Privacy Policy Marco Antonio e Cleopatra | STORIE ROMANE

Dopo la morte di Cesare e la formazione del secondo triumvirato, in seguito alla guerra di Modena, i triumviri Antonio e Ottaviano sconfissero i cesaricidi Bruto e Cassio a Filippi, nel 42 a.C. La vittoria, conseguita principalmente grazie ad Antonio (Ottaviano era in grossa difficoltà), condusse quest’ultimo al massimo del suo prestigio. Non solo otteneva tutto l’oriente, ma anche la Gallia, mentre Ottaviano aveva controllo sull’Italia e parte dell’occidente, ma non la Sicilia, dove imperava Sesto Pompeo, mentre Lepido controllava l’Africa e la Spagna.

Tuttavia di lì a poco Ottaviano avrebbe cominciato la sua paziente opera di erosione del potere degli avversari, sottraendo senza colpo ferire la Gallia e le sue legioni ad Antonio già l’anno seguente. Il triumviro era infatti troppo preso da un avvenimento appena accaduto a Tarso, in Cilicia: l’incontro con la regina tolemaica Cleopatra.

L’incontro

Dopo la vittoria di Filippi Marco Antonio spese l’inverno a Efeso, una delle più importanti città dell’Asia minore, dedicandosi a dissolutezze di ogni tipo, inclini alla sua natura. Antonio aveva ricevuto l’Egitto e la Gallia in virtù della sua anzianità e del suo prestigio, ma anche perchè avrebbe dovuto condurre la campagna partica che stava preparando Cesare.

Non sappiamo esattamente se e quando Antonio e Cleopatra si siano incontrati per la prima volta, se mentre era al seguito di Cesare in Egitto o a Roma, fatto sta che i due non erano del tutto estranei. Giunto in oriente dopo la vittoria sui cesaricidi, Antonio ricevette gli onori dai sovrani dei regni clienti di Roma, piuttosto numerosi nell’area, tranne di quello egizio.

Antonio si era poi stabilito a Tarso, in Cilicia, in una posizione ottima per iniziare la campagna partica. Tuttavia aveva bisogno del supporto egizio e specialmente del grano; Cleopatra inoltre non aveva risposto a nessuna delle lettere che gli aveva inviato. Allora Antonio inviò ad Alessandria Quinto Delio, con l’ordine di scortare la regina da lui. La regina infine si mosse e lo seguì. I due si trovavano entrambi a Tarso ma aspettavano l’uno l’arrivo dell’altro. La regina infatti si ostinava a sostenere che dovesse essere il triumviro a dover andare da lei e non viceversa. E alla fine Antonio cedette, andando sulla nave della regina tolemaica. Il triumviro rimase stregato da quest’ultima, passarono insieme giorni intensi.

Dalla guerra di Perugia alla pace di Brindisi

Mentre Antonio dedicava sempre più tempo a Cleopatra la moglie Fulvia cercava di organizzare una rivolta in Italia contro Ottaviano. Nel 41 a.C. Lucio Antonio, fratello del triumviro e console, scatenò la rivolta, con la guerra di Perugia. A Ottaviano infatti, uscito male da Filippi, era toccato l’ingrato compito di sistemare 170.000 veterani in Italia. Cosa alquanto difficile perché significava procedere ad espropri contro contadini (ormai gli anticesariani erano già stati espropriati). Tuttavia Ottaviano aveva capito che in occidente poteva contare su un serbatoio sterminato che Antonio non aveva in oriente, che però lo attirava vista la sua natura.

Augusto

Perciò Ottaviano si fece promotore dei bisogni dei veterani, cercando di attingere alle proprie casse. In questo contesto scoppiò la rivolta del console Lucio Antonio e Fulvia. Tuttavia nonostante le numerose legioni di cui disponeva le forze di Ottaviano prevalsero e presero la città di Perugia per fame nell’inverno del 41-40 a.C., dove si erano asserragliati il fratello e la moglie di Antonio. Antonio, perso negli agi di Alessandria, aveva mancato l’occasione migliore che aveva per prendere il potere assoluto (aveva molti più soldati dalla sua parte). Ottaviano uscì in una posizione di forza; Perugia fu incendiata e i prigionieri uccisi, ma salvò i capi della rivolta, mandando Lucio come governatore in Spagna e Fulvia in esilio a Sicione.

