Privacy Policy Roma e i germani | STORIE ROMANE

I primi contatti tra romani e germani risalgono alle guerre contro cimbri e teutoni e poi alle campagne di Cesare, che attraversò il Reno e reclutò una prima guardia germanica. Nel 12 a.C. era iniziata una grande campagna militare romana voluta da Augusto per annettere i territori tra il Reno e l’Elba: dai tempi della conquista di Cesare della Gallia c’erano state scorrerie germaniche oltre il Reno e l’Elba permetteva di controllare un confine più breve. L’intento era quindi sia punitivo che difensivo: la Germania era una terra povera, acquitrinosa, piena di foreste, con pochi centri abitati e molte tribù. E’ più o meno ciò che accadrà con la Britannia, con la differenza che questa verrà conquistata.

I barbari dal punto di vista dei romani

“Tutti (i germani) vestono un saio, trattenuto da una fibbia o, in mancanza di questa, da una spina. Nudi in ogni altra parte del corpo, trascorrono intere giornate davanti al focolare acceso. I più ricchi si distinguono per la loro veste che non è svolazzante (come usano Sarmati e Parti) ma molto aderente per mettere in risalto ogni parte del corpo. Portano anche pelli di fiere; quelli che abitano vicino alle rive con una certa trascuratezza, quelli dell’interno con maggior ricercatezza non potendo acquistare alcun ornamento. Scelgono gli animali, li scuoiano, ne guarniscono la pelle con strisce di altre pelli che appartengono ai mostri generati dal più remoto Oceano e dal mare ignoto. Le donne vestono allo stesso modo degli uomini, anche se talora si ricoprono con sopravvesti di lino, guarnite di stoffe rosse. Inoltre non prolungano la parte superiore del vestito per formare maniche, cosicché le braccia rimangono nude fino alle spalle e anche la parte superiore del petto rimane scoperta. Tuttavia, presso i Germani i matrimoni hanno una severa regolamentazione, e non vi è tra le loro consuetudini una che potrebbe essere maggiormente lodata. Essi infatti, praticamente unici tra i barbari, sono paghi di una moglie ciascuno: fanno eccezione in pochissimi, non certo per la loro sensualità, ma perché la loro nobiltà rende ambito il connubio da parte di molte famiglie. Non sono le mogli a portare dote al marito, ma i mariti alla moglie. Alla cerimonia assistono genitori e parenti che valutano i doni scelti non per appagare i capricci muliebri né per dare di che adornarsi alla nuova sposa: si tratta invece di buoi, di un cavallo bardato di tutto punto e di uno scudo con framea e spada. In cambio di tali doni si riceve la moglie ed essa, in contraccambio, reca qualche arma al marito: questo è il vincolo più profondo, questi i riti arcani e sacri, queste le divinità coniugali, a loro giudizio.”

Tacito, Germania, 17-18

Druso, Tiberio, Lucio Domizio Enobarbo (nonno di Nerone e console nel 16 a.C.) e altri condussero per vent’anni campagne militari oltre il Reno. Infine tornò Tiberio quando questi ritornò dall’esilio per essere avviato alla successione. Augusto ormai riteneva la provincia pacificata e romana e inviò nel 7 d.C. Publio Quintilio Varo (che aveva governato bene in Siria), più amministratore che generale. Varo si atteggiava in tutto e per tutto come governatore di una provincia romana, sebbene i germani non si fossero ancora integrati: riscuoteva le imposte, amministrava la legge secondo l’uso romano e faceva marciare le legioni liberamente come in una provincia romana. In questo contesto Arminio era secondo in comando e affiancava Varo: nessuno nè tantomeno Varo dubitava della sua lealtà a Roma, essendo cresciuto lontano dalla Germania ed essendo cavaliere romano, anzi il comandante romano si fidava ciecamente di lui e lo considerava prezioso per la conoscenza del luogo e delle genti.

