Privacy Policy Gli avversari di Annibale | STORIE ROMANE

Durante la lunga guerra annibalica in Italia il comandante cartaginese si trovò ad affrontare numerosi nemici tra i romani. Molti di loro non riuscirono a tenere testa all’africano, cadendo spesso nelle sue trappole e tattiche, del tutto nuove ai più rigidi canoni di combattimento romani, basati sull’impiego frontale della tattica manipolare. Altri invece, plasmati da anni di guerra, riuscirono a dargli filo da torcere, tanto da far esclamare al barcide che: “Fabio Massimo mi impedisce di combattere , Marco Claudio Marcello di vincere”. Ma sarà solo un terzo romano a sconfiggerlo definitivamente: Publio Cornelio Scipione Africano.

Quinto Fabio Massimo

Dopo l’arrivo in Italia di Annibale e la sconfitta del Trasimeno nel 217 a.C., in quello stesso anno Massimo venne nominato dittatore. La sua scelta, a differenza dei predecessori, fu di attendere ed evitare lo scontro diretto, dove Annibale sembrava invincibile, lasciandolo libero di scorrazzare ma seguendolo sempre da vicino e stando pronto a fare piccole sortite, ma ponendo il campo in zone rialzate e impervie dove la cavalleria numida non avrebbe potuto dispiegare la sua forza. Nonostante l’opposizione la tattica si rivelò vincente e si guadagnò il sopranome di cuntactor (dice Ennio che qui cunctando restituit rem, “temporeggiando ripristinò lo stato), ossia “temporeggiatore“:

«Fabio aveva deciso di non esporsi al rischio e di non venire a battaglia [con Annibale]. […] Inizialmente tutti lo consideravano un incapace, e che non aveva per nulla coraggio […] ma col tempo costrinse tutti a dargli ragione e ad ammettere che nessuno sarebbe stato in grado di affrontare quel momento delicato in modo più avveduto e intelligente. Poi i fatti gli diedero ragione della sua tattica.»

POLIBIO, STORIE, III, 89, 3-4

Tuttavia le critiche verso la sua strategia restavano forti e il magister equitum Marco Minucio Rufo, alla guida dei suoi detrattori, cercarono nuovamente di tornare ad affrontare Annibale, mentre il tribuno della plebe Marco Metilio presentava una legge per dividere in parti uguali il potere tra il dittatore e il suo vice, come se fossero stati due consoli. La legge fu comunque accettata e votata dai comizi e ratificata dal senato (si ebbero così due dittatori), ma quando Rufo fu quasi ucciso da Annibale e il suo esercito in forte pericolo vennero salvati dall’intervento risolutivo di Massimo, l’ex magister equitum lasciò la sua carica lasciando di nuovo la dittatura a Fabio, che però la rimise al termine dei sei mesi di mandato. Dei due consoli che seguirono, Lucio Emilio Paolo seguì i suoi insegnamenti, mentre Gaio Terenzio Varrone, più avventato, guidò i romani nel disastro di Canne del 216 a.C.

Dopo quest’ultima battaglia Fabio venne nominato pontefice (insieme a Quinto Cecilio Metello e Quinto Fulvio Flacco) e nel 215 consul suffectus, ossia sostituto, dopo la rinuncia di Marco Claudio Marcello. Fabio e l’altro console Tiberio Sempronio Gracco si divisero l’esercito: il temporeggiatore iniziò l’assedio di Capua dove Annibale, dopo aver preso la città, si dedicava ai famosi ozi. Fabio, rieletto console nel 214 a.C., continuò la guerra in Campania e riconquistò Casilinum. Nel 213 fu legato di suo figlio Quinto Fabio Massimo, eletto console.

Nel 211 a.C. Annibale abbandonò Capua e si diresse verso Roma; fu allora, nel terrore generale, che venne proposto di richiamare ogni esercito per difendere l’Urbe. Massimo però stemperò la paura e fece in modo che i romani, imperterriti, continuassero l’assedio di Capua, dove i capuani erano ormai allo stremo senza l’aiuto cartaginese:

