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Lucio Sergio Catilina nasce nel 108 a.C. La famiglia dei Sergii era di origine patrizia ma ormai da molto tempo non aveva un ruolo politico di rilievo: l’ultimo dei Sergii ad aver ricoperto il consolato era stato addirittura Gneo Sergio Fidenate Cosso nel 380 a.C. Catilina, durante la guerra civile tra Mario e Silla diventa sostenitore del secondo; negli anni successivi ricopre tutte le cariche del cursus honorum: questore, edile, pretore e governatore d’Africa nel 67 a.C. Al suo ritorno, nel 66 a.C., Catilina decide di candidarsi come console.

Il tentativo fallito di farsi eleggere console

Catilina è però subito processato per concussione e abuso di potere, da cui viene assolto; viene poi accusato di cospirazione e viene nuovamente assolto. A causa della scadenza dei termini non poté candidarsi nel 65 a.C. Solo nel 64 poté finalmente candidarsi a console per l’anno successivo, il 63 a.C. Il senato tuttavia, per contrastare la sua popolarità, gli oppone il giovane homo novus e avvocato Marco Tullio Cicerone, insinuando contro di lui tutte le voci che circolavano all’epoca, ossia di essere un incestuoso, un assassino e un degenerato. Alla fine sarà proprio Cicerone e Gaio Antonio Ibrida, zio di Marco Antonio, a trionfare nella lotta per il consolato.

Catilina ritentò la candidatura per l’anno seguente, il 62 a.C., guadagnandosi l’appoggio popolare, promettendo la redistribuzione delle terre e la remissione dei debiti; frequentava anche attori e gladiatori, causando lo scontento del senato che vedeva in lui una minaccia. Nel frattempo, secondo Sallustio, cominciava a mettere da parte armi e istigare il popolo in tutta Italia, convinto che avrebbe manipolato facilmente Gaio Antonio e ottenuto il consolato per l’anno successivo. Catilina venne sconfitto infine da Lucio Licinio Murena, gradito al senato (il quale venne a sua volta accusato di corruzione da Servio Sulpicio, venendo comunque assolto grazie alla difesa di Marco Licinio Crasso e Marco Tullio Cicerone, che compose l’orazione Pro Murena).



La congiura

«Nel frattempo Manlio in Etruria istigava la plebe, desiderosa di cambiamenti allo stesso tempo per la miseria e per il risentimento dell’ingiustizia subita, poiché, durante la dittatura di Silla, aveva perso i campi e tutti i suoi beni; inoltre istigava i ladri di qualsiasi genere, di cui in quella regione c’era grande abbondanza, e alcuni coloni sillani, ai quali, per dissolutezza e lussuria, non era rimasto nulla di ciò che avevano rubato.»

Sallustio, De Catilinae coniuratione, 28

Catilina era ormai convinto che l’unico modo di ottenere il potere era con la forza, visto che non era stato sufficiente neanche rendersi amico il popolo. Tentò proprio di istigare quest’ultimo, ricevendo l’aiuto di Gaio Manlio in Etruria, un proprietario terriero del luogo (ed ex comandante sillano). Nel frattempo Cicerone presentava in senato delle lettere anonime che accusano Catilina di cospirazione, in cui si diceva che stava radunando uomini attorno a Fiesole e che avesse chiesto aiuto anche a diverse tribù galliche ma che gli allobrogi avevano rifiutato e comunicato al console della congiura imminente. Contemporaneamente le elezioni vedevano vincitore Murena, che accusavano Catilina della congiura.

La congiura era ormai pronta a partire, quando Fulva, amante del congiurato Quinto Curio, informava il 7 novembre 63 a.C. Cicerone della congiura e del fatto che intendessero assassinarlo; quella sera stessa il console scampava al tentativo di omicidio dei congiurati Cornelio e Vargunteio che si erano presentati a casa sua. Il giorno successivo, l’8 novembre, il senato era riunito nel tempio di Giove Statore, dove era presente anche Catilina. Contro di lui piombò immediatamente il console Cicerone:

“Quo usque tandem abutere Catilina patientia nostra?”

“Fino a quando abuserai, o Catilina, della nostra pazienza?”

Cicerone, Catilinarie, I, 1

Cicerone ottenne l’emanazione di un senatusconsultum ultimum (de re publica defendenda), che conferiva ai consoli i massimi poteri disponibili, incaricandoli della salvezza della repubblica; era perfino revocato ai cittadini da loro condannati a morte il diritto di appellarsi al popolo, la provocatio ad populum: Cetego e Lentulo, due catilinari che none erano scappati con Catilina in Etruria furono condannati immediatamente a morte e strangolati dopo essere stati dedotti nel carcere mamertino.

“Anche noi disponiamo di un decreto del senato, ma è chiuso in archivio, come una spada nel fodero. In applicazione a questo decreto dovresti essere già morto, Catilina. Invece sei vivo. Sei vivo non per rinunciare alla tua folle impresa, ma per portarla avanti! […] Ricordi? Il 21 ottobre [del 63 a.C.] ho dichiarato in senato che in un giorno ben preciso, cioè il 27 ottobre, Caio Manlio, tuo complice e collaboratore in questa pazzia, avrebbe dato inizio alla rivolta armata. Mi sono forse sbagliato […] sulla sua data? Sempre io ho denunciato in Senato che il 28 ottobre avevi stabilito di trucidare gli aristocratici […]. Puoi forse negare che proprio quel giorno, bloccato dalle mie misure difensive, non hai potuto attentare allo Stato? E quel giorno non dicevi che ti saresti accontentato di uccidere me, che ero rimasto, mentre tutti gli altri erano fuggiti?”