In seguito a una serie di ribellioni in Pannonia tuttavia i romani erano stati costretti a spostare molte delle loro forze verso il Danubio: a Varo restavano solo tre legioni, mentre altre due si trovavano di riserva a Mogontiacum, sul Reno. Nel 9 d.C., non sappiamo per quale motivo, Arminio decise di tradire Varo e di cacciare i romani, ergendosi a capo delle tribù germaniche. Forse Arminio credeva nella libertà del suo popolo, forse voleva solo ottenere il potere (che non avrebbe mai ottenuto a Roma nella sua misura maggiore non potendo diventare senatore e quindi non potendo neanche comandare forze legionarie), fatto sta che segretamente organizzò una sollevazione di tribù germaniche. Alla notizia della ribellione, mentre Varo si preparava a ritirarsi nei quartieri invernali sopraggiungendo la fine dell’estate, Arminio convinse Varo a muoversi immediatamente con le sue tre legioni a reprimere la rivolta, di cui tuttavia forniva informazioni errate. Riuscì infine a persuadere Varo a intraprendere una strada estremamente pericolosa, all’interno delle foreste germaniche, per attaccare i ribelli. Non sappiamo perchè Varo accettò sempre le parole di Arminio come vere, ma sicuramente si fidava di lui senza esitazioni.

Varo e Arminio si diressero dunque verso i rivoltosi, finchè giunti nella selva di Teutoburgo, identificata oggi con l’odierna Kalkriese, Arminio si staccò dall’esercito romano per raggiungere i germani pronti all’imboscata. Varo era stato avvisato della ribellione, ma non gli diede credito:

« Varo pose la sua fiducia su entrambi [Arminio ed il padre Sigimero], e poiché non si aspettava nessuna aggressione, non solo non credette a tutti quelli che sospettavano del tradimento e che lo invitavano a guardarsi alle spalle, anzi li rimproverò per aver creato un inutile clima di tensione e di aver calunniato i Germani […] il piano procedeva come stabilito. [Arminio e i suoi Germani scortarono Varo] […] e dopo aver ottenuto il permesso di fermarsi ad organizzare le forze alleate per poi andargli in aiuto, presero il comando delle truppe [quelle nascoste nella selva di Teutoburgo], le quali erano già pronte sul luogo stabilito [per l’agguato] […] dopo di ciò le singole tribù uccisero i soldati che erano stati lasciati a presidio dei loro territori […] e poi assalirono Varo che si trovava nel mezzo di una foresta da cui era difficile uscire […] e là […] si rivelarono nemici. »

Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 19

La colonna romana, distesa su molti chilometri e formata da tre legioni e diversi reparti ausiliari, venne attaccata puntualmente e ripetutamente, senza che i romani potessero opporre una vera e propria resistenza, non potendosi schierare a battaglia.

« I barbari, grazie alla loro ottima conoscenza dei sentieri, d’improvviso circondarono i Romani con un’azione preordinata, muovendosi all’interno della foresta ed in un primo momento li colpirono da lontano [evidentemente con un continuo lancio di giavellotti, aste e frecce] ma successivamente, poiché nessuno si difendeva e molti erano stati feriti, li assalirono. I Romani, infatti, avanzavano in modo disordinato nel loro schieramento, con i carri e soprattutto con gli uomini che non avevano indossato l’armamento necessario, e poiché non potevano raggrupparsi [a causa del terreno sconnesso e degli spazi ridotti del sentiero che seguivano] oltre ad essere numericamente inferiori rispetto ai Germani che si gettavano nella mischia contro di loro, subivano molte perdite senza riuscire ad infliggerne altrettante. »

Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 20, 4-5

Tuttavia, nonostante questo, i romani resistettero per tre giorni. Alla fine del primo giorno, sebbene le perdite fossero numerose, Varo riuscì ad accamparsi su un’altura. Ma i romani erano ormai accerchiati e nel mezzo della foresta: durante il secondo giorno Varo tentò di portare l’esercito fuori dalla selva, dopo aver abbandonato tutto meno che l’indispensabile e tentato di serrare i ranghi. I romani però non riuscivano a dispiegare i reparti nella foresta e finivano per darsi fastidio a vicenda mentre i germani li attaccavano. Il terzo giorno fu la fine: ripreso a piovere copiosamente e decimati, i romani furono attaccati senza tregua. Varo si tolse la vita, mentre i sopravvissuti che erano in procinto di raggiungere l’uscita della foresta furono quasi del tutto massacrati dai germani.