Annibale

«Prima che succedesse ciò, avendo scritto Fulvio Fiacco al Senato a Roma che si era saputo dai disertori che così sarebbe avvenuto, gli animi degli uomini furono variamente impressionati a seconda dell’indole di ciascuno. Come avviene in una situazione così densa d’incognite, essendosi riunito subito il Senato, P. Cornelio che aveva il soprannome di Asina, dimentico di Capua e di ogni altra circostanza intendeva richiamare a difesa della città tutti i generali e gli eserciti dall’intero territorio italiano; Fabio Massimo giudicava disonorante retrocedere da Capua e spaventarsi e farsi strapazzare in giro al cenno e alle minacce di Annibale: il quale se vincitore a Canne tuttavia non aveva osato marciare su Roma, adesso proprio lui avrebbe vagheggiato la speranza d’impadronirsi della città di Roma? Veniva non per stringere d’assedio Roma, ma per liberare Capua dall’assedio. Giove testimone dei patti infranti da Annibale e gli altri dèi avrebbero difeso Roma con quell’esercito che era presso la città. Il conciliante parere di P. Valerio Fiacco superò queste divergenze d’opinione, costui con l’occhio attento all’una e all’altra cosa ritenne che si dovesse scrivere ai generali che erano davanti a Capua quale difesa disponesse la città; essi stessi dovevano sapere quante truppe guidava Annibale o di quanta fanteria ci fosse bisogno per assediare Capua. Se uno dei due capitani e una parte dell’esercito potesse essere mandata a Roma così che Capua potesse essere regolarmente assediata dal generale che rimaneva e dall’esercito, Claudio e Fulvio decidessero di comune accordo a chi dei due toccasse assediare Capua, a quale venire per difendere dall’assedio la patria romana.»

TITO LIVIO, AB URBE CONDITA LIBRI, XXVI, 8, 1-8

Nel 210 a.C., dopo una lunga diatriba tra il dittatore Quinto Fulvio Flacco e i tribuni della plebe sull’eleggibilità di quest’ultimo a console, il senato si risolse a prendere l’iniziativa e diede il via libera: fu così eletto console Flacco per la quarta volta insieme a Fabio Massimo per la quinta. A quest’ultimo, nominato anche princeps senatus, fu affidata la guerra contro Taranto e a Flacco la Lucania e il Bruzzio. Taranto venne riconquistata, sebbene la cittadella non fosse mai caduta, tanto che il governatore Marco Livio Macato vantava anni dopo la vittoria. Fabio avrebbe risposto : “tu non l’hai mai persa, io non l’ho mai riconquistata” (Plutarco, Fabio Massimo, 23). Tutte le statue degli dei furono lasciate a Taranto tranne una statua di Ercole, antenato della gens Fabia, che venne posta in Campidoglio. Negli ultimi anni di guerra Fabio non svolse più incarichi importanti, essendo ormai anziano e messo in secondo piano dalla figura di Scipione. Morì nel 203 a.C., poco prima della vittoria di Zama e la fine delle ostilità.

Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone

Le elezioni del 216 a.C. videro l’elezione dei consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. Nonostante le perdite precedenti i romani riuscirono a mettere insieme oltre 80.000 uomini (secondo le stime di Polibio), contro i circa 50.000 di cui disponeva Annibale. Mentre Emilio Paolo, di origine patrizia, intendeva seguire una tattica simile a quella del temporeggiatore, Varrone, di origine plebea (secondo Livio figlio di un macellaio), premeva per lo scontro in campo aperto. Anche Annibale cercava ormai disperatamente la battaglia campale, dopo il continuo rifiuto di Fabio Massimo. Il comandante cartaginese si impadronì allora della città di Canne, dove i romani avevano raccolto molto grano e che si trovava in una posizione strategica nel territorio di Canusium: secondo Tito Livio aveva disperatamente bisogno di cibo e già alcuni meditavano di disertare. Fortunatamente per lui, i romani gli vennero incontro.

Secondo lo storico romano avrebbe anche escogitato di far finta di abbandonare il campo di notte e ritirarsi, aspettando dietro un’altura per attaccare i romani intenti a saccheggiare, ma il saggio Emilio Paolo avrebbe scoperto il tranello. Diverso è il racconto di Polibio: i romani sarebbero andati direttamente contro Annibale e si sarebbero accampati a circa 50 stadi (quasi 10 km) da lui, alla fine di luglio. Il giorno seguente, sotto il comando di Varrone, vinsero una scaramuccia e si avvicinarono ulteriormente. Emilio Paolo avrebbe fatto costruire due accampamenti (di cui uno a guardia del fiume Ofanto) e atteso gli avvenimenti, senza ingaggiare battaglia. Annibale per stanare i romani avrebbe allora inviato la cavalleria numidica a interferire con gli approvvigionamenti d’acqua (Polibio, Storie, III, 112, 1-4), ma Emilio decise di non attaccare ancora. Tuttavia il giorno dopo era in comando, secondo il principio dell’alternanza, il ben più avventato collega Gaio Terenzio Varrone, che decise di dare battaglia ad Annibale. Era il 2 agosto del 216 a.C.