Cicerone, Catilinarie, I, 4-7

Non sapremo forse mai se Catilina credeva realmente in una redistribuzione delle ricchezze e una maggiore uguaglianza del popolo romano o se fosse solo un mezzo per ottenere il potere, come paventato dagli storici successivi, che lo incolpano di ogni nefandezza; quel che è certo è che la repubblica romana dopo l’estensione della cittadinanza agli italici con la guerra sociale, l’accumulo di ricchezze dopo la seconda e specialmente terza guerra punica, le prime guerre civili tra Mario e Silla e i tentavi falliti dei due Gracchi di restaurare la repubblica avesse bisogno di profondi cambiamenti, che infine ebbe con il riassetto augusteo del principato solo alla fine del secolo.

La fine

Catilina era fuggito da Manlio, insieme al quale aveva raccolto un esercito, che però era inferiore di numero a quello che gli inviò contro la repubblica, il cui comando era stato affidato all’altro console del 63 e ora proconsole, Gaio Antonio Ibrida. Il quale cedette il comando al suo legato Marco Petreio e a Publio Sestio, suo legato, adducendo una malattia; in realtà Antonio era stato sospettato di appoggiare, almeno inizialmente, i catilinari. C’erano dei sospetti anche su un giovane Giulio Cesare, che in senato tentò senza di riuscirci ad apporsi alle esecuzioni di Cicerone, chiedendo la prigione a vita per i congiurati. La battaglia, comunque, avvenne infine a Pistoia il 5 gennaio del 62 a.C., due giorni dopo che il senato aveva dichiarato Catilina hostis publicus. Il sapeva di non avere scampo:

«So assolutamente, o soldati, che le parole non aggiungono valore e che un esercito non diventa coraggioso da vile né forte da pavido per un discorso del generale. Quanto è grande il coraggio nell’animo di ciascuno per indole o per educazione, tanto grande è solito manifestarsi in guerra. Colui che né la gloria né i pericoli incitano, lo potresti esortare invano: il timore dell’animo tappa le orecchie. Ma io vi ho convocato per ammonirvi riguardo a poche cose e contemporaneamente per esporvi il motivo del mio piano. Invero certamente sapete, o soldati, qual grave danno abbiano portato a noi la viltà e l’indolenza di Lentulo, e anche a lui stesso, e per quale modo mentre aspettavo rinforzi dalla città, non sono potuto partire per la Gallia. Ora dunque a quale punto sia la nostra situazione, voi tutti lo capite insieme a me. Due eserciti nemici ci sbarrano la strada, uno dalla città e uno dalla Gallia; rimanere più a lungo in questi luoghi, anche se il nostro animo lo desidera moltissimo, lo impedisce la mancanza di frumento e di altre cose. Dovunque ci piaccia andare, bisogna aprirsi la strada con le armi. Perciò vi esorto a essere forti e pronti e, quando entrerete in combattimento, a ricordare che voi portate nelle vostre mani destre ricchezze, onore, gloria, senza contare la libertà e la patria. Se vinceremo, non correremo più alcun pericolo; ci saranno vettovaglie in abbondanza, municipi e colonie spalancheranno le porte. Se, causa la paura, ci saremo ritirati, quei medesimi diventeranno ostili, nessun amico, nessun luogo potrà proteggere chi le armi non siano riuscite a proteggere. Inoltre, soldati, non è il medesimo bisogno a incombere su di noi e su di loro: noi combattiamo per la patria, per la libertà, per la vita; per loro è superfluo combattere per il potere di pochi. Perciò, attaccate con maggior audacia, memori dell’antico valore! Vi sarebbe stato concesso passare la vita in esilio con il massimo disonore: alcuni di voi avrebbero potuto bramare a Roma, dopo aver perso le proprie, le ricchezze di altri. Poiché quelle azioni sembravano turpi ed intollerabili agli uomini, avete deciso di seguire queste. Se volete abbandonare questa situazione, c’è bisogno di coraggio; nessuno, se non da vincitore, ha mai cambiato in pace una guerra. In guerra il massimo pericolo è quello di coloro che di più hanno paura; il coraggio è considerato come un muro. Quando vi guardo, o soldati, e quando considero le vostre azioni, mi prende una grande speranza di vittoria. L’animo, l’età, il valore vostri mi incoraggiano, e la necessità, inoltre, che rende coraggiosi anche i pavidi. E infatti l’inaccessibilità del luogo impedisce che la moltitudine dei nemici possa circondarci. Se la fortuna si sarà opposta al vostro valore, non fatevi ammazzare invendicati, e neppure, una volta catturati, non fatevi trucidare come bestie piuttosto che lasciare ai nemici una vittoria cruenta e luttuosa combattendo alla maniera degli eroi!»

Sallustio, De coniuratione Catilinae, 58

Cicerone descriverà così alcuni anni dopo, nel 56 a.C., nella pro Caelio (un amico di Catilina) l’uomo che aveva tentato di sovvertire la repubblica:

«vi erano in quest’uomo caratteristiche singolari: la capacità di legare a sé l’animo di molti con l’amicizia, conservarseli con l’ossequio, far parte a tutti di ciò che aveva, prestar servigi a chiunque con il denaro, con le aderenze, con l’opera…»

Cicerone, Pro Caelio, 10-14


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