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In seguito alla fine della dinastia dei Severi con Alessandro Severo, nel 235 d.C., si apre nell’impero romano un cinquantennio di profonda crisi, rinominato dagli studiosi anarchia militare. Fautore di una politica pro senatoria, si attirò le antipatie dei soldati, che infine lo uccisero a Mogontiacum mentre trattava con gli alemanni per ottenere una pace incruenta.

Alessandro Severo

La congiura era stata capeggiata da un soldato di oscure origini, Massimino il Trace, di cui gli autori antichi mettevano in evidenza l’enorme stazza, che sarebbe stata di circa 2,40 m. Ironicamente era stato lo stesso Alessandro, una decina di anni prima, a far tornare in servizio Massimino, che ormai era in congedo già da diversi anni (infatti il Trace era nato ai tempi di Marco Aurelio):

« Non ti ho affidato, o Massimino mio carissimo e affezionato, il comando di soldati veterani, perché ho temuto che tu non potessi ormai più correggere i loro vizi, che si erano formati sotto il comando di altri. Hai ora sotto il tuo comando delle reclute. Fai in modo che apprendano la vita militare secondo i tuoi insegnamenti, il tuo valore, il tuo impegno, in modo che tu possa procurarmi molti Massimini, tanto importanti allo Stato. »

Historia Augusta – I due Massimini, 5.6-7

Massimino il Trace

Macrino era stato il primo imperatore di estrazione equestre, Massimino fu forse il primo di origini barbariche; troviamo infatti nel 208 in Dacia un governatore che si chiama Gaio Giulio Massimino e al contempo delle iscrizioni nel castrum di Brigetio di un certo Gaio Giulio Massimino custos armorum della legio I adiutrix (CIL, III, 10984). A giudicare dal nome e dal fatto che chi acquisiva la cittadinanza riceveva il nome del “patrocinatore”, per usare un termine improprio, si potrebbe supporre che dunque Massimino avesse ottenuto la cittadinanza romana dopo aver servito per il governatore (o almeno che questi lo abbia adottato).

In ogni caso ormai la crisi era in atto: l’élite senatoria cominciava a perdere la sua supremazia a favore dei cavalieri, classe che aveva cominciato a ritagliarsi un suo peso politico sempre maggiore a partire da Settimio Severo, che aveva affidato il comando delle sue nuove legioni a prefetti di origine equestre e aveva stabilito che i primipili ottenessero di diritto il rango equestre. In questo contesto dove c’era un sempre maggiore bisogno di militari di professione (sia nei quadri minori che in quelli superiori) si inserivano due problemi di lungo corso: le conseguenze demografiche della peste antonina che aveva decimato l’impero e la crisi monetaria, in parte derivata da quest’ultima, cui aveva tentato di porre un freno Caracalla concedendo a tutti la cittadinanza romana (e quindi facendo pagare più tasse, come suggeriva già Cassio Dione) e emettendo una nuova moneta, l’antoniniano, dal valore di due denari ma dal peso di un denario e mezzo.

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Le prime invasioni: crisi politica, monetaria e demografica

L’antoniano, emesso dapprima da Caracalla (e da cui prende il nome: l’imperatore si chiamava ufficialmente Marco Aurelio Antonino Caracalla) ebbe inizialmente un peso di 1,6 denari ma ne valeva due: unito al provvedimento della Constitutio Antoniniana, permise di aumentare ampiamente le entrate e il bacino di reclutamento, ottemperando dunque al consiglio paterno in punto di morte di preoccuparsi solo dei soldati.

Per approfondire la questione della cittadinanza consiglio di leggere questo articolohttp://storieromane.altervista.org/cittadini-e-barbari/

Tuttavia la concessione della cittadinanza in modo (quasi) del tutto indiscriminato, unita ai problemi demografici dovuti alle conseguenze della peste antonina, portò a degli squilibri politici, con l’avvento al potere di nuove classi sociali di estrazione più modesta e avulse dalla tradizione antica, in quanto di recente immessi nel corpo della cittadinanza. Inoltre il preponderante peso dell’esercito dato da Settimio Severo all’esercito fece sì che gli equilibri si spostassero dall’elité senatoria alla classe equestre (inoltre aveva affidato il comando delle tre legioni che aveva arruolato a prefetti di rango equestre).