« Affermano alcuni che per reintegrare le perdite si arruolarono diecimila nuovi soldati; altri parlano di quattro legioni nuove, per affrontare la guerra con otto legioni; e si dice pure che le legioni furono accresciute di forze, tanto di fanti quanto di cavalieri, aggiungendo a ciascuna circa mille fanti e cento cavalieri, così che risultassero di cinquemila fanti e di trecento cavalieri, e che gli alleati diedero un numero doppio di cavalieri ed egual numero di fanti. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri XXII, 36

Gaio Terenzio Varrone schierò la fanteria «disponendo i manipoli più fitti del solito e facendoli molto più profondi che larghi» (Polibio, Storie, III, 113). Il console sperava, probabilmente, di far valere la maggior numerosità e compattezza romana per travolgere le truppe di Annibale (già alla Trebbia i romani avevano sfondato il centro di Annibale, riuscendo a fuggire). La cavalleria fu posta ai fianchi per proteggere la fanteria; il terreno impervio, secondo Varrone, avrebbe neutralizzato la superiorità di quella cartaginese. D’altra parte Annibale potè disporre il suo esercito in lunghezza simile a quella romana, sebbene inferiore di numero, ponendo al centro i galli e gli iberici, a forma di mezzaluna rivolta verso i romani, come fosse un cuneo:

« Dopo dunque la disposizione di tutto il suo esercito in linea retta, prese le compagnie centrali degli Ispanici e dei Celti e avanzò con loro, mantenendo il resto della linea in contatto con queste compagnie, ma a poco a poco essi si staccarono, in modo tale da produrre una formazione a forma di mezzaluna, la linea delle compagnie fiancheggianti stava crescendo in sottigliezza poiché era stata prolungata, il suo scopo era quello di impiegare gli Africani come forza di riserva e di iniziare l’azione con gli Ispanici ed i Celti »

Polibio, Storie III, 113

La tattica, estremamente rischiosa, prevedeva di attrarre verso il centro i romani, dove d’altronde Varrone voleva colpire. Ai fianchi degli iberici e dei galli, leggermente più indietro, aveva posto la fanteria pesante africana, equipaggiata con armi e armature sottratte ai romani. Sul fianco sinistro la cavalleria pesante iberica e gallica aveva il compito di travolgere quella di Lucio Emilio Paolo, nonostante il poco spazio di manovra dato dal fiume Aufidus (l’Ofanto), mentre sul destro la cavalleria numidica di Maarbale avrebbe dovuto fare lo stesso con Varrone. La cavalleria iberica e gallica attaccò subito quella sull’ala destra romana; il modo di combattere di questi cavalieri prevedeva di scendere da cavallo per combattere, cosa che fecero secondo il racconto di Polibio, mettendo in fuga la cavalleria romana, anch’essa costretta a scendere da cavallo per via degli spazi stretti:

« L’ala sinistra della cavalleria gallica e ispanica si azzuffò con l’ala destra romana, non tuttavia in forma di combattimento equestre: bisognava infatti lottare frontalmente poiché non era presente attorno spazio per evoluzioni; da un lato le serravano le schiere dei fanti e dall’altro il fiume. Si urtarono dunque da entrambe le parti in linea di fronte; forzati a immobilità dalla calca i cavalli, i cavalieri si abbrancavano l’uno per gettar l’altro di sella. La battaglia era ormai divenuta prevalentemente pedestre; tuttavia si combatté più aspramente che a lungo, e i cavalieri romani, respinti, volsero in fuga. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXII, 47

Nel frattempo, sull’ala opposta, la cavalleria numidica entrava in contatto con quella alleata romana, senza tuttavia riuscire a metterla in fuga; anche le legioni erano avanzate e cominciavano a ricacciare indietro la fanteria barbara, più indisciplinata e molto meno numerosa:

« All’ala sinistra dei Romani, dove contro i Numidi stavano i cavalieri degli alleati, ardeva la battaglia […] Circa cinquecento numidi, che oltre le solite armi e i giavellotti avevano gladii nascosti sotto le corazze, erano avanzati allontanandosi dai loro compagni fingendosi disertori, con gli scudi dietro le spalle; poi celermente erano scesi da cavallo, e, gettati ai piedi dei nemici gli scudi e i dardi, furono accolti in mezzo allo schieramento e, condotti nelle ultime file, ebbero l’ordine di fermarsi là dietro. Finché la battaglia non fu accesa da tutte le parti, stettero fermi; quando poi la lotta tenne occupati gli occhi e l’animo di tutti, allora, dato piglio agli scudi, che giacevano sparsi qua e là tra i mucchi degli uccisi, assalirono i soldati romani alle spalle, e, ferendoli alla schiena e tagliando loro i garetti, produssero grande strage, spavento e confusione anche maggiori. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXII, 48

Nel frattempo, la cavalleria iberica e gallica aveva aggirato i romani ed era arrivata in soccorso dei numidi, che così potevano mandare in rotta facilmente anche l’ala comandata da Varrone. Ora i romani erano totalmente scoperti sui fianchi. Le legioni continuavano a premere, spingendosi sempre più in avanti, mentre i cartaginesi continuavano a ripiegare abbastanza ordinatamente, capovolgendo la mezzaluna. Tuttavia i romani continuavano a premere in avanti, perdendo di coesione, e si trovarono sui fianchi i 10.000 africani freschi. Anche la cavalleria cartaginese allora attaccò alle spalle i romani, che ora erano totalmente accerchiati, impossibilitati a muoversi come racconta Polibio: «in quanto i loro ranghi esterni erano continuamente distrutti, ed i superstiti erano costretti a ritirarsi e si stringevano insieme, sono stati infine tutti uccisi, dove si trovavano». Il massacro durò ore; Lucio Emilio Paolo, ferito, scese da cavallo perché non riusciva a stare in sella, andando volontariamente incontro alla morte:

« Tante migliaia di Romani stavano morendo […] Alcuni, le cui ferite erano eccitate dal freddo mattino, nel momento in cui si stavano alzando, coperti di sangue, dal mezzo dei mucchi di uccisi, erano sopraffatti dal nemico. Alcuni sono stati trovati con le teste immerse nelle buche in terra, che avevano scavato; avendo, così come si mostrò, realizzato buche per loro stessi, e essendosi soffocati. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXII, 51

Il capolavoro di Annibale si era compiuto: era riuscito a battere frontalmente un esercito quasi il doppio grande del suo; il suo centro aveva resistito nonostante l’enorme pressione esercitata dalle legioni romane. I romani erano comunque troppi per i cartaginesi, che dopo ore di carneficina non riuscirono a evitare che quasi 20.000 fuggissero, nonostante fossero quasi tutti disarmati e privi dei comandanti, dividendosi tra i due accampamenti maggiori. L’unico modo per sopravvivere era dirigersi verso Canosa. Fu il tribuno militare Publio Sempronio Tuditano a convincerli:

«Preferite dunque essere catturati da un cupidissimo e spietato nemico, che sia stimato il prezzo delle vostre teste, e se ne chieda il prezzo da chi domanderà se siate cittadini romani o alleati latini, così che la vostra vergogna e la vostra miseria procacci onore agli altri? Non lo vorrete, se pure siete i concittadini del console Lucio Emilio che preferì morire valorosamente anziché vivere ignominiosamente, e dei tanti valorosissimi che sono ammucchiati intorno a lui. Ma, prima che la luce ci colga qui e più dense turme nemiche ci chiudano la via, erompiamo, aprendoci la via tra questi drappelli disordinati che schiamazzano sulle porte! Col ferro e con l’audacia ci si fa strada anche tra dense schiere nemiche. Stretti a cuneo, passeremo attraverso questa gente rilassata e scomposta come se nulla ci si opponesse. Venite dunque tutti con me, se volete salvare voi stessi e la Repubblica!».

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXII, 50

Le cifre dei caduti sono discordi: i romani persero forse circa 50.000 uomini (secondo Tito Livio, Appiano e Plutarco), oltre a circa 10.000 prigionieri. Lucio Emilio Paolo fu ritrovato da Gneo Cornelio Lentulo su un sasso, sanguinante; gli offrì il proprio cavallo, ma il console rifiutò:

«Vai avanti, quindi, tu stesso, il più veloce che puoi, sfrutta al meglio la tua strada verso Roma. Chiama le autorità locali qui, da me, che tutto è perduto, e devono fare ciò che essi possono per la difesa della città. Vai più veloce che puoi, o Annibale sarà alle porte prima di te.»

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXII, 49

Varrone invece, che aveva guidato i romani verso la disfatta, riuscì a salvarsi e a scampare a Venosa con alcuni cavalieri. Anche Annibale ebbe numerose perdite, ma in compenso l’esercito romano era stato distrutto. La notizia della disfatta gettò i romani nello sconforto:

« Mai prima d’ora, mentre la stessa città era ancora sicura, c’era stato tanto turbamento e panico tra le sue mura. Non cercherò di descriverlo, né io indebolirò la realtà andando nei dettagli. Dopo la perdita di un console e dell’esercito nella battaglia del Trasimeno l’anno precedente, non fu una ferita dopo l’altra, ma una strage molto (più) grande quella che era stata appena annunciata. Secondo le fonti due eserciti consolari e due consoli sono stati persi, non c’era più nessun accampamento romano, nessun generale, nessun soldato in esistenza, Puglia, Sannio, quasi tutta l’Italia giaceva ai piedi di Annibale. Certamente non c’è altro popolo che non avrebbe ceduto sotto il peso di una simile calamità. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXII, 54

Marco Claudio Marcello

Eletto console per l’anno 222 a.C., il 1 marzo Marcello sconfiggeva gli insubri a Clastidium (Casteggio), in Gallia Cisalpina, unificando per la prima volta la penisola. A tre anni dalla battaglia di Telamone i romani decisero di spingersi a nord per fermare i galli in Italia Settentrionale. Mentre i romani assediavano Acerrae, tra Lodi e Cremona, gli insubri attaccarono gli anamari, alleati dei romani, a Clastidium. I romani però non interruppero l’assedio e inviarono la cavalleria in soccorso, che sbaragliò i galli. Marcello stesso, riconosciutolo sul campo, affrontò e uccise il re nemico Virdomaro, guadagnandosi quindi la spolia opima. I romani, non incontrando più alcuna resistenza, occuparono tutta la Cisalpina e la citta di Medhelan, ribattezzata Mediolanum, ovvero Milano. Il console ottenne anche l’onore del trionfo, motivo per cui è infatti citato nei Fasti Trionfali.

