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Per convenzione la nascita di Roma è fatta risalire al 21 aprile del 753 a.C., momento in cui Romolo fonda la città secondo la tradizione sul colle Palatino, in opposizione al fratello Remo che la voleva fondare sull’Aventino.

« Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, interrogati mediante aruspici, chi avrebbe dato il nome alla città e chi vi avrebbe regnato. Per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi dodici quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re entrambi. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dallo scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette [più probabilmente il pomerium, il solco sacro] e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ucciso aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura». In questo modo Romolo s’impossessò del potere e la città prese il nome del suo fondatore. »

(T. Livio, Ab Urbe condita libri, I, 7)

Pietro da Cortona – Il ratto delle sabine

Subito dopo Romolo traccia un pomerium, un confine sacro e inviolabile (cosa che ripeterà, simbolicamente, Costantino, nell’atto di ri-fondare Bisanzio come Costantinopoli) e fonda un asylum per accogliere genti stranieri tra i romani, i cui discendenti saranno chiamati quiriti per distinguerli da questi “immigrati” e dai nuovi cittadini romani.

Infatti sarà sempre tratto caratteristico della civiltà romana quello di accogliere gli stranieri, senza distinzione di razza e di cultura, e di farne romani – purché essi si assimilino alla cultura romana e non viceversa – tanto da avere imperatori africani come Settimio Severo o addirittura un arabo, Filippo l’Arabo per l’appunto.

Anche se tra le popolazioni del Lazio non doveva esserci grande differenza né linguistica né culturale, i romani mantennero intatto questo spirito ben oltre i confini dell’Italia centrale, facendone un punto di forza.

« Dopo la fondazione Romolo riunì uomini errabondi, indicò loro come luogo di asilo il territorio compreso tra la sommità del Palatino e il Campidoglio e dichiarò cittadini tutti coloro dei vicini villaggi che si rifugiassero lì. »

(Strabone, Geografia, V, 3,2)

Tuttavia l’insieme di genti che aveva creato la città di Roma era privo di donne, motivo di preoccupazione per il futuro:

« […] Romolo su consiglio dei Senatori, inviò ambasciatori alle genti vicine per stipulare trattati di alleanza con questi popoli e favorire l’unione di nuovi matrimoni. […] All’ambasceria non fu dato ascolto da parte di nessun popolo: da una parte provavano disprezzo, dall’altra temevano per loro stessi e per i loro successori, ché in mezzo a loro potesse crescere un simile potere. »

(T. Livio, Ab Urbe condita libri, I, 9)



Il ratto delle sabine

Poco dopo Romolo organizza in una grande conca tra il Campidoglio e il Palatino, che sarebbe divenuta sede del circo massimo, una corsa di carri con i vicini sabini; seconda la leggenda è l’occasione in cui i romani, approfittando del diversivo, rapiscono le donne dei sabini: il ratto delle sabine. Così prende forma la città di Roma: da un fratricidio e un rapimento, intervallato da un’apertura ai forestieri (se tali si possono definire gli abitanti dei colli circostanti).

« Quando arrivò il momento stabilito dello spettacolo e tutti erano concentrati sui giochi, come stabilito, scoppiò un tumulto ed i giovani romani si misero a correre per rapire le ragazze. Molte cadevano nelle mani del primo che incontravano. Quelle più belle erano destinate ai senatori più importanti. […] »

(T. Livio, Ab Urbe condita libri, I, 9)

Ciò provocò una guerra imminente con i vicini e specialmente con i sabini – comandati da Tito Tazio -, le cui figlie erano ora spose dei romani:

« Da una parte supplicavano i mariti [i Romani] e dall’altra i padri [i Sabini]. Li pregavano di non commettere un crimine orribile, macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di evitare di macchiarsi di parricidio verso i figli che avrebbero partorito, figli per gli uni e nipoti per altri. »

(T. Livio, Ab Urbe condita libri, I, 13)

« Là mentre stavano per tornare a combattere nuovamente, furono fermati da uno spettacolo incredibile e difficile da raccontare a parole. Videro infatti le figlie dei Sabini, quelle rapite, gettarsi alcune da una parte, ed altre dall’altra, in mezzo alle armi ed ai morti, urlando e minacciando con richiami di guerra i mariti ed i padri, quasi fossero possedute da un Dio. Alcune avevano tra le braccia i loro piccoli… e si rivolgevano con dolci richiami sia ai Romani sia ai Sabini. I due schieramenti allora si scostarono, cedendo alla commozione, e lasciarono che le donne si ponessero nel mezzo. »

(Plutarco, Vita di Romolo, 19, 1-3)

La fine dei combattimenti portò ad un accordo tra Romolo e Tito Tazio: i due si sarebbero spartiti il regno. Di lì a poco tuttavia il secondo morì e Romolo rimase unico padrone dei romani e dei sabini.

I romani tuttavia non usarono mai il computo Ab urbe condita (dalla fondazione dell’Urbe) per contare gli anni, bensì gli anni dei consoli e, prima dell’istituzione della res publica, gli anni di regno dei re; in età imperiale si conteggerà l’anno ancora in base al console in carica (oltre all’anno di tribunicia potestas dell’imperatore, equivalente al suo anno di “regno”), e ciò continuerà fino all’età di Giustiniano, nel VI secolo.

Proprio la fine di questo sistema di conteggio porterà in auge il sistema di calcolo degli anni del monaco Dionigi il piccolo, messo a punto in quel periodo, che tuttavia era errato di circa 3-5 anni (sbagliava probabilmente la data della nascita di Cristo  poiché Erode era morto forse nel 4 a.C. e non nell’ 1 d.C.; a quell’epoca lo zero non esisteva e la data di nascita era stata fissata dunque all’ 1 d.C).

Flavio Giuseppe infatti ricorda un’eclissi lunare la notte della morte di Erode e l’unica possibile sarebbe pertanto quella avvenuta il 13 marzo del 4 a.C. Nonostante l’errore, la datazione della nascita di Roma 750 anni prima la morte di Erode è corretta, l’unico errore risiede con ogni probabilità nell’errato calcolo della data di nascita di Cristo.


Bibliografia in pillole:

  • Giovanni Brizzi, Storia di Roma. 1.Dalle origini ad Azio, Bologna, Pàtron, 1997
  • Andrea Carandini, La nascita di Roma: dei, lari, eroi e uomini all’alba di una civiltà, Torino, 1998
  • Andrea Carandini, Roma il primo giorno, Roma-Bari, Laterza, 2007

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2 pensieri su “Il natale di Roma

  • 27 Aprile 2017 alle 7:28
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    La conca tra Palatino e Aventino è il circo Massimo. Tra Palatiano e Campidoglio si trova il foro.

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    • 27 Aprile 2017 alle 17:22
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      Esatto, infatti nel luogo dove sorgerà il circo massimo i romani gareggiarono con i sabini, per attuare il famoso ratto 🙂

      Rispondi

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