Le invasioni barbariche del III secolo

La morte di Alessandro Severo vide il susseguirsi di diverse guerre civili: tutti gli imperatori, da Massimino in poi durano al massimo pochi anni. In meno di cinquant’anni abbiamo più di venti imperatori, morti quasi tutti violentemente. Contemporaneamente molte popolazioni barbariche premevano e sfondavano i confini, tra cui i goti che giunsero anche ad Atene, mentre a oriente l’impero sasanide, ben più agguerrito dei parti, aveva preso il posto di quest’ultimi. L’imperatore Decio (249-51) morì perfino in battaglia, ad Abrittus, contro i goti. Quindi l’impero si trovava nel suo periodo di massima crisi politica, monetaria, demografica e militare allo stesso momento.

Nel 253 salì al trono l’imperatore Valeriano, questa volta di rango senatorio, associando suo figlio Gallieno come Cesare e intraprendendo una serie di spedizioni militari per rinforzare i confini. Una di queste fu la campagna contro il re persiano Sapore, che aveva approfittato dell’instabilità romana per varcare il confine. Ma, al contempo, i goti avevano varcato il confine:

« […] Goti, Borani, Urgundi e Carpi depredavano le città dell’Europa […] intanto i Persiani attaccavano l’Asia, occupando la Mesopotamia ed avanzando fino in Siria, addirittura ad Antiochia, che conquistarono, metropoli di tutto l’Oriente romano. E dopo aver ucciso una parte della popolazione e portato via come prigionieri gli altri, tornarono in patria. […] I Persiani senza dubbio avrebbero conquistato tutta l’Asia con facilità se, felici per la ricca preda conquistata, non avessero ritenuto di portarlo in patria salvo con soddisfazione. »

Zosimo, Storia nuova, I.27.2

Lo scudo romano di Dura Europos

Nel frattempo continuavano le invasioni dei persiani (nel 256 aveva distrutto l’importante fortezza romana di Dura Europos, in Siria), senza che Valeriano riuscisse a risolvere la situazione. Al contempo si diffondevano nuove epidemie e infine, forse mentre stava discutendo la pace con il re persiano, venne catturato:

« […] Sapore I chiese di incontrarsi con l’imperatore romano, per discutere ciò che fosse necessario. Valeriano, una volta accettata le risposta senza neppure riflettere, mentre si recava da Sapore in modo incauto insieme a pochi soldati, fu catturato in modo inaspettato dal nemico. Fatto prigioniero, morì tra i Persiani, causando grande disonore al nome romano presso i suoi successori. »

Zosimo, Storia nuova, I, 36.2.

La storiografia persiana riporta una versione differente, con Valeriano catturato in battaglia, ma in ogni caso l’imperatore venne tratto in prigionia e vi morì. Gallieno era rimasto unico imperatore, ma alla notizia della prigionia del padre si scatenarono nuove ribellioni, di cui la più rilevante fu quella di Postumo in Gallia, che creò un vero e proprio impero gallico, senza fare direttamente guerra a Gallieno e senza che questi la facesse a lui. Almeno fino al 263, quando Gallieno lo attaccò e lo sconfisse ripetutamente, tuttavia Postumo riuscì a restare in Gallia fino al 269, anno della sua morte. Tuttavia già nel 271 la Gallia tornava a eleggere un proprio imperatore, Tetrico.

Valeriano catturato dai persiani

Gallieno istituì un corpo di cavalleria mobile, comitatenses, per intervenire rapidamente in ogni zona minacciata, comandata da un magister equitum (probabilmente tuttavia vi facevano parte anche reparti appiedati), preludio dei futuri sviluppi di Diocleziano e Costantino, e inoltre, secondo Aurelio Vittore, proibì ai senatori di intraprendere cariche militari. Gallieno fu infine ucciso, assassinato, mentre domava la ribellione del suo magister equitum Aureolo, che pochi anni prima aveva lasciato fuggire Postumo sconfitto.

Mentre guerre civili e incursioni di barbari dilaniavano l’impero, questo viveva una profonda crisi demografica, con zone completamente spopolate, città distrutte e razziate, e il crescente peso delle spese belliche e i continui donativi ai soldati (che ricevevano la moneta d’oro in queste occasioni, quella che subiva meno la svalutazione, e finiva per essere messa da parte, riducendo ulteriormente la circolazione della moneta; inoltre per sopperire alla mancanza di denaro già Settimio Severo aveva creato l’annona militare) aveva fatto sì che la percentuale di argento nell’antoniniano – ormai unica moneta d’argento e moneta di “base – si fosse ridotta a una percentuale irrisoria: la moneta, di rame, veniva semplicemente bagnata nell’argento.