« Quintilio Varo si mostrò più coraggioso nell’uccidersi che nel combattere […] e si trafisse con la spada »

Velleio Patercolo, Storia Romana, II, 119, 3

Tre legioni (la XVII, XVIII e XIX) furono sterminate e mai più ricostruite. Quando la notizia giunse a Roma Augusto perse completamente la testa, sia per la rabbia sia per il timore di un’invasione germanica. Narra Svetonio che Augusto prendesse a testate il muro gridando contro Varo:

« Quando giunse la notizia… dicono che Augusto si mostrasse così avvilito da lasciarsi crescere la barba ed i capelli, sbattendo, di tanto in tanto, la testa contro le porte e gridando: “Varo rendimi le mie legioni!”. Dicono anche che considerò l’anniversario di quella disfatta come un giorno di lutto e tristezza”. »

« Augusto quando seppe quello che era accaduto a Varo, stando alla testimonianza di alcuni, si strappò la veste e fu colto da grande disperazione non solo per coloro che erano morti, ma anche per il timore che provava per la Gallia e la Germania, ma soprattutto perché credeva che i Germani potessero marciare contro l’Italia e la stessa Roma. »

Svetonio, Vite dei dodici Cesari II, 23; Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 23, 1

La vendetta romana e la rinuncia alla Germania

I germani si avventarono sui sopravvissuti, torturandoli e massacrandoli, tanto da rendere poi difficoltoso il riconoscimento dei morti quando Germanico li trovò alcuni anni dopo:

«La crudeltà dei nemici germani aveva fatto a pezzi il cadavere, quasi completamente carbonizzato, di Varo, e la sua testa, una volta tagliata, fu portata a Maroboduo, il quale la inviò a Tiberio Cesare, perché fosse seppellita con onore […] Poiché i Germani sfogavano la loro crudeltà sui prigionieri romani, Caldo Celio [caduto prigioniero], un giovane degno della nobiltà della sua famiglia, compì un gesto straordinario. Afferrate le catene che lo tenevano legato, se le diede sulla testa con tale violenza da morire velocemente per la fuoriuscita di copioso sangue e delle cervella.»

«Ad alcuni soldati romani strapparono gli occhi, ad altri tagliarono le mani, di uno fu cucita la bocca dopo avergli tagliato la lingua.»

«[Germanico giunse sul luogo della battaglia, ove] nel mezzo del campo biancheggiavano le ossa ammucchiate e disperse […] sparsi intorno […] sui tronchi degli alberi erano conficcati teschi umani. Nei vicini boschi sacri si vedevano altari su cui i Germani avevano sacrificato i tribuni ed i principali centurioni.»

VELLEIO PATERCOLO, STORIA ROMANA II, 119-20
FLORO, EPITOME DE T. LIVIO BELLORUM OMNIUM ANNORUM DCC LIBRI DUO, II, 36-37
TACITO, ANNALI, I, 61

Tiberio aveva deciso di seguire gli insegnamenti di Augusto e quindi di non espandere la frontiera, ma di mantenere il limes. Perciò, dopo un suo primo intervento tra il 10 e 11 d.C., volto a prevenire invasioni come quelle dei cimbri e dei teutoni un secolo prima, una volta diventato imperatore nel 14, fu il nipote Germanico (figlio di suo fratello Druso maggiore) a terminare l’opera. Si trovava infatti in Gallia a raccogliere i dati del censimento voluto da Augusto quando seppe della morte di quest’ultimo. Mossosi a sedare la rivolta delle legioni germaniche dopo la notizia della morte del principe, colse l’occasione per intraprendere una campagna contro i germani.