Poco dopo, nel 218 a.C., scoppiò la seconda guerra punica: Annibale attraversò le Alpi, cosa ritenuta impossibile dai romani in pieno inverno, e inflisse quattro micidiali sconfitte ai romani al Ticino, Trebbia, Trasimeno e Canne, mettendo in ginocchio la repubblica romana. Nonostante la strada per Roma sembrasse ormai spianata, Annibale non si mosse ad assediare l’Urbe, forse ritenendo le sue forze troppo esigue, forse sperando nella diserzione degli alleati italici dei romani. Tra i primi a titubare ci furono gli abitanti di Nola, che parteggiavano per il cartaginese, mentre il senato locale restava fedele a Roma.

Dovette intervenire subito Marco Claudio Marcello, pretore in carica, soprannominato poi “la spada di Roma“, che fu costretto, anche se era ancora fresco il disastro di Canne poiché era ancora il 216 a.C., a occupare la città e poi a prepararsi a una sortita. Era infatti l’unico modo per sopprimere i moti di rivolta che serpeggiavano in città. Annibale credeva ormai di dover attaccare la città, ormai convinto che il tradimento fosse saltato e venne colto impreparato dal violento assalto improvviso che lanciarono i romani, uscendo rapidamente dalle mura. I cartaginesi furono colti dal panico e dal frastuono che fecero i romani, lasciando sul campo 3.000 morti e furono costretti a ritirarsi. Alla fine dell’anno Marcello organizzò anche i Ludi Plebeii e all’inizio del 215 tornò in Campania come proconsole (dopo che il dittatore Marco Giunio Pera gli aveva chiesto consiglio sulla guerra) insieme a due legioni urbane, che si mossero a Suessula.

Poiché il console designato Lucio Postumio Albino era morto poco prima della sua entrata in carica, i comizi elessero nuovamente come console Marcello non appena questi rientrò in città, dopo che il console Tiberio Sempronio Gracco aveva appositamente atteso il suo ritorno per convocare le elezioni. Tuttavia gli auguri fecero notare che era la prima volta che si eleggevano due consoli plebei e quindi Marcello rinunciò alla carica, che venne data a Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, già dittatore. Marcello riottenne il comando di Suessula come proconsole. Nello stesso anno, di nuovo a Nola, Marcello vinse di nuovo Annibale nella seconda battaglia di Nola, in un duro scontro in cui personalmente incitava i suoi:

«I Cartaginesi […] quelli che stavano combattendo si erano infiacchiti dai piaceri di Capua, logorati dal vino, dalle prostitute, da tutti i bordelli di un intero inverno. Erano ormai scemati la forze e il vigore di una volta, se n’erano andate le energie del corpo e della mente, con le quali i Cartaginesi avevano superato i Pirenei e le Alpi. I resti mortali di quegli uomini, oggi reggevano a fatica le membra e le armi. Capua era stata per Annibale una “disfatta di Canne”.»

TITO LIVIO, AUC, XXIII, 45, 2-4

L’accanimento con cui combattevano i romani costrinse i cartaginesi a ritirarsi, lasciando sul campo oltre 5.000 morti e 600 prigionieri. Dopo una tregua per seppellire i morti disertarono dalle fila cartaginesi anche 272 tra i iberi e numidi, mentre Annibale si ritirava in Apulia. Poco dopo Marcello venne eletto console per l’anno 214 insieme a Quinto Fabio Massimo e venne inviato in Sicilia per assediare Siracusa.

Claudio Marcello fu eletto di nuovo console per il 210 con Valerio Levino. Quando assunse il comando, poiché il collega si trovava in Macedonia, dichiarò che non avrebbe parlato di nulla inerente la res publica in quel giorno; l’interruzione dei lavori del senato favorì le lamentele della gente secondo cui entrambi i consoli protraevano la guerra più del necessario. Livio racconta che Cornelio Cetego, pretore in Sicilia, avrebbe raccolto molte persone a Roma, tra cui siciliani, per riempire il console di denunce, affermando che la guerra in Sicilia non era finita. Poi accadde che la notte precedente la festa dei Quinquatri scoppiò un incendio nel foro, che durò per un intero giorno, risparmiando miracolosamente il tempio di Vesta grazie a degli schiavi, che vennero poi affrancati e liberati. L’incendio era però doloso in quanto scaturito in posti diversi e Marcello dichiarò che avrebbe ricompensato chiunque potesse fornire informazioni. Si presentò uno sciavo dei Calavii, una famiglia campana, che denunciò i suoi padroni e cinque giovani nobili di Capua, i cui genitori erano stati decapitati da Quinto Fulvio. Prima furono incarcerati, poi poi dopo un lungo processo in cui tutti confessarono, furono giustiziati. Allo schiavo Manus fu concessa la libertà e un premio di ventimila assi.