L’impero romano nel 271 d.C.

La risoluzione della crisi: gli imperatori illirici (268-284)

Il suo successore Claudio II, capace militare, fu stroncato dopo appena due anni di regno dalla peste (268-270), uno dei pochi imperatori del III secolo a morire di cause naturali e non violente. Gli succedette colui che avrebbe riportato l’impero all’unità: Aureliano (270-75). Militare di grandissima capacità, noto come manu ad ferrum per la sua durezza, era salito al trono sconfiggendo Quintillo, fratello di Claudio II il gotico (che infatti aveva sconfitto), sebbene la successiva propaganda di Aureliano dirà che il suo giorno di ascesa al trono coincida con la morte di Claudio II, che nella versione ufficiale avrebbe dunque designato l’imperatore illirico come successore.

Aureliano affrontò i barbari sul Danubio e infine respinse un’invasione di alemanni, marcomanni e iutungi in Italia nel 271: dopo una prima sconfitta nei pressi di Piacenza, i barbari si divisero per far bottino e l’imperatore li sconfisse. Tuttavia la minaccia ormai era concreta e l’Urbe si dotò delle celebri mura aureliane.

« Aureliano voleva affrontare l’esercito nemico tutto insieme, riunendo le proprie forze, ma nei pressi di Piacenza subì una tale disfatta, che l’Impero romano per poco non cadde. La causa di questa disfatta fu un movimento sleale e furbo da parte dei barbari. Essi, non potendo affrontare lo scontro in campo aperto, si rifugiarono in un densissimo bosco e verso sera attaccarono i nostri di sorpresa. »

Historia AugustaDivus Aurelianus, 21.1-3

Zenobia

Messa in sicurezza l’Italia, fu la volta della Dacia, che venne abbandonata tra il 271 e il 273: era diventato impossibile difenderla. Come diceva già in antichità Eutropio il motivo era da attribuire allo spopolamento delle province più interne dell’Illirico e alla maggiore solidità difensiva del limes danubiano, che ora godeva anche delle legioni e dei reparti ausiliari prima in Dacia:

« La provincia di Dacia, che Traiano aveva formato oltre il Danubio, è stata abbandonata, dopo che l’Illirico e la Mesia sono state spopolate, perché era impossibile mantenerla. I romani, spostati dalle città e terre di Dacia, si sono sistemati dall’interno della Mesia, che adesso chiamano Dacia, sulla sponda destra del Danubio fino al mare, rispetto a cui la Dacia si trovava prima sulla sinistra. »

Eutropio, Breviarium, libro IX

L’imperatore illirico, messi al sicuro l’Italia (creando forse anche il sistema difensivo sulle alpi Giulie per sbarrare l’accesso ai barbari che sconfinavano dalla Pannonia) e il confine danubiano, nel 272 volse le sue mire a oriente dove Odenato prima (sotto Gallieno, cui aveva affidato il controllo dell’oriente come rector orientis) e sua moglie Zenobia (e suo figlio Vallabato) avevano creato un proprio impero come aveva fatto Postumo e poi Tetrico in Gallia. Nel corso di due campagne militari Aureliano riconquistò Palmira e catturò Zenobia, dopo averla sconfissa a Immae e Emesa, mentre la regina scappava per cercare rifugio in Persia. Nel 273 tuttavia la città venne distrutta dopo una nuova ribellione. Aureliano usò abilmente la sua cavalleria per avere la meglio di quella di Zenobia a Immae :

« Vedendo che i cavalieri di Palmira avevano fiducia nelle loro pesanti e sicure armature e che erano superiori ai cavalieri romani per esperienza, separò la fanteria al di là del fiume Orontee diede ai cavalieri romani il segnale di non attaccare direttamente la cavalleria pesante dei Palmireni (clibanarii), ma di attendere il loro assalto e simulare una ritirata. Raccomandò che insistessero in questa tattica fino a quando, soldati e cavalli, a causa della calura e appesantiti dalle loro armi, desistessero dall’inseguimento.