La morte poi di Fulvia nel 40 a.C. aprì la strada alla pace di Brindisi dello stesso anno. Tornato in Italia, Antonio incontrò nella città pugliese Ottaviano, dove con l’intermediazione di Mecenate i due si spartirono le province occidentali, in mano al nipote di Cesare e quelle orientali, in mano ad Antonio. A Lepido restava l’Africa ma con un ruolo ancora più marginale (nel 36 Ottaviano prenderà anche quella provincia), mentre Sesto Pompeo teneva ancora in mano la Sicilia. In sostanza Ottaviano guadagnava tutte le province galliche, la Spagna e l’Illirico (oltre al controllo che ormai aveva sull’Italia), aumentando di molto la sua sfera di influenza. La pace era suggellata dal matrimonio tra la sorella di Ottaviano, Ottavia, e Antonio, che però era ormai innamorato di Cleopatra.

Antonio e Cleopatra al comando dell’oriente

Antonio, negli agi di Alessandria, dove aveva seguito Cleopatra, aveva perso la sua occasione migliore. Aveva anche perso la Gallia e la Spagna di Lepido era andata a Ottaviano, che controllava anche l’Italia ormai, seppure inizialmente essa non spettava ad alcun triumviro in particolare. Anche se ormai i due triumviri erano in una situazione di sostanziale parità (Ottaviano aveva però il supporto di moltissimi veterani e un serbatoio umano molto maggiore in occidente), Antonio decise di intraprendere comunque la campagna partica già progettata da Cesare. Nel frattempo sia Ottavia che Cleopatra erano rimaste incinta, dandogli dei figli.

La campagna partica

Dopo aver rinnovato con trattato di Taranto del 38 a.C. il triumvirato per altri cinque anni, Antonio iniziò la campagna partica nel 36 a.C., non senza qualche difficoltà. Infatti Ottaviano non gli aveva ancora inviato le legioni promesse, asserendo che gli servissero contro Sesto Pompeo che era venuto meno ai patti di Brindisi. Nel giro di poco Ottaviano prese anche la Sicilia e sottrasse l’Africa a Lepido, divenendo padrone di tutto il Mediterraneo occidentale.

Le forze di Antonio erano ora pronte per l’attacco ai parti; dopo aver svernato ad Antiochia e regalato a Cleopatra quasi tutti i territori orientali a sud della Siria, passa in rassegna le truppe: 60.000 legionari, 30.000 ausiliari, 10.000 cavalieri e molte macchine d’assedio. A Zeugma Antonio rimanda indietro in Egitto Cleopatra, allora incinta, e gli si fa incontro Monese, governatore del re partico Fraate nelle sue province occidentali, paventando un tradimento. Ma in realtà era tutto un trucco, e come spesso erano soliti fare gli orientali, tornò indietro dal re partico dopo aver spiato le forze romane, mentre Antonio avanzava, chiedendo la restituzione delle insegne di Carre e la restituzione dei prigioneri, credeva ingenuamente che così facendo sarebbe stato lui a ingannare il re partico. Contemporaneamente a Roma Ottaviano, con lo zampino di Mecenate, metteva in giro la voce malevola che fosse stata Cleopatra a rimandare indietro Monese.

Antonio, seguendo il piano di Cesare, percorse l’Armenia per attaccare da nord (evitando di ripetere l’errore di Carre) e notando le difficoltà del terreno scosceso, divise le sue forze per assediare più rapidamente Fraaspa, capitale della Media Atropatene, mentre le macchine d’assedio (trasportate su ben trecento carri) lo raggiungevano. Monese, che sapeva dei suoi piani, lo assalì con la cavalleria, spazzando via la retroguardia comandata da Appio Staziano: ben due legioni furono distrutte, i pontici catturati compreso il loro re Polemone, mentre gli armeni erano fuggiti. Fraate conosceva talmente bene i movimenti di Antonio che non solo Monese, ma anche il re armeno Artavasde doveva probabilmente aver comunicato con lui.