Poco tempo dopo Annibale assalì il proconsole Gneo Fulvio, accampato nei pressi di Erdonea che assediava; i cartaginesi vinsero la battaglia, molti romani caddero, tra cui lo stesso proconsole, mentre i restanti fuggirono. Annibale, presa la città, trasferì gli abitanti a Metaponto e Turii, uccise i capi, minacciando di destinare la stessa sorte a chiunque si fosse schierato con Roma. Marcello marciò dunque verso Annibale, ponendo il campo nella piana di Numistro, di fronte ad Annibale che invece si trovava su un colle. Per dimostrare di non temere il cartaginese Marcello condusse fuori dal campo l’esercito e Annibale diede battaglia: tuttavia l’esito fu un sostanziale pareggio.

Secondo Livio il combattimento iniziò di prima mattina. In prima linea per i romani c’era la I legione e l’ala sociorum destra. La III legione e l’ala sociorum sinistra diedero supporto durante la battaglia. I cartaginesi avevano elefanti, fanteria ispanica e frombolieri delle baleari. I due schieramenti combatterono tutto il giorno, finché non calò la notte. Il giorno seguente non ci furono scontri; i romani seppellirono i morti. Durante la notte Annibale si allontanò, in silenzio, per distanziarsi dai romani. Marcello lo seguì e lo raggiunse presso Venosa. Romani e cartaginesi ebbero qualche scaramuccia, poi continuarono a inseguirsi, con il cartaginese che si muoveva di notte e i romani che inseguivano di giorno dopo aver sondato il terreno. Annibale era amareggiato dal confronto mai vittorioso con Marcello, tanto da far dire al comandante punico: “Fabio Massimo mi impedisce di combattere , Marco Claudio Marcello di vincere”.

Il console non tornò a Roma per indire i comizi per l’anno successivo, cosa che avrebbe dovuto fare in quanto console anziano, ma anche l’altro console Valerio Levino che era rientrato era dovuto subito ripartire, quindi Marcello fu costretto a tornare nell’Urbe anche se voleva inseguire Annibale e riconoscere come dittatore – non avendo il tempo di indire i comizi – Quinto Fulvo, che scelse come magister equitum Publio Licinio Crasso. Nel frattempo la spada di Roma ottenne il proconsolato per il 209 a.C., per prorogare il suo comando in Puglia. Marcello attaccò Annibale nei pressi di Venusia e dovette poi ritirarsi, venendo accusato pubblicato a Roma. Dopo essersi difeso venne letto console di nuovo nel 208, ma durante una ricognizione vicino la stessa Venusia fu colto di sorpresa dai nemici e ucciso. Polibio criticava molto l’imprudenza, visto che anche gli auspici erano stati sfavorevoli; in ogni caso Annibale fece cremare il corpo e lo restituì al figlio.

I consoli Gaio Livio Salinatore e Gneo Domizio Enobarbo

Dopo le travolgenti vittorie del Ticino, della Trebbia, del Trasimeno e di Canne, nei primi due anni di guerra, l’avanzata di Annibale sembrava inarrestabile. Tuttavia già prima di Canne i romani avevano adottato la tattica di Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore di evitare lo scontro, che venne in parte ripresa dopo il disastro cannense.

Nonostante la strada per Roma sembrasse ormai spianata, Annibale non si mosse ad assediare l’Urbe, forse ritenendo le sue forze troppo esigue, forse sperando nella diserzione degli alleati italici dei romani. Tra i primi a titubare ci furono gli abitanti di Nola, che parteggiavano per il cartaginese, mentre il senato locale restava fedele a Roma. Dovette intervenire subito Marco Claudio Marcello, pretore in carica, soprannominato poi “la spada di Roma“, che fu costretto, anche se era ancora fresco il disastro di Canne poiché era ancora il 216 a.C., a occupare la città e poi a prepararsi a una sortita. Era infatti l’unico modo per sopprimere i moti di rivolta che serpeggiavano in città.

Annibale credeva ormai di dover attaccare la città, ormai convinto che il tradimento fosse saltato e venne colto impreparato dal violento assalto improvviso che lanciarono i romani, uscendo a spron battuto dalle mura. I cartaginesi furono colti dal panico e dal frastuono che fecero i romani, lasciando sul campo 3.000 morti e furono costretti a ritirarsi. In seguito Marcello combatté di nuovo in campo aperto contro Annibale a Numistro nel 210 a.C. e dopo un lungo scontro si risolse in pareggio, tanto da far dire al comandante punico: “Fabio Massimo mi impedisce di combattere , Marco Claudio Marcello di vincere”.