[I cavalieri romani] […] appena videro che i nemici [palmireni] erano ormai senza forze e giacevano immobili sui cavalli ormai fermi, passarono all’attacco, calpestando i nemici, che cadevano da soli da cavallo. Vi fu pertanto un confuso massacro. Alcuni furono uccisi dalle lance, altri dai loro stessi cavalli e da quelli dei nemici. »

Zosimo, Storia nuova, 50.3-4

A Emesa Aureliano ripetè la tattica ma fu anche la sua fanteria a vincere la battaglia:

« […] Aureliano si diresse ad Emesa, e avendo scoperto che un contingente di Palmireni occupava una collina sovrastante il sobborgo di Dafne, ritenendo di sfruttare tale posizione favorevole per impedire il passaggio del nemico, ordinò ai soldati romani di accostare gli scudi e, formata una fitta falange, di salire verso la vetta del colle e respingere dardi e pietre, se mai ne avessero scagliate, con la compattezza della falange macedone. I soldati romani eseguirono il comando con grande precisione. Dopo aver scalato quel luogo scosceso, come era stato loro ordinato, si scontrarono con il nemico in condizioni di parità e lo misero subito in fuga. Alcuni [di questi] precipitarono negli strapiombi sfracellandosi, altri furono massacrati dagli inseguitori romani e da quelli che non avevano partecipato all’ascesa del colle. Dopo la vittoria, passando senza pericolo [nei territori successivi], l’imperatore [Aureliano] indirizzò la successiva marcia. »

Zosimo, Storia nuova, I, 52.1-2

« Quando i due eserciti si scontrarono, la cavalleria romana ritenne meglio ritirarsi un poco, per evitare che i soldati senza accorgersi fossero accerchiati da un gran numero superiore di cavalieri palmireni, che cavalcavano intorno a loro. Poiché i cavalieri palmireni si davano all’inseguimento dei romani che si ritiravano e in questo modo rompevano il loro schieramento, si verificò il contrario di quello che volevano i cavalieri romani: [questi ultimi] infatti erano in pratica inseguiti [dai palmireni], risultando molto inferiori ai nemici. E poiché cadevano in moltissimi, avvenne allora che tutta la battaglia ricadesse sulla fanteria romana, la quale, vedendo che i Palmireni avevano sconvolto i loro ranghi per lanciarsi all’inseguimento dei cavalieri romani, ripiegarono e li attaccarono mentre erano disordinati. Per questo motivo ci fu una grande strage. Alcuni assalivano con le armi tradizionali. Quelli provenienti dalla Palestina, colpivano invece con bastoni e mazze i loro avversari palmireni, i quali indossavano corazze di ferro e di bronzo. Questo fu in parte la ragione principale della vittoria romana. I nemici rimasero sbalorditi per l’insolito assalto delle mazze. »

Zosimo, Storia nuova, I, 53.1-2

Ripreso possesso dell’oriente, nel 274 l’imperatore illirico affrontò Tetrico, che probabilmente si consegnò senza combattere prima della battaglia di Chalons. Ebbe salva la vita, così come la ebbe Zenobia, nonostante entrambi furono portati in trionfo da Aureliano: il primo ebbe il ruolo di corrector Lucaniae et Bruttiorum, la seconda fu lasciata in vita, e si ritirò nei pressi di Tivoli. L’impero era dunque riunito e per questo l’imperatore ottenne il titolo di restitutor orbis.

Il Sol Invictus

Aureliano operò non solo nell’ambito militare ma anche in quello economico: si deve a lui la risoluzione, almeno temporanea, della crisi monetaria: gli antoniniani di Aureliano riportano la scritta XXI, considerata dagli studiosi come “vigesima (pars) unius (nummi)”, ossia che la moneta ufficialmente conteneva il 5% di argento. Una percentuale modesta se rapportata a quella del denario di inizio secolo, ma pur sempre superiore a quella degli anni precedenti e soprattutto aiutava a combattere le monete false e ridare linfa all’economia. Tuttavia Diocleziano pochi anni dopo fu ancora costretto a promulgare un edictum de pretiis per calmierare i prezzi e infine Costantino virò a una moneta basata sull’oro e non più sull’argento, il solidus – da cui la nostra parola soldo – con effetti tuttavia negativi sui piccoli scambi.