Subito dopo i parti arrivarono a Fraaspa e Antonio decise di attaccare, lanciando contro di loro la cavalleria e poi caricarli con le sue dieci legioni, ma i parti si ritirarono e furono inseguiti per ben 50 stadi (quasi 10 km); alla fine la conta sarà impietosa, con i romani che avevano ucciso meno di cento nemici. Era un tipo di guerra completamente diversa e Antonio la stava conducendo nel modo peggiore. Mentre ritornava all’accampamento fu assalito ancora dai parti, ma riuscì a farvi ritorno, scoprendo che nel frattempo i difensori erano stati attaccati e si erano dati alla fuga. Il triumviro ne ordinò la decimazione.

Fraate dal canto suo era conscio che non poteva far durare la guerra a lungo, con l’arrivo dell’inverno, i parti non si sarebbero accampati all’aperto e avrebbero disertato, per cui cominciò a metter in giro voci che con il freddo si sarebbe patita la fame perché non c’era cibo per tutti. Antonio chiese la pace a Fraate e la consegna dei prigionieri e delle insegne, ma rifiutò. Decise quindi di ritirarsi, facendo la stessa strada dell’andata, ma un soldato mardio che era sopravvissuto all’attacco della retroguardia lo avvertì che il re partico gli voleva tendere un’imboscata.

Quest’ultima infine arrivò e Antonio ebbe a malapena il tempo di schierare l’esercito a battaglia, che però riuscì a respingere i parti. Decise allora di avanzare con una formazione a quadrato, con ai lati gli armati alla leggera e la cavalleria, che attaccavano i parti e poi tornavano indietro quando si allontanavano troppo. L’eccesso di fiducia portò però Flavio Gallo a perdere contatto con l’esercito, mentre altri comandanti forse per ripicca, gli mandavano rinforzi alla spicciolata. Infine dovette intervenire Antonio stesso ma fu troppo tardi. Gallo morì di lì a poco con quattro frecce nel petto, 3.000 erano i morti e 5.000 i feriti.

Antonio passava il campo romano distrutto, mentre gli uomini nonostante tutto erano ancora legati a lui e lo salutavano imperator. Decise infine di fare un discorso a tutti i soldati, esortandoli a resistere. Ripresa la marcia, i parti attaccarono ancora. Ormai credevano che i romani fossero allo sbando. Antonio invece aveva dato l’ordine di formare una sorta di testuggine, con i legionari della prima fila in ginocchio e quelli dietro a coprire la testa con lo scudo e dietro di loro le truppe leggere, in modo da respingere le frecce partiche. Quest’ultimi interpretarono il gesto come un segnale di affaticamento e di un esercito prossimo alla resa, pertanto si avvicinarono incautamente credendo di dover soltanto finire i romani. Questi si lanciarono di gran foga contro i parti, che si diedero alla fuga.

I parti continuavano però a inseguire Antonio, che pare recitasse in continuazione “o diecimila”, un chiaro riferimento all’Anabasi di Senofonte. Giunse tra i romani un certo Mitridate, cugino di Monese, che li avvertì di non seguire il percorso del fiume poiché lì i parti li attendavano per sbaragliarli, come a Carre. I locali infatti continuavano a mentire ai romani esortandoli a prendere strade sbagliate o dare informazioni false; l’arte della menzogna sembrava veramente radicata in oriente come alcuni tratti che secondo Erodoto erano distintivi di alcuni popoli.

L’informazione era vera e Antonio prese la strada più lunga, tra le montagne, dando ordine di prendere quanta più acqua possibile perché non ne avrebbero avuta per un giorno. Ci fu un altro scontro dopo una marcia di 43 km, e i romani trovarono infine l’acqua. Stavano per gettarsi nel fiume, avvelenato dai parti, tanto che Antonio li dovette minacciare con la coorte pretoria che aveva già estratto i gladi. Nella notte scoppiò il caos, con rivolte, ruberie, saccheggi nell’accampamento tra i romani stessi. All’alba i parti attaccarono di nuovo, ma i romani si schierarono ancora a testuggine e non furono attaccati. Avano raggiunto il fiume Arasse: una volta attraversato, erano salvi.