Precedentemente l’esercito del comandante africano si era anche adagiato nei famosi “ozi di Capua“, dove la rilassatezza era quasi costata cara. I consoli Appio Claudio e Fulvio Flacco riuscirono, non senza difficoltà, a respingere le forze di Annibale, che infine abbandonò la città, che venne ripresa nel 211 a.C. Due anni dopo toccò a Taranto, con i romani che imperterriti si dedicavano a rimettere ordine tra gli alleati, nello sconforto di Annibale, che non solo vedeva rafforzarsi le alleanze romane, ma anche la mancanza di rifornimenti dall’Africa. Fu proprio allora, mentre ormai vagava per l’Italia meridionale, che giunse in aiuto suo fratello Asdrubale.

Nella primavera del 207 Asdrubale varcò le Alpi; i galli appoggiarono i cartaginesi, sia poiché odiavano i romani sia perché avevano già aiutato Annibale. Il cartaginese riuscì anche a far passare per i varchi alpini gli elefanti, che erano quasi tutti morti dieci anni prima. I due consoli in carica erano Marco Livio Salinatore e Gaio Claudio Nerone; al primo venne assegnato come nemico Asdrubale, al secondo Annibale. Entrambi li seguivano a distanza evitando lo scontro diretto, ma i romani temevano che le forze si congiungessero, divenendo così veramente imponenti. Asdrubale mandò messaggeri al fratello, dicendogli che si sarebbe ricongiunto a lui, ma vennero intercettati dai romani.

Nerone, che fronteggiava Annibale, quando seppe dell’arrivo prossimo di Asdrubale, marciò senza sosta, percorrendo 63 km al giorno (contro i circa 30 normalmente percorsi) , e si ricongiunse a Salinatore, coprendone oltre 500 marciando giorno e notte. Era infatti intenzionato a spazzare via il barcide prima che la minaccia divenisse insostenibile. Lasciò anche un gruppo di soldati ad affrontare Annibale, con l’ordine di allenarsi, per non far sospettare nulla al nemico.

Il console raggiunse il suo collega Salinatore nei pressi di Senigallia, dove si trovava con il pretore Porcio. Nerone era arrivato di notte e i cartaginesi non si erano accorti di nulla, finché la mattina seguente i romani si schierarono a battaglia e notarono che erano notevolmente aumentati. Asdrubale però evitò lo scontro, capendo di dover affrontare due consoli e si ritirò nel suo campo. La notte cercò di fuggire ma le sue guide lo abbandonarono e si perse sulle rive del Metauro alla ricerca di un guado. La mattina dopo, nel caos più totale, trovò anche i suoi soldati galli completamente ubriachi e i romani che li avevano inseguiti pronti a combattere.

Lo scontro si aprì con gli elefanti cartaginesi che inizialmente ebbero la meglio, mentre Nerone non riuscì a sconfiggere i galli sul fianco destro romano, che avevano a loro protezione un terreno piuttosto impervio (la loro posizione era stata scelta appositamente da Asdrubale dopo i bagordi della notte, per evitare che cedessero subito). Il console decise perciò di portare le sue forze sul fianco opposto, dove i romani travolsero i cartaginesi, i quali furono accerchiati e si diedero alla fuga. I galli, rimasti senza protezione, vennero massacrati dai romani senza pietà. Asdrubale si gettò nella mischia e morì in battaglia. Nerone non ebbe pietà: ne tagliò la testa e la gettò nel campo di Annibale, che poco tempo dopo fu costretto a fare ritorno in Africa.

Scipione l’Africano

Il ragazzo si distinse già diciassettenne durante la battaglia del Ticino: nel 218 a.C. avvenne il primo contatto tra le truppe di Annibale scese dalle Alpi e l’esercito romano. La prima battaglia della seconda guerra punica si trasformò in un disastro per i romani, come per molti anni a venire. Il padre, l’omonimo Publio Cornelio Scipione, era il console in carica e guidava l’esercito romano contro Annibale: finito completamente accerchiato dalla cavalleria numida del cartaginese, venne salvato miracolosamente dal giovane figlio che si gettò nella mischia da solo, riuscendolo a portare in salvo. Le doti del figlio erano già evidenti.

Il padre propose per il figlio la corona civica, data a chi avesse salvato la vita a un cittadino romano in battaglia, ma il giovane Scipione rifiutò. Nel 216 a.C. prese parte ad un’altra tragica disfatta, forse la più importante della storia per l’esercito romano, a Canne. Fu proprio lui, secondo Livio in qualità di tribuno militare a riorganizzare quel che restava dell’esercito a Canosa; il console più prudente, Lucio Emilio Paolo, era morto in battaglia e Gaio Terenzio Varrone, che aveva voluto la battaglia, era tornato a Roma. Perciò Scipione era tra i più alti in comando se non il più alto (oltre al prestigio che aveva per il coraggio mostrato al Ticino due anni prima). Permise all’esercito di riorganizzarsi e fu durissimo con chiunque volesse abbandonare il campo.