La campagna di Germanico procedeva bene e decise di passare all’attacco, attraversando il Reno nella zona occupata dei batavi, andando incontro alle forze che avevano messo insieme i barbari dell’ex cavaliere romano. Prima della battaglia Arminio chiese di parlare col fratello Flavo, che combatteva ancora per i romani. L’incontro, approvato da Germanico, si fece in riva al fiume, che li separava:

«Tra i Romani e i Cherusci scorreva il fiume Visurgi. Arminio con gli altri capi si fermò su la riva e domandò se Cesare era giunto. Gli fu risposto che era già lì; allora pregò che gli fosse consentito un colloquio con il fratello. Questi, di nome Flavio, militava nel nostro esercito ed era noto per la sua lealtà. Pochi anni prima, mentre combatteva agli ordini di Tiberio, per una ferita aveva perduto un occhio. Ricevuta l’autorizzazione, si fa avanti e Arminio lo saluta; poi fa allontanare la scorta e chiede che vadano via anche gli arcieri, schierati lungo la riva. Non appena se ne furono andati, Arminio domanda al fratello come mai ha uno sfregio sul volto. Questi allora gli riferisce il luogo e la battaglia dove è avvenuto e Arminio gli chiede quale compenso abbia ricevuto; Flavio gli comunica l’aumento di stipendio, il bracciale, la corona e le altre decorazioni militari ottenute; e Arminio schernisce la grama mercede avuta per essere schiavo. A questo punto si mettono ad altercare uno contro l’altro: uno esalta la grandezza di Roma, la potenza dell’imperatore, le gravi pene inflitte ai vinti, la clemenza accordata agli arresi; e gli assicura che sua moglie e suo figlio non sono trattati da nemici. L’altro ricorda la santità della patria, la libertà avita, gli dèi tutelari della Germania e la madre, che si unisce alle sue preghiere; e lo ammonisce a non disertare, a non tradire i suoi. Poco a poco scesero alle ingiurie e poco mancò che si azzuffassero e neppure il fiume che scorreva tra loro avrebbe costituito un ostacolo, se non fosse accorso Stertinio a calmare Flavio, il quale, infuriato, chiedeva armi e un cavallo. Sull’altra riva si scorgeva Arminio che in atteggiamento minaccioso ci sfidava a battaglia; nel suo parlare frammischiava parecchi vocaboli in latino, poiché aveva militato negli accampamenti romani come comandante dei suoi connazionali.»

TACITO, ANNALES II, 9-10

Cariovaldo, capo dei batavi, alleati dei romani, una volta attraversato il fiume, si lanciò all’inseguimento dei cherusci, senza sospettare un’imboscata: infatti erano fuggiti dalla pianura per evitare lo scontro in campo aperto. L’attacco a sorpresa riuscì e i batavi si diedero alla fuga, senza successo, poiché ormai erano circondati. Tentarono di sfondare l’accerchiamento, ma Cariovaldo fu colpito e i batavi si salvarono solo grazie all’intervento della cavalleria di Stertino, che misero in salvo i sopravvissuti. Nel frattempo Germanico, varcato il Visurgi, venne a sapere da un disertore che Arminio avrebbe attaccato l’accampamento di notte; perciò schierò l’esercito a battaglia nel campo e quando questi attaccarono vennero respinti. Il giorno seguente, Arminio, incalzato da Germanico, accettò di combattere in campo aperto, nella piana di Idistaviso, collocata tra il fiume Visurgi e le colline; i germani avevano una fitta foresta alle loro spalle. Era il 16 d.C.