La guerra civile e la fine

Ora che Antonio era in Armenia, al sicuro, i suoi chiedevano vendetta per il tradimento, ma Antonio non fece nulla e decise di tornare in Egitto. Plutarco afferma maliziosamente che il motivo era Cleopatra. Antonio era distrutto dopo la spedizione partica, era passato dal voler essere un nuovo Alessandro a temere di essere un nuovo Crasso. La regina tolemaica lo dissuase dal riprendere le ostilità nel 35 a.C. e Antonio si rinchiuse in Alessandria. Nel 34 ebbe luogo la vendetta contro gli armeni, con una campagna più modesta, che però non levò l’onta della sconfitta partica.

Le donazioni di Alessandria e Azio

Antonio non chiese il trionfo, che festeggiò invece ad Alessandria, come un novello Dionisio e non come magistrato romano. Ancora meglio, decise pubblicamente, nel Ginnasio, vicino la tomba di Alessandro Magno, in veste di Dionisio-Osiride (Cleopatra era la sua Iside) di donare le province orientali a Cleopatra, Tolomeo Cesare (Cesarione, il figlio avuto con Cesare) e i tre figli avuti con lei tutti i possedimenti romani in oriente.

«Che cosa ti ha cambiato? Il fatto che mi accoppio con una regina? È mia moglie. Non sono forse nove anni che iniziò [la nostra storia d’amore]? E tu ti accoppi solo con Drusilla? E così starai bene se quando leggerai questa lettera, non ti sarai accoppiato con Tertullia, o Terentilla, o Rufilla, o Salvia Titisenia o tutte. Giova forse dove e con chi ti accoppi?»


(Svetonio, vita di Augusto, 69)

La sua posizione non solo era ambigua, ma ormai era pubblica e non si fece alcuno scrupolo di nasconderla. Nel 33 a.C. terminava il triumvirato e Ottaviano, con un colpo di scena, annunciò pubblicamente di rinunciare ai suoi poteri. Nel 32 entrarono in carica due consoli antoniani, Gneo Domizio Enobarbo e Gaio Sosio. Ottaviano si presentò nel foro con una guardia armata, entrando in senato e dicendo che poteva dimostrare i piani eversivi di Antonio.

I senatori filoantoniani fuggirono da lui, mentre Ottaviano aveva carenza di denaro e per questo dovette imporre imposte straordinarie, creando malcontenti, mentre ad Antonio non mancava denaro e aveva una flotta migliore. Ma ancora una volta il tentennamento gli fu fatale; Ottaviano poté mettere insieme le forze e dichiarare guerra a Cleopatra. Lo scontro finale sarebbe avvenuto ad Azio nel 31 a.C., dove non sappiamo perché la regina tolemaica si diede alla fuga, seguita da Antonio.

Ormai per loro era la fine: tutte le legioni avevano disertato a favore del nipote di Cesare, che nel 30 a.C. prese anche Alessandria. Cleopatra e Antonio si trovavano in due palazzi differenti (la regina era nel tempio di Iside, mentre Antonio vagava nel palazzo e la incolpava della fuga a Azio) e mandò a dire al secondo che si era suicidata. Ma mentre Antonio ancora una volta le credette si suicidò, Cleopatra attendeva. Tuttavia il romano non era morto e fu tirato infine con delle funi da lei e poco dopo spirò, contento di averla vista un’ultima volta.

Cleopatra credeva forse di circuire anche Ottaviano, forse di salvare i figli, ma il nipote di Cesare era di tutt’altra pasta. Cleopatra infine decise di togliersi anche lei la vita, forse con un morso d’aspide come riporta Plutarco. Non sappiamo cosa fece Ottaviano dei loro corpi e ancora oggi non sappiamo dove siano stati conservati i loro resti.

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