Nel 213 a.C. venne eletto edile insieme al fratello Lucio, anche contro le rimostranze dei tribuni della plebe secondo cui Scipione non aveva raggiunto l’età necessaria (solitamente gli edili avevano 30 anni, Scipione a 23-24 anni non avrebbe potuto coprire neanche la questura che era la carica precedente a quella di edile). Il futuro Africano assecondò la voce che si era diffusa tra il popolo secondo cui egli parlava con gli dei attraverso i sogni (tanto che quasi due secoli dopo Cicerone scriverà un Somnium Scipionis) e rispose che se i romani lo volevano eleggere edile, allora aveva l’età necessaria. Tuttavia nessuno ebbe il coraggio di candidarsi. Regnava lo sconforto generale nel Campo Marzio, quando il neanche venticinquenne Scipione si offrì volontario:

Nel 211 a.C. sia il padre che lo zio Gneo vennero uccisi in guerra in Spagna contro le forze cartaginesi. Lucio Marcio riuscì ad arginare le forze cartaginesi e il senato mandò Gaio Claudio Nerone con nuove forze. Tuttavia venne il momento di sostituire anche lui: si decise di convocare i comizi centuriati per eleggere un proconsole.

Busto di Scipione?, Gipsoteca di Copenaghen

« Il popolo aveva gli sguardi rivolti ai magistrati ed osservava i volti dei più importanti cittadini, i quali a loro volta si guardavano l’un l’altro. Il popolo fremeva nel vedere quanto la situazione fosse compromessa e disperava della repubblica, tanto che nessuno si arrischiava a presentarsi per ottenere il comando dell’esercito in Spagna, quando all’improvviso P. Cornelio [Scipione], figlio di quel Publio che era morto in Spagna, giovane di appena ventiquattro anni, dichiarò di porre la propria candidatura e si collocò subito in posizione elevata per attirare l’attenzione. Dopo che tutti gli sguardi si rivolsero verso di lui, la moltitudine con grida di simpatia e favore gli augurò senza indugio un comando felice e fortunato. Quando poi si iniziò a votare, tutti fino all’ultimo, non solo le centurie ma i singoli cittadini, deliberarono che il comando supremo militare in Spagna fosse dato a P. Scipione. »

Tito Livio, Ab Urbe Condita Libri XXVI, 18, 6-9

Ancora una volta lontanissimo dalla soglia per essere eletto (25 anni contro i 41 necessari), Publio riuscì ad ottenere la carica. Partì come privato cittadino ma dotato di imperium proconsulare. Aveva i poteri di un proconsole ma era un privato cittadino: sostanzialmente lo stesso espediente con cui Augusto cumulò diversi poteri da rendersi imperatore.

In Spagna, nel giro di quattro anni, ottenne risultati straordinari, che lo portarono a cacciare i cartaginesi dall’isola nel 206 a.C., con la schiacciante vittoria di Ilipa. L’anno successivo sarebbe stato eletto console. Eletto console per il 205 a.C., Scipione propose di portare direttamente la guerra in Africa, sebbene Annibale continuasse a vivacchiare in Italia, seppure con una presa sempre più scarsa sul territorio. Nonostante il rifiuto del senato, che voleva prima sconfiggere Annibale, Scipione era deciso a continuare per la sua strada.

Con le legioni sopravvissute a Canne (esiliate in Sicilia finché Annibale non sarebbe stato sconfitto – mentre lo scellerato Gaio Terenzio Varrone era stato prontamente perdonato) e facendo leva sugli entusiasti alleati italici (che non vedevano l’ora di liberarsi della guerra), Scipione mise insieme un esercito. Nel 204 a.C., ottenuto il proconsolato, Scipione, sebbene in netta inferiorità numerica partì per l’Africa, dove venne raggiunto dai numidi di Massinissa: per la prima volta i romani avevano una cavalleria pari o superiore a quella di Annibale. Questi è costretto a tornare precipitosamente in Africa, richiamato, dopo la carneficina dei soldati di Siface a opera di Scipione.

L’esercito romano e cartaginese arrivarono a battaglia a Zama nel 202 a.C: il giorno prima, in un incontro privato, Annibale chiede a Scipione la pace, chiedendo che Cartagine possa mantenere l’Africa e nient’altro, ma il romano rifiuta. Il giorno seguente, Scipione supera il maestro in tattica: l’esercito cartaginese è accerchiato e massacrato, gli elefanti vengono massacrati dai veliti romani e messi in fuga ancora prima di iniziare la battaglia, è la Canne cartaginese. Cartagine non ha più alcuna possibilità di resistenza: è costretta ad accettare le durissime condizioni di pace di Roma. Restituzione di tutte le navi da guerra a Roma e tutti gli elefanti; incapacità di dichiarare guerra a chiunque, se non in Africa ma con il permesso romano e pagamento di un’indennità di diecimila talenti d’argento per cinquant’anni, oltre alla cessione in ostaggio di cento giovani cartaginesi. Scipione è fregiato del nome di Africano.

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