèi e degli uomini, ad offrirti quel principato per il quale i nostri antenati hanno preso le armi. Io stesso l’ho conquistato in guerra ma te lo affido in pace, seguendo l’esempio del divo Augusto il quale elevò ad una altezza pari alla sua, prima Marcello, figlio della sorella, poi Agrippa, suo genero, poi i suoi nipoti, e infine Tiberio Nerone, suo figliastro. Ma Augusto ha cercato un successore tra i parenti, io tra i cittadini: non mi mancano certo parenti o affidabili alleati, ma nemmeno io ho accettato l’impero per ambizione. Perché io abbia scelto in tal modo, lo dice il fatto che non solo ho posposto a te i miei parenti, ma anche i tuoi. Tuo fratello è più vecchio di te e nobile al pari tuo. E sarebbe degno di un destino imperiale se tu non ne fossi ancor più degno. Questa tua età si è ormai lasciata dietro gli ardenti desideri della giovinezza e la tua vita è tale da non aver nulla di cui provar vergogna. Fino ad oggi tu hai sperimentato solo fortune avverse. Ora la prosperità ben più duramente ti prova: infatti la miseria si può sopportare, la felicità corrompe. Certo tu conserverai ben salde fedeltà, libertà, amicizia che sono i valori supremi dell’animo umano, ma l’altrui piaggeria le renderà vane: nella tua vita irromperanno adulazione, lusinghe e anche gli interessi di parte che sono la morte dei sentimenti più puri. Noi oggi stiamo qui parlando molto francamente, ma gli altri chiedono udienza alla nostra dignità imperiale, non alla nostra persona. È molto faticoso indurre il principe ad azioni davvero utili; applaudirlo, invece, costa nulla, a prescindere dal suo valore. Se l’incommensurabile organismo dell’impero potesse equilibratamente sostenersi senza un reggitore, sarei stato degno di essere l’iniziatore di una nuova repubblica, ma ormai si è giunti al punto che la mia vecchiaia null’altro può offrire al popolo romano se non un valente successore e la tua giovinezza null’altro che un buon principe. Sotto Tiberio, Gaio e Claudio, siamo stati, per così dire, un patrimonio di un’unica famiglia da trasmettere in eredità. Il fatto che ora l’imperatore venga eletto, è l’unica contropartita della perduta libertà: estinta la casa giulio-claudia, l’adozione troverà di volta in volta il migliore. È casuale essere generati e nascere da principi (e il giudizio non si spinge oltre); è improntato alla libertà, invece, il criterio con cui si sceglie la persona da adottare. E se davvero vuoi scegliere, puoi accogliere le indicazioni dell’opinione pubblica. Ricordi Nerone? Era gonfio d’orgoglio quando esibiva la lunga discendenza della sua stirpe. Così non è certo stato Vindice con una provincia inerme a toglierlo dalle spalle di tutto il popolo. E non sono stato io con una legione: piuttosto lo hanno sconfitto la sua stessa ferocia e la sua dissolutezza. E prima di lui non vi era mai stato un principe pubblicamente condannato. Noi, pur dando il meglio nel governo, saremo oggetto d’invidia anche se a portarci sul trono è stata la guerra assieme al consenso dei giusti. Non tremare, tuttavia, se due legioni, in questo disordine che squassa il mondo intero, sono ancora turbolente. Neppure io sono arrivato al potere a cose tranquille: del resto, appena verrà divulgata la notizia dell’adozione, sembrerò meno vecchio (che è l’unica critica che mi viene mossa). Di Nerone, la feccia sentirà sempre la mancanza. Compito mio e tuo sarà non farlo rimpiangere anche dai buoni. Non voglio però perdermi più a lungo in ammonimenti; ogni mio progetto trova compimento se ho fatto, in te, una buona scelta. Il più efficace e pronto criterio per distinguere il bene e il male, sta nel chiedersi cosa avresti voluto o non voluto sotto un altro imperatore. Questa in fondo non è una vera monarchia in cui una famiglia comanda e tutti gli altri sono schiavi: piuttosto sappi che dovrai comandare a uomini incapaci di sopportare una servitù assoluta ma anche di gestire un regime di piena libertà». Galba così parlava: stava creando in Pisone il futuro imperatore, ma tutti si rivolgevano a lui come se già lo fosse. Turbato o esultante che fosse, Pisone non tradì in alcun modo le reazioni del suo animo agli occhi di chi prese ad osservarlo in quel momento e nemmeno dopo, quando fu al centro dell’attenzione generale,. Per Galba, suo imperatore e suo padre, ebbe parole di grande rispetto. Quanto a se stesso disse qualcosa con grande moderazione. Nulla era cambiato nel suo volto e nel suo aspetto sicché sembrò che, pur avendo le capacità per comandare, non ne avesse gran desiderio. Si passò a discutere se l’adozione dovesse essere annunciata nel Foro, nel senato o nel campo dei pretoriani. Piacque quest’ultima soluzione: avrebbe significato rendere onore ai soldati. Se infatti è scorretto procurarsene il favore con regalie e con intrighi, non è disprezzabile ingraziarseli con mezzi onesti. La pubblica attesa si era come coagulata attorno al Palazzo: tutti volevano conoscere il grande segreto e proprio chi cercava di smentire la notizia già trapelata, finiva inevitabilmente per sottolinearne l’importanza. Era il 10 di gennaio: tuoni, fulmini e minacce celesti avevano sconvolto oltre il consueto un giorno carico di pioggia. Per il passato ciò avrebbe fornito motivo per sciogliere i comizi, ma non valse a distogliere Galba dal recarsi negli accampamenti; un po’ disprezzava questi eventi giudicandoli casuali, un po’ sapeva che quanto è destinato dal fato, pur se riconosciuto, non può essere evitato. La folla dei soldati era immensa: a loro Galba annuncia, con la distaccata concisione che il suo ruolo esigeva, l’adozione di Pisone. Aveva seguito l’esempio del divo Augusto ma anche l’usanza militare per cui un uomo ne sceglie un altro. Poi, per non ingrandire l’importanza della rivolta in atto fingendo di volerla ignorare, dichiarò che la quarta e la ventiduesima legione erano venute meno al loro dovere; ma i promotori della rivolta erano pochi, mai si era andato oltre le grida e le proteste, e tutto sarebbe ritornato presto alla normalità. Alle sue parole non seguirono né doni né lusinghe. Tuttavia i tribuni, i centurioni e i soldati più vicini gli risposero acclamandolo. Gli altri, però, erano mesti e silenziosi perché avevano perso, con la guerra alle porte, dei donativi che ormai si davano perfino in tempi di pace. Eppure quel vecchio troppo parsimonioso avrebbe potuto conciliarsi gli animi anche con una gratifica di minima entità. Gli fu fatale il severo rigore di stampo antico, che ormai male si concilia con la nostra epoca. In senato Galba usò le stesse espressioni, disadorne e concise, che aveva usato con i soldati. Pisone fu invece più cordiale. Ed ecco subito il favore dei senatori: alcuni erano molto schietti, altri esageravano nelle manifestazioni di consenso essendogli stati prima contrari; chi precedentemente non si era compromesso (era la maggioranza) gli porse servile ossequio. A nessuno stava a cuore il pubblico interesse; tutti, piuttosto, coltivavano speranze particolari. Nei quattro giorni che seguirono (cioè nell’intervallo tra la proclamata adozione e la morte) Pisone non disse alcunché né compì alcun atto pubblico.»

tacito, historiae, I, 13-19

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