Infine Aureliano promosse il culto del Sol Invictus, dopo la sconfitta di Zenobia: adottò il culto solare di Emesa, nei cui pressi aveva sconfitto la regina palmirena e creando il collegio pontificale del Sole Invincibile (pontifices solis invicti). In antichità era la normalità adottare per sè il dio che aveva concesso la vittoria (così come lo sarà per Costantino) e inoltre il culto del dio solare ben si adattava a molte divinità greco romane come Apollo e Giove; come narra Tertulliano molti pagani credevano anche che i cristiani adorassero questo dio. Dunque questa nuova divinità, derivata sia dal dio El-Gabal di Emesa che dal mitraismo, intendeva ridare unità all’impero: proprio nel III secolo si consumarono le più violente persecuzioni dei cristiani, soprattutto a partire da Decio a metà del secolo (i cristiani venivano visti male perché non sacrificavano all’imperatore ed erano restii a combattere, motivo di grande instabilità in un impero così bisognoso di ordine e soldati). Sotto Diocleziano e Galerio poi si verificherà la più grande persecuzione di cristiani, finché, preso atto dell’inutilità di questi mezzi (e visto la conversione in corso di Costantino) Licinio e Costantino promossero a Milano nel 313 il famoso editto che sanciva la libertà di culto.

Arco di Galerio

L’imperatore illirico venne infine ucciso nel 275 per mano di un ufficiale della guardia pretoria, Mucapor, credendo ad Eros (il segretario di Aureliano) che paventava punizioni dell’imperatore anche contro i pretoriani. Eros aveva infatti mentito ad Aureliano e questi lo aveva scoperto; temendo per la propria vita, vista la reputazione di manu ad ferrum dell’imperatore, ne aveva organizzato l’assassinio. A completare l’opera di pacificazione dei confini e di ristabilire l’ordine ci pensò Probo (276-82), la cui durezza nei confronti dei soldati, cui richiese impegni non militari, come la costruzione di opere civili, ne causò il malcontento e venne assassinato dal suo prefetto al pretorio Caro, che divenne imperatore. Probo fu anche un fautore del ripopolamento delle campagne, devastate da guerre e carestie, con elementi barbarici, pronunciando questo discorso in senato:

« Ormai tutti i barbari arano per voi, sono al servizio e combattono contro le tribù dell’interno […]. Le terre di Gallia sono arate dai buoi dei barbari, i gioghi catturati offrono il collo ai nostri agricoltori; le greggi di diversi popoli pascolano per nutrire noi, i cavalli si incrociano con i nostri, i granai sono pieni di frumento barbarico. »

Historia Augusta, Probus, 15

Meno di due anni dopo, tuttavia, Diocleziano (ancora una volta un militare) avrebbe posto termine al turbolento cinquantennio di anarchia militare (235-284), istituendo la tetrarchia: il governo, a partire dal 293, sarebbe stato suddiviso tra due Augusti (Diocleziano a oriente, Massimiano – suo ex collega soldato e già associato come Augusto – a Occidente) e due Cesari (Galerio e Constanzo Cloro) che sarebbero dovuti subentrare ai due Augusti per poi scegliere a loro volta un altro Cesare. Tuttavia, nonostante Diocleziano abbia governato per vent’anni e poi abdicato nel 305 ritirandosi a Spalato (e costringendo il collega Massimiano, meno incline, a fare lo stesso), il sistema si incrinò immediatamente quando l’anno seguente, alla morte di Costanzo Cloro, i suoi soldati elessero a York imperatore Costantino.


Bibliografia in pillole:

  • Olivier Hekster, Rome and its Empire, AD 193–284 (Edinburgh 2008)
  • Alaric Watson, Aurelian and the Third Century (Taylor & Francis, 2004)
  • John F. White, Restorer of the World: The Roman Emperor Aurelian (Spellmount, 2004)

Autori antichi:

  • Cassio Dione, Storia di Roma
  • Historia Augusta
  • Zosimo, Storia Nuova



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La crisi del III secolo – L’anarchia militare
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Un pensiero su “La crisi del III secolo – L’anarchia militare

  • 3 Dicembre 2017 alle 14:56
    Permalink

    Io credo che la difficoltà stava nell’epoca in cui si viveva ma l’opera della cristianizzazione non è stata invano Gesù ha portato un solo Dio

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