Germanico dispose l’esercito seguendo l’ordine di marcia, con in prima linea gli ausiliari galli e germani, poi gli arcieri, quattro legioni, due coorti di pretoriani con ai fianchi la cavalleria, poi altre quattro legioni e infine la fanteria leggera e gli arcieri a cavallo e le altre coorti ausiliarie. In questo modo, adottando uno schieramento simmetrico, i romani avrebbero potuto respingere un attacco da ogni direzione. I cherusci furono i primi ad attaccare, lanciandosi dai colli. Germanico ordinò alla cavalleria di attaccarli sul fianco e a Stertino di lanciare l’attacco alle spalle, mentre lui sarebbe giunto per chiuderli in una morsa. I germani, non reggendo l’urto delle legioni, si diedero immediatamente alla fuga, mentre Arminio urlava per tentare di fermarli. Combatté come un leone ma alla fine fu costretto a fuggire, dopo essersi imbrattato il viso di sangue per non essere riconosciuto.

La guerra però non era ancora conclusa. Arminio, fuggito, riorganizzò le forze e si spostò più a nord, dove fece erigere un enorme fortificazione, il vallo Angrivariano, che bloccava la strada ai romani tra le palude e le foreste della Germania, per attaccarli in modo simile a Teutoburgo. Ma Germanico non era Varo:

«Quella vista suscitò ira e dolore nei Germani più che i caduti, le ferite, il massacro. Coloro che poco prima si accingevano ad abbandonare le loro sedi e ritirarsi al di là dell’Elba, ora vogliono combattere, danno di piglio alle armi e tutti, i notabili e il popolo, i vecchi e i giovani, improvvisamente si avventano su le schiere romane, vi gettano lo scompiglio. Alla fine scelgono una località chiusa tra il fiume e le foreste, una pianura umida e angusta; tutt’attorno, una palude profonda, tranne che dal lato dove gli Angrivari avevano innalzato un largo argine, per separarsi dai Cherusci. Qui si fermò la fanteria; la cavalleria invece si nascose nei boschi vicini per prendere alle spalle le legioni penetrate nella selva. Di questi accorgimenti nulla sfuggiva a Cesare: i piani, le posizioni, sia visibili sia occulti, conosceva ogni cosa e si preparava a volgere a loro danno le astuzie del nemico. Al legato Seio Tuberone affida la cavalleria e la pianura; e dispone la schiera dei fanti in modo che una parte penetrasse nella foresta dove l’accesso era in piano, un’altra parte cercasse di salire su l’argine. Tenne per sé l’aspetto più arduo dell’impresa, lasciò il resto ai luogotenenti. Quelli che avevano avuto in sorte il terreno in piano, avanzarono senza difficoltà; ma quelli che dovevano scalare il terrapieno, quasi si arrampicassero su un muro, subivano gravi colpi dall’alto.»

TACITO, ANNALI, II, 19-20

Germanico conosceva ogni mossa del nemico, a differenza di Varo, e aveva deciso di marciare in assetto da battaglia, pronto a combattere sul posto. Il fronte si preparò a prendere il terrapieno anche con l’uso di macchine d’assedio, mentre le coorti pretorie respingevano i nemici che venivano dalla foresta e la cavalleria, tenuta al centro nella pianura, colpiva duramente dove necessario; in piano i romani nn ebbero alcuna difficoltà, ne incontrarono di più soprattutto lungo la fortificazione, difesa strenuamente. Germanico fece avanzare arcieri e frombolieri e macchine d’assedio. Alla fine il terrapieno fu preso, mentre i barbari, costretti tra i romani e la palude venivano massacrati senza alcuna pietà. Il comandante romano si tolse l’elmo per farsi riconoscere nella mischia e implorava i romani di non avere alcuna pietà. Fu una carneficina:

«Il comandante si rese conto che la battaglia da vicino era impari e quindi distanziò un poco le legioni, e dette ordine ai frombolieri e ai lanciatori di pietre di scagliare i proiettili e gettare lo scompiglio nelle schiere nemiche. Dalle macchine di guerra furono lanciati giavellotti e i difensori dell’argine quanto più erano in vista da tante più ferite erano sbalzati giù. Occupato il terrapieno, Cesare per il primo con le coorti pretorie si lanciò verso le foreste; qui lo scontro fu corpo a corpo. Il nemico era chiuso alle spalle dalla palude, i Romani dal fiume e dai monti: sia gli uni sia gli altri dovevano combattere sul luogo, senza altra speranza che il valore, altro scampo che vincere. Non era inferiore l’animo dei Germani, ma si trovavano in condizione d’inferiorità per il genere del combattimento e delle armi: stretti in così gran numero in luoghi angusti, non riuscivano né a protendere né a ritirare le loro lunghissime aste, né a valersi della propria agilità e rapidità, ma erano costretti a combattere sul posto; i nostri, al contrario, con lo scudo aderente al petto e la mano stretta all’impugnatura della spada, trafiggevano le membra imponenti dei barbari e i loro volti scoperti e si aprivano il passo massacrando i nemici, mentre Arminio ormai dopo tante prove senza sosta non aveva più lo stesso ardore o forse lo indeboliva la recente ferita. Mentre a Inguiomero, che sembrava volasse lungo tutta la schiera, mancava la fortuna più che il valore. E Germanico per farsi riconoscere meglio s’era tolto l’elmo dal capo e pregava i suoi di insistere nel massacro: non c’era bisogno di prigionieri, solo lo sterminio di quel popolo avrebbe messo fine alla guerra. Solo al calar della sera ritirò dal combattimento una legione affinché allestisse l’accampamento; tutte le altre fino a notte si saziarono del sangue nemico. I cavalieri combatterono con esito incerto. Nell’allocuzione, Cesare espresse i suoi elogi ai vincitori; poi, eresse un trofeo d’armi con una iscrizione superba: «Debellati i popoli tra il Reno e l’Elba, l’esercito di Tiberio Cesare ha consacrato questo monumento a Giove, a Marte e ad Augusto». Di sé nulla aggiunse, per timore dell’invidia e perché riteneva bastasse la coscienza di ciò che aveva fatto. Sùbito dopo affidò a Stertinio la campagna contro gli Angrivari, a meno che non si affrettassero ad arrendersi; e quelli supplici nulla ricusarono e ottennero il perdono.»

TACITO, ANNALI, II, 20-22

L’impero e i barbari

Nei secoli seguenti il confine renano fu tranquillo, fino al III secolo d.C. Da allora iniziarono una serie di incursioni, più o meno respinte dai romani. Gli Agri Decumates furono abbandonati nello stesso secolo e nella zona si insediarono grossomodo gli alemanni. Ma il 31 dicembre del 406 d.C., in seguito alla glaciazione del Reno, masse di popolazioni barbariche (visigoti, franchi, svevi, alemanni, vandali etc.), pressate da genti nomadi e attratte da una prospettiva di ricchezza e vita migliore, attraversarono il limes.

I romani non furono in grado di contenere l’arrivo massiccio di genti germaniche: in Gallia e Spagna vennero stipulati trattati di foederati (cioè la cessione di una parte delle terre ai barbari in cambio di aiuto militare), con il conseguente sempre maggiore imbarbarimento dell’esercito (dovuto anche alla mancanza di reclute in seguito al disastro di Adrianopoli del 378 d.C.). Andò peggio per l’Africa: una delle province più romanizzate finirà per essere conquistata dai vandali, che imporranno un dominio estremamente diverso da quello “collaborativo” tenuto da franchi, burgundi, visigoti e altri. Perseguiteranno infatti l’aristocrazia romana e instaureranno un regno fortemente ariano, perseguitando i niceni, fino alla riconquista di Giustiniano (ma l’arrivo degli Arabi nel VII secolo spazzerà via ogni traccia di romanità rimasta).

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